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giovedì 18 agosto 2022
 
la storia
 

«Il mio volontariato con suor Dulce: grazie a lei Anderson divenne mio fratello»

13/10/2019  La testimonianza di una ragazza che a Salvador de Bahia nel 1981 incrociò la suora, ora canonizzata, e si mise ad aiutarla: «Mi disse: “Fallo con amore perché è sopratutto di questo che abbiamo bisogno”. Poi fece adottare dalla mia famiglia il bimbo di cui mi prendevo cura»

Il corpicino magrissimo e pieno di piaghe di Anderson, gli occhi sgranati, enormi per quel volto reso scarno dalla miseria, insieme con la pelle rugosa lo facevano assomigliare di più ad un anziano piuttosto che ad un bebè di circa sei mesi. Quel bimbo aveva spinto i miei genitori a portarlo a casa nostra, su appello di suor Dulce Pontes, che in un colloquio con loro aveva motivato così la sua richiesta di aiuto: «La quota latte che abbiamo qui in ospedale, proveniente dalle donazioni, è sempre la stessa, mentre i bambini portati da noi sono ogni giorno di più. Per questo siamo costrette ad aggiungere più acqua al latte, per non lasciarli morire di fame». Così la piccola suora di Bahia che domenica 13 ottobre viene canonizzata da papa Francesco aveva convinto i miei a prendersi cura del bambino a casa nostra. All’epoca ero ancora un’adolescente e avevo deciso di andare ad aiutare la suora nella sua opera di assistenza ai più poveri della mia città, Bahia appunto, contagiata dalla sua bontà. Era il 1981 e già allora suor Dulce veniva riconosciuta da tutti come la Santa di Bahia, per la sua dedizione incondizionata agli ultimi. Fu lei stessa a ricevermi all’ingresso dell’ospedale di Sant’Antonio. Mi portò a conoscere i vari reparti, dove una enorme quantità di malati che vivevano in stato di totale indigenza, del tutto abbandonati dallo Stato, venivano curati. La visione di quei corpi scarni, agonizzanti, ha segnato la mia vita di adolescente.

Il pollaio del convento di Salvador de Bahia trasformato in ospedale da suor Dulce (1914-1992)
Il pollaio del convento di Salvador de Bahia trasformato in ospedale da suor Dulce (1914-1992)

«Abbiamo bisogno di amore»

«Scegli un luogo dove svolgere il tuo servizio come volontaria», mi aveva detto mentre mi faceva conoscere l’ospedale, «e fallo con amore perché è sopratutto di questo che abbiamo bisogno». E in quel luogo dove le persone disperate cercavano e trovavano aiuto, nessuno veniva escluso. L'angelo buono di Bahia li sistemava persino nelle brande improvvisate, perché l’amore lì non si faceva mai desiderare. Tutto l’ospedale funzionava per la generosità delle persone che coprivano i turni gratuitamente, compreso i medici e gli infermieri, ma anche con le piccole e grandi donazioni che suor Dulce chiedeva con umiltà al popolo brasiliano: «Se chiedo è soltanto per amore», diceva spesso. In quell’inizio di inverno del 1981, i miei genitori si erano convinti ad andare a conoscere il piccolo del quale mi stavo occupando da qualche settimana in quell’ospedale.

Suor Dulce aveva raccontato loro la breve storia del bambino: «Sua madre lo ha portato qui due mesi fa, in gravi condizioni di salute, per non farlo morire senza cure, ma poi non è più tornata. Potergli dare una famiglia sarebbe la cosa migliore», aveva spiegato con la sua voce flebile, lo sguardo basso, timido, tipico di chi supplica e in quel momento ho incrociato lo sguardo dei mie genitori che avevano già avuto sei figli dei quali la più piccola ero io, e mia madre stava piangendo in silenzio, mentre guardava il piccolo in braccio alla Santa. «Lo prendiamo con noi, sorella. Divideremo con lui la nostra vita e quel che abbiamo», aveva risposto mamma senza esitazione ed io avevo imparato da ragazzina, in quel preciso momento, il peso e la potenza della frase di Gesù, pronunciata poco prima di morire sulla croce: «Madre, ecco tuo figlio».

Ho parlato ad Anderson. Gli ho detto della canonizzazione di suor Dulce. Lui compirà 39 anni a Natale prossimo. Mi ha detto commosso: «Ringrazio Santa Dulce per avermi sottratto alla morte accogliendomi nel suo ospedale e per avermi dato una famiglia. Non sono il solo che lei ha curato e amato e solo Dio sa a quanti piccoli come me lei ha restituito vita e speranza. Lei voleva che tutti avessero il diritto di vivere, di avere dignità umana. Non so quale sia il disegno che il buon Dio ha per me, ma spero di saperlo capire. In Brasile la vita continua ad essere tanto difficile per tanti perché manca il lavoro. Ho una famiglia che adoro e la gioia di essere anche padre di due bambini ma mi manca il lavoro, che non riesco a trovare. Domenica 13 ottobre la saluterò da qui, Salvador di Bahia, con lo sguardo verso il cielo».

Trasformò il pollaio del convento in ospedale

  

Dulce Lopes Pontes de Sousa Brito, al secolo Maria Rita, è la prima santa del Brasile. Aveva un corpo minuto e snello e i modi gentili, da signorina benestante, ma venne presto conosciuta in tutto il Paese per la sua enorme determinazione nel custodire, curare, amare i più poveri, i miserabili del subcontinente sudamericano, lottando per ridar loro dignità, ridurne la sofferenza, ma anche nel cercare di combattere la disuguaglianza sociale, che è ancora oggi marcatamente visibile. Si occupava di tutti: donne, uomini, bambini orfani o abbandonati, nudi, invisibili, esclusi dalla società.

Era nata a Salvador di Bahia il 26 maggio del 1914, semplice e allegra, come la sua gente del nordest del Brasile. Aveva soltanto 19 anni quando decise di indossare l’abito delle Suore della Beata Concezione della Madre di Dio, prendendo il nome religioso di suor Dulce e da quel momento ha assunto la maternità dei diseredati della città, dei bimbi raccolti dalla spazzatura, degli ammalati, alla luce del Vangelo, in modo incondizionato e radicale. Il suo nome, “Santa Dulce dei Poveri”, era già stato preconizzato dal grande scrittore di Bahia, Jorge Amado, in uno dei suoi scritti a lei dedicati.

Suor Dulce aveva iniziato a raccogliere dalla strada i malati cercando di sistemarli e curarli in alcuni locali inutilizzati, di proprietà di privati,che lei stessa aveva occupato, ma era stata richiamata all’ordine dall’allora sindaco di Salvador e così aveva deciso di alloggiarli nel pollaio del convento delle sue consorelle. Erano malati di tubercolosi, lebbrosi, fortemente denutriti a causa della fame, della miseria e lei era decisa a non lasciarli morire per strada, privi di cure, di attenzione e di amore. Quel pollaio diventerà l’ospedale Sant’Antonio.

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«Invocare, camminare e ringraziare: ecco cosa ci insegnano santi e lebbrosi»
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