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Il monaco Enzo Bianchi: così cambia il primato di Pietro

03/10/2013  «Nella trasmissione della fede, la “forma” con cuil’annuncio del Vangelo è testimoniato conta almeno quanto il contenuto del messaggio cristiano», afferma il priore della comunità monastica di Bose.

Questa prima settimana di ottobre è caratterizzata da due eventi di grande portata per cogliere l’impronta che papa Francesco sta dando al suo modo di esercitare il primato petrino:  la riunione degli otto cardinali che il vescovo di Roma ha voluto come suoi consiglieri per aiutarlo nel governo della Chiesa universale e nella riforma della Curia, e il pellegrinaggio, assieme a loro, ad Assisi.

Un Papa nella città di san Francesco lo abbiamo già visto più volte in questi ultimi cinquant’anni. Con papa Giovanni XXIII – che vi si recò a una settimana dall’apertura del Vaticano II – il nome di Assisi si è legato al Concilio, con Giovanni Paolo II a due riprese e poi con Benedetto XVI il rimando è divenuto al dialogo interreligioso e culturale nella ricerca della pace. Dimensioni, quella conciliare e quella del dialogo, certamente presenti anche negli intenti di questo pellegrinaggio, ma il nome scelto da Bergoglio appena eletto Papa conferisce un’unicità emblematica all’evento:  il primo Papa di nome Francesco si reca per la prima volta sulla tomba del santo di Assisi di cui ha preso il nome.

Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose.
Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose.

Se il Concilio e il suo anelito a una maggiore collegialità nella Chiesa saranno evocati e riaffermati dagli incontri degli otto cardinali con papa Francesco e se il dialogo come condizione abituale di confronto con l’alterità religiosa e culturale verrà ribadito da quel luogo che, da almeno trent’anni, uomini e donne di tutto il mondo associano alla pace e alla fraternità universale, papa Francesco che conversa idealmente con san Francesco non può che rilanciare la riflessione e la prassi su una«Chiesa povera e per i poveri».

Molti si attendono “riforme” da Francesco, si cerca di interpretare i primi cambiamenti di persone in alcuni incarichi di rilievo, ma più che di “riforme”– parola che rischia di divenire abusata se non accompagnata da azioni conseguenti– penso si possa parlare di modalità diverse di vivere ed esercitare il mandato pastorale che compete a ogni successore di Pietro. E sappiamo bene come, nella trasmissione della fede,  la “forma” con cui l’annuncio del Vangelo è testimoniato conta almeno quanto il contenuto del messaggio cristiano.

Stili, sensibilità, carismi diversi concorrono all’unica missione del vescovo di Roma: la sollecitudine per tutte le Chiese (2Cor 11,28), la riconferma dei fratelli nella fede (Lc 22,32), la corsa della parola di Dio fino agli estremi confini della terra (Rm 10,17-18), fino a quelle “periferie esistenziali” che non sono uno slogan a effetto, ma carne e sangue dei nostri fratelli e sorelle in umanità.

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