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martedì 15 ottobre 2019
 
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Il "novizio" Giuseppe Conte e la ricetta del governo gialloverde

22/05/2018  Se verrà incaricato, il potenziale presidente del Consiglio è chiamato a trasformare in decreti la ricetta messa a punto da Lega e Cinque Stelle. Ma dove prenderà le risorse? Indebitandosi e uscendo dall'Europa? E su rom e immigrati ci sono forti dubbi di natura umanitaria e morale

In attesa di sapere se il curriculum del premier scelto da Cinque Stelle e Lega di Giuseppe Conte è taroccato, e soprattutto, nel caso lo fosse, di apprendere la reazione del capo dello Stato, si potrebbe iniziare a parlare del “Contratto di governo” firmato da Di Maio e Salvini. Libro dei sogni o libro degli incubi? E’ quello che ci si chiede scorrendo il documento messo a punto da Movimento Cinque Stelle e Lega. Ci sono valutazioni politiche e perfino morali in un piano che vuole sgomberare 40 mila rom e sinti  (di questi, 26 mila minori)e 44 mila abitanti abusivi senza sapere che fine faranno, a parte ovviamente finire in strada, e prevede che gli asili gratis siano destinati esclusivamente (non si parla nemmeno di priorità) alle “famiglie italiane” (ma la discriminazione è contraria allo spirito della Costituzione). Metterà in pratica tutto questo attraverso una delicata opera di azione politica il (possibile) futuro premier "tecnico" Giuseppe Conte, il "novizio" della politica designato alla poltrona di Palazzo Chigi?
 

Certo non manca nel “Contratto” l’enfasi su tanti temi di fondo, come la riduzione dei tempi della giustizia civile, la tutela della famiglia, la sostenibilità ambientale, il rilancio delle imprese, i limiti al gioco d’azzardo, l’aumento del personale sanitario e delle risorse per le forze dell’ordine, o ancora l’azzeramento dell’Iva per i prodotti dell’infanzia, le assunzioni del personale penitenziario, il rilancio dell’Alitalia, un premio economico per le donne che rientrano al lavoro, il miglioramento della sicurezza stradale, l’abolizione di molte tasse piuttosto odiose, tra cui quella di soggiorno.
Un bellissimo elenco di buone intenzioni, peccato che non si sappia come finanziarle, le buone intenzioni. Così come non si sa dove si reperiranno i soldi per i rimpatri dei clandestini, la  flat tax (due aliquote del 15 e 20 per cento, costo 26 miliardi), il famoso reddito di cittadinanza (che da solo vale 17 miliardi) o la riforma Fornero delle pensioni con la quota 100 tra età e anni di contributi. Un conto approssimativo si aggira sui 65 miliardi di euro. Dove andremo a prenderli se non ce li abbiamo? E’ un po’ come andare al supermercato senza portafogli. Alla cassa che facciamo? Chiediamo un prestito alla cassiera?

In effetti è quello che hanno adombrato Di Maio e Salvini, dicendo che molti Trattati europei sono da rivedere e che il debito pubblico è sovrano e dunque si può sforare sul deficit senza rimanere impigliati nei lacci e lacciuoli degli eurocrati. Ma una spesa pubblica fuori controllo, pari a 5 punti di Pil, come è stato calcolato, provocherebbe danni enormi e ci attirerebbe le sanzioni dell’Unione.  Vogliono l’Italexit i gialloverdi? Lo sanno che  sarebbe una iattura, come peraltro sta avvenendo in Inghilterra? C’è chi ha detto che il programma di Salvini e Di Maio non è uscire dall’Europa, ma farsi buttare fuori.

Per reperire risorse, uno Stato ha da sempre sostanzialmente tre soluzioni: introdurre nuove tasse, farsi prestare soldi attraverso i titoli di Stato o stampare moneta. La prima soluzione è da escludersi, visto che il programma del governo gialloverde promette di ridurle le imposte, anziché aumentarle. Vendere ulteriori titoli di Stato in un Paese che ha due miliardi di debiti e deve sottostare ai vincoli europei? Inquieta la soluzione della revisione dei trattati, che distrugge 70 anni di politiche europee e il sogno realizzato da De Gasperi, Adenauer e Schuman. Un sogno che – tra l’altro -  ci ha garantito 70 anni di pace in Europa.
O per caso vogliamo arrivare al fallimento concordato del debito, che ovviamente porterebbe all’Italexit? Siamo sicuri che ce lo possiamo permettere?
Resta la terza ipotesi: stampare moneta, in vero stile “sovranista”. Le conseguenze sarebbero immediate, un’impennata “weimeriana” dell’inflazione, che come tutti sanno è detta “la tassa dei poveri” perché colpisce soprattutto gli strati più poveri della popolazione. Niente male per un governo che mette come un fiore all’occhiello il reddito di cittadinanza per i meno abbienti. Un po’ come un cane che si morde la coda. Ma il conto da pagare non è solo questo. C’è tutto il contesto economico che ci impoverirebbe ulteriormente. La “soluzione giapponese” (ovvero i cittadini che detengono il loro stesso debito pubblico e dunque prestano a sé stessi i soldi) con noi non sta in piedi perché il 31 per cento dei titoli è in mani straniere, le stesse alla base dell'impennata dello spread. I mercati non stanno a guardare e infatti lo spread ha ricominciato a salire come nel 2011. Le preoccupazioni degli investitori si leggono in tutta la loro drammaticità in borsa, soprattutto nel settore bancario. Sarò il caso di darci una regolata prima di fare la fine dell’Argentina del 2000 molto più velocemente di quanto immaginiamo.


 

 

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