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giovedì 21 ottobre 2021
 
giustizia
 

"Cari giudici, spingerci nel silenzio è un torto alla memoria"

08/02/2016  Lettera aperta di Agnese Moro, Sabina Rossa e Manlio Milani alla scuola superiore di magistratura dopo le critiche che hanno portato a sospendere l'intervento che avrebbero dovuto fare insieme ad alcuni ex terroristi. "Volevamo solo portare la nostra esperienza di ricomposizione: la nostra testimonianza non offende la Costituzione".

(Sopra: Adriana Faranda. Nella foto di copertina: Adriana Faranda, Manlio Milani e Agnese Moro)

Pubblichiamo la lettera aperta di Agnese Moro, figlia dello statista assassinato, Manlio Milani, familiare di una vittima di Piazza della Loggia e di Sabina Rossa in risposta alle polemiche sollevate anche da Alessandra Galli e altri magistrati che avevano criticato la presenza di Adriana Faranda e altri ex terroristi a un corso sulla giustizia riparativa previsto a Scandicci alla scuola di magistratura, poi parzialmente cancellato per le polemiche. 



Desideriamo esprimere la nostra amarezza per la decisione della Scuola Superiore della Magistratura di annullare l'invito, da tempo rivoltoci, a presentare il nostro percorso di giustizia riparativa (reso pubblico con il Libro dell'incontro, il Saggiatore 2015) e di impedirci, così, di dialogare con i magistrati all'interno di un corso di formazione su "Giustizia riparativa e alternative al processo e alla pena", organizzato dalla Scuola stessa.

Della decisione dispiacciono particolarmente alcune cose.

1. Non aver potuto rispondere alle attese dei partecipanti, probabilmente interessati a conoscere un'esperienza di giustizia riparativa durata molti anni e che ha coinvolto tante persone così diverse per storie, temperamento, culture.

2. Non aver potuto ricevere dai partecipanti, così qualificati, suggerimenti, osservazioni, consigli che sarebbero stati preziosi per il futuro del nostro cammino.

3. Vedere trattati i partecipanti stessi come se fossero persone incapaci di discernere situazioni e affermazioni. Come non si stesse parlando di chi, per il suo lavoro, deve farlo continuamente a fronte di situazioni ben più complesse e difficili rispetto a una esperienza di incontro tra vittime e autori di reato.

4. Vedere una certa sacralizzazione della Scuola come se essa fosse custode esclusiva della memoria dei caduti e potesse essere contaminata, proprio lì dove si scambino idee ed esperienze, dalla presenza anche di persone che hanno compiuto azioni gravissime, seguite da lunghi e sofferti cammini significativi.

5. Dispiace poi, e molto, che si sia giustificato l'annullamento dell'invito con l'idea che il fatto che persone che hanno commesso reati, sono state giudicate e hanno scontato la loro pena, parlando a magistrati nella sede della Scuola, avrebbero offeso la nostra Costituzione. Non possiamo accettarlo. Sappiamo benissimo che la pena, nel nostro ordinamento costituzionale, serve alla rieducazione del condannato al quale non può essere chiesto, né ordinato, di perdere il diritto a esprimere le proprie idee e le proprie esperienze, e con esse la propria personalità.

6. Dispiace molto, infine, che nel comunicato stampa del Direttivo della Scuola, con cui si annuncia l'annullamento dell'incontro con i testimoni, non siano stati menzionati i nomi di tutti gli invitati, ma soltanto quelli degli autori di reato, disconoscendone così pregiudizialmente il percorso riparativo che essi hanno fatto insieme a noi, vittime. Questo incontro è il cuore di un percorso di giustizia riparativa. Ci sembra che con questo "invito al silenzio" si sia evidenziata l'incapacità di comprendere ciò che noi viviamo come un punto fermo: che la memoria "pubblica" richiede il racconto e l'ascolto delle memorie "diverse" e particolari. Ciò non implica, ovviamente, di essere d'accordo, ma di aprire spazi di confronto dai quali possa emergere una più piena consapevolezza delle vie della violenza, per riconoscerle e prevenirne le tragiche conseguenze.

Agnese Moro

Manlio Milani

Sabina Rossa 

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