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società
 

Il Paese dei mammoni forzati

23/10/2016  Dopo la Slovacchia siamo il Paese in Europa con il più alto numero di giovani che vive ancora dai genitori. Ma l'amore per la mamma non c'entra. C'entrano invece le politiche dei governi. E anche nell'ultima manovra...

Le cifre offerte da Eurostat su chi resta a casa dai genitori anche in età adulta sono davvero sconfortanti: in Italia due giovani dai 18 ai 30 anni su tre vivono ancora in casa con i genitori (la percentuale è del 67,3 per cento). La differenza rispetto alla media dei ragazzi dell’Unione europea (47,9 per cento, che resta sempre piuttosto alta, uno su due) è di quasi 20 punti. Il divario cresce ancora nella fascia tra i 25 e i 34 anni,quella nella quale si dovrebbe aver finito di studiare e si comincia a lavorare. Qui i giovani a casa da mamma passano dal 48,4 per cento del 2014 al 50,6 per cento a fronte del 28,7 per cento in Ue e del 3,7 per cento della Danimarca. Oltre quattro giovani su dieci in questa fascia lavorano a tempo pieno. Ma la cosa grave per l’Italia è che questo trend è in aumento mentre nel resto d’Europa diminuisce. La percentuale degli italiani che vivono a casa con i genitori è cresciuta di quasi due punti tra il 2014 e il 2015, passando dal 65,4 per cento al 67,3 per cento, mentre nell’Unione è scesa dal 48,1 per cento al 47,9 per cento.

Il premier Matteo Renzi, 41 anni, il più giovane presidente del Consiglio della Repubblica italiana.
Il premier Matteo Renzi, 41 anni, il più giovane presidente del Consiglio della Repubblica italiana.


Il nostro Paese è superato solo dalla Slovacchia, che ha il 69,6 per cento di “mammoni”. Tutte queste percentuali ci confermano un fenomeno ben preciso, al netto da considerazioni culturali e antropologiche: i giovani italiani non dispongono di quell’indipendenza economica tale da poter spiccare il volo fuori dal nido. Nella maggior parte dei casi non hanno un lavoro (la disoccupazione giovanile è al 40 per cento con punte del 70 nel Mezzogiorno), mentre quelli che sono riusciti a fare un’esperienza lavorativa non dispongono né del posto fisso né di garanzie economiche tali da poter affrontare con serenità un futuro indipendente. A questo punto la storia dei “bamboccioni”, termine improvvido coniato dall’allora ministro dell’Economia di Romano Prodi Tomaso Padoa Schioppa, non regge, perché le cause di questa mancata indipendenza stanno nella crisi profonda in cui è precipitato il nostro Paese da oltre quindici anni. Una crisi in cui, come nel mito di Crono, i padri si stanno mangiando metaforicamente i figli, senza poter dar loro alcuna speranza per il futuro. Anche l’ultima manovra economica, fortemente proiettata verso l’appuntamento elettorale referendario, non sembra voler cambiare rotta: lo testimoniano gli aumenti destinati ai pensionati di prima e seconda fascia, come hanno commentato autorevoli economisti su questo sito (da Leonardo Becchetti a Luigino Bruni). Naturalmente gli aumenti e le agevolazioni ai pensionati sono un provvedimento positivo, anche perché segnano un’inversione di tendenza nelle politiche governative dedicate a questa categoria. Ormai da un ventennio (da Dini alla Fornero), ai pensionati si toglieva senza mai dare nulla. Senza aggiungere che probabilmente molti di questi pensionati destineranno le nuove risorse ai nipoti. Ma non è rovesciando la piramide e trasformando i giovani in assistiti cronici che usciremo dalla palude in cui si ritrova il Paese.

 I provvedimenti previsti dalla manovra di Renzi (il più giovane presidente del Consiglio della storia d'Italia dal Dopoguerra) destinata ai giovani (come gli incentivi per le start up) sono senz’altro insufficienti. Il problema è che i pensionati hanno una maggiore propensione ad andare a votare, sono in numero superiore, sono più ricchi dei giovani (per la prima volta nella storia d’Italia) e la politica dunque si adegua, senza compiere scelte coraggiose che ci permetterebbero di non segare l’albero su cui siamo seduti. Perché giovanilismo e politiche giovanili sono due cose diverse.  

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