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giovedì 12 settembre 2024
 
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Il paese e l’islam. Quando il Belgio offrì la moschea

25/03/2016  Il piccolo Paese ha ospitato la struttura logistica degli attentati in tutta Europa

Un robusto filo rosso lega Bruxelles e Parigi. Con la capitale francese, le sue periferie inquiete e ribelli, i 2,3 milioni di abitanti dell’area metropolitana e i 12 milioni della regione Île de France, in tema di terrorismo relegata al ruolo di gregaria della piccola (180 mila abitanti), modesta e appartata capitale belga. A Bruxelles si erano procurati le armi i terroristi che colpirono la redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015 e i loro complici che fecero strage nel supermercato ebraico. A Molenbeek, è rimasto latitante per oltre tre mesi Salah Abdeslam, il kamikaze che non si fece saltare a Parigi negli attentati del novembre 2015. Questo significa che nella grande Francia, dove gli immigrati dai Paesi islamici sono il 10% della popolazione, c’è un potenziale serbatoio di giovani intolleranti arruolabili dal jihadismo. Ma nel piccolo Belgio, dove gli immigrati con tale origine sono meno del 6%, c’è qualcosa di forse più pericoloso: una base, una rete, una struttura logistica. Solo così, tra l’altro, si spiega come i terroristi che hanno colpito all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles abbiano potuto organizzare una simile strage nelle poche ore passate dopo l’arresto di Salah.

NESSUN PRIMO DELLA CLASSE.

L’ultimo massacro ha spinto molti a puntare l’indice contro le autorità belghe, in particolare contro le forze di sicurezza. Ma è una reazione isterica, una caccia al colpevole che non ha senso in un’Europa che si dice unita, ma dove il terrorismo ha saputo colpire a piacimento: ora in Belgio, ieri in Francia, l’altroieri in Gran Bretagna e in Spagna. In più, basta guardare all’ordine sparso con cui gli stessi Paesi provano ad affrontare il problema laddove l’Isis ha le sue radici, per esempio in Siria o in Libia, per capire che nessuno può far la predica agli altri.
Ciò che davvero serve, ora, è rendersi conto che una rete come quella attiva in Belgio non può sopravvivere se non è finanziata. Gli attentati costano poco, tutto il resto costa molto documenti, covi, complicità, viaggi. Bisogna tagliare il cordone ombelicale del denaro che finanzia il jihadismo. Da anni sappiamo che la più importante fontana dei soldi sgorga nelle petromonarchie del Golfo Persico ed è incanalata verso l’estremismo dalla galassia di organizzazioni benefiche e Ong che operano da quelle parti. O interveniamo lì, anche a costo di dispiacere a qualche “alleato”, o la nostra sicurezza sarà sempre a rischio.
A questo proposito sarà utile notare che proprio Bruxelles è stata la prima città d’Europa a ospitare un grande Centro islamico sponsorizzato dall’Arabia Saudita. Avvenne nel 1969, quando il re Baldovino del Belgio accolse il principe Faisal e gli offrì, per un affitto del tutto simbolico della durata di 99 anni, il Padiglione del Cinquantenario. Da allora il Centro è stato monopolizzato dai predicatori sauditi, fedeli alla versione wahabita dell’islam, una delle più integraliste al mondo. Divenuto re Faisal è poi passato alla storia come un “modernizzatore” ma alla diffusione del wahabismo fu sempre devoto. Nel 1962 aveva già fondato la Lega islamica mondiale, il cui scopo è sostenere le comunità islamiche nel mondo e diffonderne la dottrina. Si calcola che da allora l’Arabia Saudita abbia versato nelle casse della Lega più di un miliardo di dollari. 

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