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sabato 25 settembre 2021
 
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«Nessuno si senta superiore agli altri, no agli intrighi che rendono aridi»

28/06/2018  Il Papa presiede il Concistoro e mette in guardia i nuovi cardinali degli “intrighi di palazzo” che anche nella Chiesa «inaridiscono e rendono sterile il cuore e la missione». E ricorda che la più alta onorificenza è «servire Cristo nell’affamato, nel dimenticato, nel carcerato, nel malato, nel tossicodipendente»

I cardinali al Concistoro presieduto da papa Francesco nella Basilica di San Pietro
I cardinali al Concistoro presieduto da papa Francesco nella Basilica di San Pietro

È il quinto Concistoro di papa Francesco che nella Basilica di San Pietro impone la berretta a quattordici nuovi cardinali: «Nessuno di noi deve sentirsi superiore e guardare gli altri dall’alto in basso», ammonisce subito il Pontefice. «Possiamo guardare così una persona solo quando la aiutiamo ad alzarsi. La più alta onorificenza», ricorda, «è servire Cristo nell’affamato, nel dimenticato, nel carcerato, nel malato, nel tossicodipendente», e non farsi corrodere «all’interno da intrighi asfissianti che inaridiscono e rendono sterile il cuore e la missione».

Il Papa dice con parole chiare e impegnative che la «più alta onorificenza che possiamo ottenere, la maggiore promozione che ci possa essere conferita» è una soltanto: «Servire Cristo nel popolo fedele di Dio, nell’affamato, nel dimenticato, nel carcerato, nel malato, nel tossicodipendente, nell’abbandonato, in persone concrete con le loro storie e speranze, con le loro attese e delusioni, con le loro sofferenze e ferite».

I neo-porporati, uno ad uno, sfilano davanti al Pontefice per ricevere dalle sue mani l’anello cardinalizio, la berretta rossa, il cui colore indica il giuramento di servire il Vescovo di Roma e la Chiesa usque ad sanguinis effusionem, fino allo spargimento del proprio sangue, e la pergamena con il “titolo” che assegna a ciascuno una chiesa parrocchiale della diocesi di Roma facendoli entrare a pieno titolo nel clero romano anche se eserciteranno il loro ministero altrove.

I quattordici nuovi cardinali, annunciati dal Papa a Pentecoste, lo scorso 20 maggio, sono Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, in Iraq, che invece del tradizionale tricorno, ha ricevuto un copricapo a forma cilindrica simile a un fez; Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma; Giovanni Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di Stato; Konrad Krajewski, Elemosiniere pontificio; Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi, in Pakistan; Antonio dos Santos Marto, vescovo di Fatima; Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo, in Perù; Désiré Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina, in Madagascar; Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila; Thomas Aquino Manyo Maeda, arcivescovo di Osaka, in Giappone. Insieme a loro ci sono tre ultraottantenni: Sergio Obeso Rivera, arcivescovo emerito messicano; Toribio Ticona Porco, prelato emerito di Corocoro, in Bolivia; padre Aquilino Bocos Merino, sacerdote dei missionari clarettiani, l’unico che non è vescovo.

A che serve guadagnare il mondo intero se si vive tutti presi da intrighi asfissianti che inaridiscono e rendono sterile il cuore e la missione?

Il Papa, nella breve omelia, si sofferma sull’episodio del Vangelo di Marco che racconta la salita di Gesù a Gerusalemme, mentre cammina davanti ai discepoli: «Gerusalemme», nota il Papa, «rappresenta l’ora delle grandi determinazioni e decisioni. Tutti sappiamo che, nella vita, i momenti importanti e cruciali lasciano parlare il cuore e mostrano le intenzioni e le tensioni che ci abitano».

Nel cuore dei discepoli serpeggiano liti, invidie, gelosie: «una logica», dice il Papa, «che non solo logora e corrode da dentro i rapporti tra loro, ma che inoltre li chiude e li avvolge in discussioni inutili e di poco conto». Gesù però va oltre: «li precede (primerea)», afferma il Papa, «e con forza dice loro: “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”. Con tale atteggiamento, il Signore cerca di ricentrare lo sguardo e il cuore dei suoi discepoli, non permettendo che le discussioni sterili e autoreferenziali trovino spazio in seno alla comunità. A che serve», chiede Francesco, «guadagnare il mondo intero se si è corrosi all’interno? A che serve guadagnare il mondo intero se si vive tutti presi da intrighi asfissianti che inaridiscono e rendono sterile il cuore e la missione? In questa situazione – come qualcuno ha osservato – si potrebbero già intravedere gli intrighi di palazzo, anche nelle curie ecclesiastiche».

Il Papa ricorda le parole di Gesù: “Tra voi però non è così” per dire che questa è «la voce del Signore che salva la comunità dal guardare troppo sé stessa invece di rivolgere lo sguardo, le risorse, le aspettative e il cuore a ciò che conta: la missione». E quando si perde di vista la missione, ammonisce il Papa, «perdiamo di vista il volto concreto dei fratelli» e «la nostra vita si rinchiude nella ricerca dei propri interessi e delle proprie sicurezze. E così cominciano a crescere il risentimento, la tristezza e il disgusto. A poco a poco viene meno lo spazio per gli altri, per la comunità ecclesiale, per i poveri, per ascoltare la voce del Signore. Così si perde la gioia e il cuore finisce per inaridirsi». Invece, insegna Gesù, «chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». È, aggiunge, «l’invito che il Signore ci fa perché non dimentichiamo che l’autorità nella Chiesa cresce con questa capacità di promuovere la dignità dell’altro, di ungere l’altro, per guarire le sue ferite e la sua speranza tante volte offesa».

Francesco alla fine dell’omelia cita un passo del testamento spirituale di San Giovanni XXIII additato come esempio da seguire a tutti i cardinali: «Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la larghezza che avrei voluto».

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