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martedì 28 giugno 2022
 
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«Siate meno social e più sociali. E siate cristiani non perché dovete, ma perché è bello»

06/12/2021  Si conclude il viaggio di Francesco a Cipro e in Grecia. Lasciando Atene il Pontefice incontra i giovani nella scuola San Dionigi delle Suore Orsoline, nella zona di Maroussi. E lascia loro un messaggio di speranza.

Atene, Grecia

Dalla nostra inviata

Lascia la Grecia parlando ai giovani. Papa Francesco, dopo aver toccato le piaghe degli ultimi, a Cipro e in Grecia, si congeda con un saluto di speranza. Non una speranza vuota, ma quella che si fonda sulla fede in Gesù. Una fede fatta anche di dubbi, di solitudini, di paura. Parlano con il cuore, i ragazzi che incontrano Francesco. Dalle Filippine, dalla Siria, dalla Grecia, Katerina, Ioanna, Aboud testimoniano una integrazione possibile. Il Papa, nella scuola di San Dionigi, delle suore Orsoline, a Maroussi, li esorta a non chiudersi, a non essere, come tanti, «molto social e poco sociali» I dubbi aiutano. «Non abbiate paura dei dubbi, perché non sono mancanze di fede. Al contrario, i dubbi sono “vitamine della fede”: aiutano a irrobustirla, a renderla più forte, cioè più consapevole, più libera, più matura. La rendono più disposta a mettersi in cammino, ad andare avanti con umiltà, giorno dopo giorno.».

Bisogna farsi domande, interrogarsi, far salire il livello della relazione. «I dubbi sono vitamine della fede», dice Francesco. Che si sofferma, però, anche sui momenti di crisi, quando, «davanti alle incomprensioni o alle difficoltà della vita, nei momenti di solitudine o di delusione», bussa il dubbio del «forse sono io che non vado bene… forse sono sbagliato, sono sbagliata…». Un dubbio che viene dal diavolo, che ci soffoca, che ci vuole far smarrire la fiducia. Ma, di fronte a questo dubbio, dobbiamo riscoprire la meraviglia. La scintilla che diede vita anche alla filosofia, come insegna la cultura classica. «Così è partita la filosofia: dalla meraviglia di fronte alle cose che sono, alla nostra esistenza, all’armonia del creato, al mistero della vita». E questo stupore è l’inizio anche della nostra fede, «perché il nostro aver fede non consiste prima di tutto in un insieme di cose da credere e di precetti da adempiere. Il cuore della fede non è un’idea o una morale, ma una realtà, una realtà bellissima che non dipende da noi e che lascia a bocca aperta: siamo figli amati di Dio!». Figli amati, lo ripete più volte. Perché Dio ci ama, sempre e comunque. «Guarda la tua vita e la vede molto buona. Non si pente mai di noi. Se ci mettiamo davanti allo specchio magari non ci vediamo come vorremmo, perché rischiamo di concentrarci su quello che non ci piace. Ma se ci mettiamo davanti a Dio la prospettiva cambia».

È per quello che il Papa esorta, invece che a mettersi davanti allo specchio, ad aprire «la finestra della camera e ti soffermi su tutto il bello che vedi? E poi dici: “È per me, è un regalo per me, Padre mio! Quanto mi ami!”. Cari giovani, pensate: se ai nostri occhi è bello il creato, agli occhi di Dio ciascuno di voi è infinitamente più bello! Egli, dice la Scrittura, “ha fatto di noi delle meraviglie stupende”. Lasciati invadere da questo stupore. Lasciati amare da chi crede sempre in te, da chi ti ama più di quanto tu riesca ad amarti».

E c’è anche lo stupore del perdono. Quando scivoliamo nelle cose più brutte, se «sono un peccatore tremendo, finisco nella droga, ecc, Dio mi ama?. Sì, Dio ti ama sempre. Ama sempre e comunque». Nel perdono Dio ci rimette a nuovo. E allora «non permettiamo che la pigrizia, il timore o la vergogna ci rubino il tesoro del perdono». Lo ripete tante volte: «Dio perdona sempre, su questo voglio essere molto chiaro: Dio perdona sempre». Lasciamoci stupire dall’amore di Dio! Riscopriremo noi stessi; non quello che dicono di noi o che le pulsioni del momento suscitano in noi; non quello che gli slogan pubblicitari ci buttano addosso, ma la nostra verità più profonda, quella che vede Dio, quella in cui crede Lui: la bellezza irripetibile che siamo».

Cita la frase incisa sul frontone del tempio di Delfi: «Conosci te stesso». E sottolinea che «oggi c’è il rischio di scordare chi siamo, ossessionati da mille apparenze, da messaggi martellanti che fanno dipendere la vita da come ci vestiamo, dalla macchina che guidiamo, da come gli altri ci guardano... Ma quell’invito antico, conosci te stesso, vale ancora oggi: riconosci che vali per quello che sei, non per quello che hai. Non vali per la marca del vestito o per le scarpe che porti, ma perché sei unico, sei unica». E parla anche delle sirene che tentarono di ammaliare Ulisse. Luisi fece legare all’albero maestro, per resistere. Ma c’è un altro personaggio, Orfeo, che ci insegna una via migliore: «intonò una melodia più bella di quella delle sirene e così le mise a tacere. Ecco perché è importante alimentare lo stupore, la bellezza della fede! Non siamo cristiani perché dobbiamo, ma perché è bello».

Custodire questa bellezza ci dà una gioia che fa «passare le rinunce e le fatiche in secondo piano». Essere cristiani quindi non è «fare così o fare questo o quello, essere cristiani è farsi amare da Dio». Allora si può ripartire dai volti degli altri. I volti delle persone importanti, che ci ganno edcuato alla fede, il volto del Signore, al quale rivolgersi per ogni cosa. A Lui bisogna andare con la vita, «parlargli, confessargli le preoccupazioni». Francesco sottolinea che «Dio non ci dà in mano un catechismo, ma si fa presente attraverso le storie delle persone. Passa attraverso di noi. Conoscere Gesù è il nocciolo della nostra fede», non imparare a memoria qualche cosa.

Ripartire dai volti significa anche dedicarsi agli altri: «Dedicarsi agli altri non è da perdenti, è da vincenti; è la via per fare qualcosa di veramente nuovo nella storia. Ho saputo che in greco “giovane” si dice “nuovo” e nuovo significa giovane. Il servizio è la novità di Gesù; il servizio, il dedicarsi agli altri è la novità che rende la vita sempre giovane». Dunque, per ringiovanire, non devi «accontentarti di pubblicare qualche post o qualche tweet. Non accontentarti di incontri virtuali, cerca quelli reali, soprattutto con chi ha bisogno di te: non cercare la visibilità, ma gli invisibili. Questo è originale, rivoluzionario. Tanti oggi sono molto social ma poco sociali: chiusi in sé stessi, prigionieri del cellulare che tengono in mano. Ma sullo schermo manca l’altro, mancano i suoi occhi, il suo respiro, le sue mani. Lo schermo facilmente diventa uno specchio, dove credi di stare di fronte al mondo, ma in realtà sei solo, in un mondo virtuale pieno di apparenze, di foto truccate per sembrare sempre belli e in forma. Che bello invece stare con gli altri, scoprire la novità dell’altro!».

Ricorda i giovani Slovacchi che, nell’incontro avuto con lui in settembre «mostravano uno striscione interessante. Aveva solo due parole: “Fratelli tutti”. Mi è piaciuto: spesso negli stadi, nelle manifestazioni, nelle strade si espongono striscioni per supportare la propria parte, le proprie idee, la propria squadra, i propri diritti. Ma lo striscione di quei giovani diceva una cosa nuova: che è bello sentirsi fratelli e sorelle di tutti, sentire che gli altri sono parte di noi, non gente da cui prendere le distanze». Una frase ancora più attuale in Grecia, dove, dice il Papa, «sono contento di vedervi qui tutti insieme, uniti pur provenendo da Paesi e storie tanto diverse! Sognate la fraternità!». Cita il detto greco «l’amico è un altro me» per sottolineare che «l’altro è la via per ritrovare sé stessi. Certo, costa fatica uscire dalle proprie comfort zone, è più facile stare seduti sul divano davanti alla tv. Ma è roba vecchia, non è da giovani. Da giovani è reagire: quando ci si sente soli, aprirsi; quando viene la tentazione di chiudersi, cercare gli altri, allenarsi in questa “ginnastica dell’anima”».

Bisogna tornare alle radici, ricordarsi che qui sono nate le Olimpiadi, la maratona... «Oltre all’agonismo che fa bene al corpo c’è quello che fa bene all’anima: allenarsi all’apertura, percorrere lunghe distanze da sé stessi per accorciare quelle con gli altri; lanciare il cuore oltre gli ostacoli; sollevare gli uni i pesi degli altri… Allenarvi in questo vi farà felici, vi manterrà giovani e vi farα sentire l’avventura di vivere!». E chiude tornando alla storia di Aboud, fuggito dalla Siria dopo che la sua casa era stata colpita da un missile. La sua odissea er arrivare in Grecia, tratto in salvo, al terzo tentativo, dalla guardia costiera, ricorda proprio Ulisse. E il Papa parla anche di Telemaco, il figlio di Ulisse che cerca il padre, si lancia nel mare aperto. «Come per Telemaco, ci sarà chi cercherà di fermarvi. Ci sarà sempre chi vi dirà: “Lascia perdere, non rischiare, è inutile”. Sono gli azzeratori di sogni, i sicari della speranza, gli inguaribili nostalgici del passato. Voi, invece, nutrite il coraggio della speranza, quello che hai avuto tu, Aboud. Come si fa? Attraverso le vostre scelte. Scegliere è una sfida. È affrontare la paura dell’ignoto, è uscire dalla palude dell’omologazione, è decidere di prendere in mano la vita». Ma, per fare scelte giuste, può fare da guida ricordare una cosa: «Le buone decisioni riguardano sempre gli altri, non solo sé stessi. Ecco le scelte per cui vale la pena rischiare, i sogni da realizzare: quelli che richiedono coraggio e coinvolgono gli altri. Questo vi auguro: con l’aiuto di Dio, Padre che vi ama, abbiate il coraggio della speranza. E sperate sempre insieme».

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