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Il Papa ai più emarginati: "Vengo da voi come i pastori di Betlemme"

12/07/2015  A Banado Norte, uno dei quartieri più poveri di Asuncion, papa Francesco dialoga con gli abitanti. "La vostr lotta no vi ha tolto il sorriso e la speranza", dice loro. E li sprona a rafforzare la solidarietà e l'accoglienza. L'omelia integrale della messa

«Vengo da voi come i pastori di Betlemme. Voglio farmi prossimo. Voglio benedire la vostra fede, benedire le vostre mani, benedire la vostra comunità». Papa Francesco, nella baraccopoli di Banado Norte, uno dei quartieri più poveri e degradati di Asuncion si ferma davanti a una delle 13 cappelline che fanno capo alla parrocchia dei gesuiti intitolata alla “Sagrada familia”, ascolta le testimonianze che descrivono la situazione «di un popolo che vive nell'esclusione: bambini e bambine di strada, padri senza lavoro, donne vittime di violenza e giovani senza orizzonti per la mancanza di opportunità per studiare e lavorare, donne anziane gravemente inferme che non hanno i soldi per le medicine» e spiega che tutto ciò gli ricorda proprio la famiglia di Betlemme: «Ascoltare le vostre storie e tutto quello che avete realizzato per stare qui, tutte le lotte che avete fatto per avere una vita degna, un tetto, tutto quello che fate per superare l'inclemenza del tempo, le inondazioni di queste ultime settimane, tutto  mi riporta alla memoria la piccola famiglia di Betlemme. Quella giovane coppia  ci ha regalato Gesù. Erano soli, in una terra estranea, loro tre. All'improvviso iniziarono ad apparire dei pastori. Persone come loro che avevano dovuto lasciare la propria realtà  allo scopo di trovare migliori opportunità familiari. La loro vita era legata alle inclemenze del tempo e di altro genere». Ma quando si resero conto della nascita di Gesù i pastori si avvicinarono, si fecero prossimi: «Questo è ciò che accade quando Gesù appare nella nostra vita», dice papa Francesco. Che aggiunge: «La lotta non vi ha rubato il sorriso, la gioia, la speranza, non vi ha tolto la solidarietà, al contrario, l'ha stimolata, l'ha fatta crescere».
E di solidarietà, di accoglienza il papa ha parlato anche nella omelia della messa celebrata a Nu Guazu di Asuncion davanti a una folla sterminata. «Dobbiamo tenere aperte le nostre porte, soprattutto quelle del cuore», ha commentato il Papa, spiegando che nessuno può essere obbligato ad accoglierci, ma che nessuno può obbligare noi a non accogliere l’altro.  (leggi l'omelia integrale)

(Omelia integrale)

“Il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”, così dice il Salmo (cfr 84,13). Questo siamo invitati a celebrare, quella misteriosa comunione tra Dio e il suo Popolo, tra Dio e noi. La pioggia è segno della sua presenza nella terra lavorata dalle nostre mani. Una comunione che dà sempre frutto, dà sempre vita. Questa fiducia scaturisce dalla fede, sapere che possiamo contare sulla sua grazia, che sempre trasformerà e irrigherà la nostra terra.
Una fiducia che si impara, che si educa. Una fiducia che si va formando nel seno di una comunità, nella vita di una famiglia. Una fiducia che diventa testimonianza nei volti di tanti che ci stimolano a seguire Gesù, ad essere discepoli di Colui che non delude mai. Il discepolo si sente invitato a fidarsi, si sente invitato da Gesù ad essergli amico, a condividere il suo destino, a condividere la sua vita. «Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). I discepoli sono coloro che imparano a vivere nella fiducia dell’amicizia.
Il Vangelo ci parla di questo discepolato. Ci presenta la carta d’identità del cristiano. La sua lettera di presentazione, le sue credenziali.
Gesù chiama i suoi discepoli e li invia dando loro regole chiare e precise. Li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono
BOLLETTINO N. 0567 - 12.07.2015 4
sembrare esagerati o assurdi; atteggiamenti che sarebbe più facile leggere simbolicamente o “spiritualmente”. Ma Gesù è molto preciso, è molto chiaro. Non dice loro: «Fate in qualche modo» o «fate quello che potete».
Ricordiamoli insieme: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio” (cfr Mc 6,8-11). Sembrerebbe qualcosa di impossibile.
Potremmo concentrarci sulle parole «pane», «denaro», «borsa», «bastone», «sandali», «tunica». E sarebbe legittimo. Ma mi sembra che ci sia una parola-chiave, che potrebbe passare inosservata. Una parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù, come buon maestro, pedagogo, li invia a vivere l’ospitalità. Dice loro: “Rimanete dove vi accoglieranno”. Li manda ad imparare una delle caratteristiche fondamentali della comunità credente. Potremmo dire che il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, ad accogliere. Per questo teniamo le porte aperte, soprattutto quelle del cuore.
Gesù non li invia come potenti, come proprietari, capi, carichi di leggi, norme; al contrario, indica loro che il cammino del cristiano è trasformare il cuore. Imparare a vivere in un altro modo, con un’altra legge, sotto un’altra normativa. E’ passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere, del prendersi cura.
Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita, la missione.
Quante volte pensiamo la missione sulla base di progetti o programmi. Quante volte immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma imparando ad ospitare.
La Chiesa è la madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa, come l'ha voluta Gesù, è la casa dell’ospitalità. Quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare il linguaggio dell’ospitalità, dell’accoglienza! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto.
Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero (cfr Mt 25,34-37), con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra è così ricca. Ospitalità con il peccatore.
Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e “mangia” la nostra vitalità: la solitudine. Solitudine che può avere molte cause, molti motivi. Quanto distrugge la vita e quanto ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò, quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre, perché «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
In questo modo Gesù, ci apre ad una nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza.
Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita e alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, del dono. È definitivamente un nuovo orizzonte, è definitivamente una nuova Parola per tante situazioni di esclusione, di disgregazione, di chiusura, di isolamento. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine.

E quando siamo stanchi o ci diventa pesante l’evangelizzazione, è bene ricordare che la vita che Gesù ci offre risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 265).
Una cosa è certa: non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, luoghi dove ci sono i cristiani, come veri centri di incontro tra noi e Dio.
La Chiesa è madre, come Maria. In lei abbiamo un modello. Accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata, l’ha portata in grembo e l’ha donata.
Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare.
Così vogliamo essere noi cristiani, così vogliamo vivere la fede in questo suolo paraguaiano, come Maria, accogliendo la vita di Dio nei nostri fratelli con fiducia, con la certezza che: “Il Signore ci darà la pioggia e la nostra terra darà il suo frutto”.

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