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giovedì 23 settembre 2021
 
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Il Papa ai religiosi: «Mordetevi la lingua prima di sparlare e non perdete il senso dell'umorismo»

02/02/2021  Francesco celebra la Messa della Candelora nella Giornata della Vita consacrata: «La vita comunitaria è anche un purgatorio. Il chiacchiericcio la distrugge e l’unico rimedio è lo humour. Abbiamo bisogno della pazienza che viene da Dio per non restare prigionieri della lamentela»

Prima della benedizione finale papa Francesco parla a braccio e si rivolge direttamente ai religiosi per ringraziarli e racconta loro un aneddoto: «Una giovane religiosa appena iniziato il noviziato va dalla consorella più anziana del convento, una santa, e le dice: “Questo, madre, è il paradiso!”. E l’anziana ribatte: “Tranquilla, arriverà il purgatorio”». La vita religiosa «è anche un purgatorio», afferma con estremo realismo il Pontefice che offre due indicazioni, dice, «per andare avanti: la prima è di fuggire dal chiacchiericcio che uccide la vita comunitaria. Non bisogna sparlare degli altri. Alle volte questo sparlare viene dal cuore, dall’invidia, da tanti peccati capitali che abbiamo dentro. “Ma padre”, mi si chiede spesso, “non ci sarà qualche medicina per questo: la preghiera, la bontà?”. Sì, una medicina c’è: morditi la lingua prima di sparlare degli altri, così la lingua si gonfia, riempie la bocca e non puoi più parlare».

Francesco ricorda che nella «vita in comunità ci sono tante cose che non vanno bene, dal superiore, al consultore, sempre abbiamo cose che non ci piacciono ma», avverte, «non dovete perdere il senso dell’umorismo. Questo ci aiuta tanto, è l’anti-chiacchiericcio: saper ridere di se stessi, delle situazioni, anche degli altri ma di buon cuore. Questo», dice, «non è un consiglio troppo clericale ma è umano per portare avanti la vita religiosa con pazienza. Grazie a voi per quello che fate e per la testimonianza che offrite, per le vostre difficoltà con cui andate avanti, coraggio, il Signore è più grande e ci vuole bene, andiamo dietro a lui».

All’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, papa Francesco presiede la celebrazione eucaristica nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio, che si celebra quaranta giorni dopo il Natale, in cui ricorre la venticinquesima Giornata della Vita Consacrata e per questo c’è una rappresentanza di religiose e religiosi, molto più ridotta, a causa della pandemia, rispetto alla celebrazione degli scorsi anni.

La Messa inizia al buio, poi l'ingresso in processione di Francesco che, come tutti i presenti, tiene in mano un cero acceso. Solo dopo la benedizione delle candele, simbolo della luce che è Cristo, e l'aspersione dei fedeli con l'acqua benedetta, il Papa raggiunge l'altare della Cattedra e poco prima di dare inizio alla liturgia della Parola, la luce torna a illuminare la Basilica di San Pietro.

Il brano del Vangelo di Luca proposto dalla liturgia, descrive le reazioni dell’anziano Simeone, uomo giusto, e della profetessa Anna, di fronte al bambino Gesù portato al Tempio da Maria e Giuseppe. «Dio», dice il Papa all’omelia, «non viene in eventi straordinari, ma compie la sua opera nell'apparente monotonia delle nostre giornate, nel ritmo a volte stancante delle attività, nelle piccole cose che con tenacia e umiltà portiamo avanti cercando di fare la sua volontà. Con la sua pazienza - afferma San Paolo - Egli ci “spinge alla conversione”. Mi piace ricordare Romano Guardini, che diceva: la pazienza è un modo con cui Dio risponde alla nostra debolezza, per donarci il tempo di cambiare», ha proseguito nell'omelia. Questo, prosegue Bergoglio, «è il motivo della nostra speranza: Dio ci attende senza stancarsi mai. Quando ci allontaniamo ci viene a cercare, quando cadiamo a terra ci rialza, quando ritorniamo a Lui dopo esserci perduti ci aspetta a braccia aperte. Il suo amore non si misura sulla bilancia dei nostri calcoli umani, ma ci infonde sempre il coraggio di ricominciare. Ci insegna la resilienza, il coraggio di ricominciare, sempre, dopo le cadute, il ricominciare».

Francesco si sofferma sulla pazienza che, avverte, «non è la semplice tolleranza delle difficoltà o una sopportazione fatalista delle avversità. La pazienza non è segno di debolezza: è la fortezza d'animo che ci rende capaci di “portare il peso” dei problemi personali e comunitari, ci fa accogliere la diversità dell'altro, ci fa perseverare nel bene anche quando tutto sembra inutile, ci fa restare in cammino anche quando il tedio e l'accidia ci assalgono».

Ai rappresentanti degli Ordini religiosi presenti, maschili e femminili, il Papa indica «tre “luoghi” in cui la pazienza si concretizza».

Il primo, «è la nostra vita personale», afferma, facendo riferimento alle «delusioni e frustrazioni» nella vita dei consacrati: «A volte, all'entusiasmo del nostro lavoro non corrisponde il risultato sperato, la nostra semina sembra non produrre i frutti adeguati, il fervore della preghiera si affievolisce e non siamo più immunizzati contro l'aridità spirituale». «Può capitare, nella nostra vita di consacrati - ha proseguito -, che la speranza si logori a causa delle aspettative deluse». Secondo il Papa, «dobbiamo avere pazienza con noi stessi e attendere fiduciosi i tempi e i modi di Dio: Egli è fedele alle sue promesse. Ricordare questo ci permette di ripensare i percorsi e rinvigorire i nostri sogni, senza cedere alla tristezza interiore e alla sfiducia. La tristezza interiore, per noi consacrati, è un “verme” che ci mangia da dentro: uscite dalla tristezza interiore».

Il secondo luogo in cui la pazienza si concretizza è «la vita comunitaria. Le relazioni umane, specialmente quando si tratta di condividere un progetto di vita e un'attività apostolica, non sono sempre pacifiche», sottolinea, «a volte nascono dei conflitti e non si può esigere una soluzione immediata, né si deve giudicare frettolosamente la persona o la situazione: occorre saper prendere le giuste distanze, cercare di non perdere la pace, attendere il tempo migliore per chiarirsi nella carità e nella verità». Per il Pontefice, «nelle nostre comunità occorre questa pazienza reciproca: sopportare, cioè portare sulle proprie spalle la vita del fratello o della sorella, anche le sue debolezze e i suoi difetti. Ricordiamoci questo: il Signore non ci chiama ad essere solisti, ce ne sono tanti nella Chiesa, lo sappiamo, ma ad essere parte di un coro, che a volte stona, ma sempre deve provare a cantare insieme».

Infine, il terzo «luogo» indicato dal Papa è «la pazienza nei confronti del mondo. Abbiamo bisogno di questa pazienza, per non restare prigionieri della lamentela, alcuni sono maestri nelle lamentele, sono dottorati nelle lamentele, sono bravissimi nelle lamentele: “il mondo non ci ascolta più”, “non abbiamo più vocazioni”, “viviamo tempi difficili”». A volte, continua il Papa, «succede che alla pazienza con cui Dio lavora il terreno della storia e del nostro cuore, noi opponiamo l'impazienza di chi giudica tutto subito. E così perdiamo quella virtù, piccola ma la più bella, la speranza. Ho visto tanti consacrati e consacrate che perdono la speranza».

Il Papa invita tutte le persone consacrate a farsi un esame di coscienza alla luce delle cose dette che suonano come «sfide per la nostra vita», una vita che non può rimanere ferma. C’è «bisogno della coraggiosa pazienza di camminare», ascoltando i suggerimenti dello Spirito Santo, conclude il Papa, che invita a chiedere a Dio la pazienza di Simeone «perché anche i nostri occhi possano vedere la luce della salvezza e portarla al mondo intero».

Al termine della celebrazione è il cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, a rivolgere un indirizzo di saluto a papa Francesco: «Quest'anno la nostra celebrazione eucaristica è spoglia dei segni e dei volti gioiosi che la illuminavano negli anni precedenti, eppure sempre espressione di quella gratitudine feconda che caratterizza le nostre vite», dice, «il distanziamento fisico che la pandemia ci ha imposto non può separarci. Seguiamo da mesi le notizie che giungono dalle comunità delle diverse nazioni. Esse parlano di smarrimento, di contagi, di morti, di difficoltà umane ed economiche, di paure, di Istituti che diminuiscono di numero... Ma parlano anche di fedeltà provata dalla sofferenza, di coraggio, di testimonianza serena pur nel dolore e nell'incertezza, di condivisione di ogni affanno e di ogni ferita, di cura e vicinanza agli ultimi, di carità e di servizio a costo della vita, come Lei ci ha ricordato in Fratelli tutti. Con la benedizione del Signore - ha proseguito - stiamo imparando a passare dall’io al noi, consapevoli “di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”, come Lei ci ha detto venerdì 27 marzo 2020, all'inizio di questa pandemia».

Il cardinale Braz de Aviz ricorda che «vogliamo continuare ad essere con Gesù i samaritani di questi giorni, superando la tentazione di ripiegarsi e piangere su di sé, o di chiudere gli occhi dinanzi al dolore, alle sofferenze, alle povertà di tanti uomini e donne, di tanti popoli». Per questo, aggiunge, «abbiamo invitato tutte le consacrate e i consacrati negli Istituti religiosi, monastici, contemplativi, negli Istituti secolari, nei nuovi Istituti, membri dell'Ordo virginum, eremiti, membri delle Società di vita apostolica, a prendere in mano l'enciclica Fratelli Tutti, a leggerla e a far rinascere in noi un'aspirazione mondiale alla fraternità, a sognare insieme affinché di fronte a diversi modi di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale».

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