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Francesco alla facoltà di Medicina dell'Università Cattolica: «Facciamo memoria anche dei momenti più sofferti»

05/11/2021  «Ci fa bene alimentare la memoria di chi ci ha amato, ci ha curato, risollevato. Io vorrei rinnovare oggi il mio “grazie” per le cure e l’affetto che ho ricevuto qui». Il Pontefice parla della «terapia del ricordo», fondamentale in questo tempo: «Ricordare significa andare dritti al cuore: non per intristirci, ma per non dimenticare, e per orientarci nelle scelte alla luce di un passato molto recente».

Francesco con il rettore dell'Università Cattolica Franco Anelli e con l'assistente ecclesiastico monsignor Claudio Giuliodori.
Francesco con il rettore dell'Università Cattolica Franco Anelli e con l'assistente ecclesiastico monsignor Claudio Giuliodori.

Una manina giocherella con i capelli di una mamma. Un vagito accompagna la preghiera eucaristica. Una lacrima scende senza freno quando Francesco parla del sentirsi fragili, imponenti, davanti al male. «Nonostante tanti meravigliosi progressi…quante malattie rare e ignote!..Quanta fatica a stare dietro alle patologie, alle strutture di cura, a una sanità che sia davvero come dev’essere, per tutti. Potremmo scoraggiarci. Per questo abbiamo bisogno di conforto». Il Papa è tornato al Policlinico Gemelli, dove è stato operato nel luglio scorso, per celebrare una messa in occasione dei 60 anni della Facoltà di medicina e chirurgia. Nel prato antistante la Facoltà studenti, medici, operatori, pazienti, religiose. E i due cori dell’Ateneo- quello degli studenti della sede di Roma e il coro del personale del Policlinico Gemelli- che nell’occasione hanno unito le loro voci.

Prima della celebrazione l’assistente ecclesiastico, monsignor Claudio Giuliodori, ricorda lo speciale legame dei papi con la struttura «a partire dall’augurio formulato da san Giovanni XXIII il giorno dell’inaugurazione: “Questa Facoltà di medicina fiorisca, cresca e sia stimata; qui risieda quanto c’è di alto, puro e bello; qui si educhino e si formino numerosi ed eccellenti medici”» e a seguire numerosi incontri con san Paolo VI e i diversi discorsi e ricoveri di san Giovanni Paolo II, fino a Francesco, sentito «particolarmente vicino ai malati e al personale dell’ospedale» durante i giorni del ricovero.

Un affetto che il Papa ricambia, quando nell’omelia, dedicata al nome dell’Università, il Sacro Cuore di Gesù, declina la riflessione su tre parole - ricordo, passione, conforto – e commenta: « Ri-cordare significa “ritornare al cuore, ritornare con il cuore”. Ri-cordare… Senza memoria si perdono le radici e senza radici non si cresce. Ci fa bene alimentare la memoria di chi ci ha amato, ci ha curato, risollevato. Io vorrei rinnovare oggi il mio “grazie” per le cure e l’affetto che ho ricevuto qui». Francesco parla della «terapia del ricordo», fondamentale in questo tempo: «Fare memoria anche dei periodi più sofferti: non per intristirci, ma per non dimenticare, e per orientarci nelle scelte alla luce di un passato molto recente». Il Cuore di Gesù, spiega, «guarisce la nostra memoria perché la riporta all’affetto fondante, ci ricorda che, qualunque cosa ci capiti nella vita, siamo amati».

Memoria e poi passione. Perché quella al Sacro Cuore non è una pia devozione per «un’immaginetta tenera che suscita affetto. È un cuore appassionato – basta leggere il Vangelo –, un cuore ferito d’amore, squarciato per noi sulla croce».È la passione di Dio «per l’uomo», con uno stile di «vicinanza, compassione e tenerezza». Se vogliamo amare davvero Dio, dice il Papa, «dobbiamo appassionarci dell’uomo, di ogni uomo, soprattutto di quello che vive la condizione in cui il Cuore di Gesù si è manifestato, cioè il dolore, l’abbandono, lo scarto». La Chiesa «prima di avere parole da dire, custodisca un cuore che pulsa d’amore. Prima di parlare, che impari a custodire il cuore nell’amore».

Infine conforto. «Il Cuore di Gesù batte per noi ritmando sempre quelle parole: “Coraggio, coraggio, non avere paura, io sono qui!”». Francesco invoca la grazia «di essere capaci a nostra volta di consolare», una grazia che va chiesta, «mentre ci impegniamo con coraggio ad aprirci, aiutarci, portare gli uni i pesi degli altri. Vale anche per il futuro della sanità, in particolare della sanità “cattolica”: condividere, sostenersi, andare avanti insieme».

Al Papa, tra i vari doni, è stata data un’opera bronzea del maestro Federico Severino, che rappresenta proprio il Sacro Cuore. La dedicazione al Sacro Cuore è un tratto peculiare dell’Ateneo, fortemente voluta da padre Agostino Gemelli e da Armida Barelli (che il 30 aprile 2022 sarà beatificata nel duomo di Milano) ed è stata espressa fin dall’inizio anche con la pratica dell’adorazione eucaristica, a significare e ricordare a tutti che davvero “in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza”.

Nel saluto finale il rettore della Cattolica, il professor Franco Anelli, ha ricordato che la celebrazione cade nell’anno del centenario della fondazione dell’Ateneo. Con l’avvio dei corsi di medicina giungeva infatti a compimento il progetto originario di padre Gemelli. «Per lui, medico, l’Università dei cattolici italiani non poteva non ospitare una facoltà dedicata agli studi e alla pratica della medicina. Impresa ardua, ma indispensabile, perché, con questo gesto, il nostro fondatore sembra dirci che tutta la nostra opera di studio e insegnamento, in qualsiasi facoltà, deve guardare alle persone con la stessa cura che i medici riservano ai sofferenti: l’esperienza universitaria è infatti un’esperienza di prossimità».

 

 

 
 
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