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l'udienza
 

Il Papa all'Acec: «Audacia e creatività per non diventare dei musei»

09/12/2019  Il cinema, come ogni altra espressione artistica, rivela la singolarità dell’essere umano, la sua interiorità: "Quando un artigiano modella la sua opera, lo fa integrando testa, cuore e mani secondo un disegno chiaro e definito”. Lo ha ricordato Francesco sabato 7 dicembre ai membri dell’Associazione cattolica esercenti cinema-sale della comunità (Acec), in occasione del 70° anniversario di fondazione.

L’audacia nella creatività di fronte ai cambiamenti sociali e tecnologici, l’attenzione alla visione intesa anche come sguardo che può provocare le coscienze e aprire spiragli nell’animo umano, e poi l’interpretazione del senso del cinema come strumento di comunione e di aggregazione sociale nonché come scuola di umanesimo. Sono questi i tre “compiti” che papa Francesco ha affidato sabato 7 dicembre ai rappresentanti dell’Acec, associazione cattolica esercenti cinematografici e ai tanti volontari e responsabili di alcune delle 800 sale di comunità presenti sul territorio nazionale, che si sono riuniti a Roma per celebrare il settantesimo anno di vita dell’associazione.

“La visione di un’ opera cinematografica - ha detto il Pontefice -  può aprire degli spiragli nell’animo umano. Tutto è connesso all’intenzionalità posta nella visione, che non è semplice esercizio oculare, ma qualcosa di più. È lo sguardo posto sulla realtà. Lo sguardo provoca le coscienze, per questo, lasciamoci interrogare come è il nostro sguardo? È uno sguardo che comunica comunione, creatività, emozioni? Sono riflessioni non banali che vi invito ad approfondire.” Il Papa ha poi invitato i presenti a non dimenticare il grande ruolo di aggregazione del cinema, ad esempio nel dopoguerra e ha sottolineato come proprio gli italiani non devono dimenticare che sono eredi di grandi registi che hanno fatto del cinema una scuola di umanesimo che costruisce relazioni più che intrattenere e ha esortato i presenti a vivere la passione del cinema con senso e stile ecclesiale per non cadere nell’autoreferenzialità e nell’individualismo che sempre uccidono.   

Ma il clima che si respirava nei giorni scorsi durante i lavori (ovvero dibattiti, proiezioni di anteprime e confronto) che hanno riunito a Roma esercenti e volontari delle sale di comunità da tutta italia, era tutt’altro che autoreferenziale, sembrava piuttosto di arrivare in una grande famiglia. Era un po’ come stare al cinema tutti insieme. E si sentiva anche il buon profumo di popcorn tipico della domenica pomeriggio e dello spettacolo dal vivo. Perché nelle sale di comunità, nelle sale di parrocchia per intenderci che sono circa 800 realtà nate in zone di periferia o in comuni sotto i 10 mila abitanti, non si fa solo cinema, ma anche incontri con registi e autori, spettacolo dal vivo ed eventi. Certo, la programmazione cinematografica è l’attività principale ma non l’unica. E soprattutto, spesso, come hanno raccontato i protagonisti, la parte importante, quella relazionale, arriva dopo la proiezione quando si chiacchiera tutti insieme, si trova il modo di fare un dibattito sul film o di bere un bicchiere al buffet che alcune realtà organizzano dopo la proiezione. Come ha detto don Adriano Bianchi, presidente Acec,“siamo solo ai primi 70 anni di attività, da quel 18 maggio 1949 giorno in cui siamo nati ci siamo preoccupati non tanto di far sopravvivere quelle che gloriosamente un tempo abbiamo celebrato come sale parrocchiali ma di farle vivere come esperienza di dialogo, confronto crescita e annuncio. Luoghi dove coltivare più le domande che le risposte in uno stile di amicizia e simpatia per tutti”.

E la formula si sta dimostrando vincente. Nei numeri degli ingressi che crescono rispetto allo scorso anno e nella vitalità dei contesti, pur tra tante difficoltà. Lo ha sottolineato anche Francesco Rutelli, presidente Anica, intervenuto alla tre giorni dell’Acec che con entusiasmo ha detto come le sale di comunità con la loro rete di relazioni vadano controcorrente rispetto ad una società che si sta slabbrando  e come la coesione e la creazione di comunità sono proprio il grande valore aggiunto che queste sale veicolano assieme allo spettacolo del cinema e delle rappresentazioni dal vivo. Tra gli altri è intervenuto anche Gianpaolo Letta di Medusa che ha detto come le sale di comunità  sono ancora oggi, una grande risorsa anche per i distributori oltre che per i produttori, per la loro valenza sociale e la capacità che hanno di intercettare diversi pubblici in diverse zone della città che spesso non servite dalle multisala che per loro caratteristica non sono generalmente lontane dai centri cittadini. Per dirla con le parole di Elide, 18 anni giovane volontaria che in una sala di busto Garolfo, nella parrocchia dei santi salvatore e margherita, ci è cresciuta da quando aveva 9 anni e andava ad aiutare la mamma, volontaria anche lei: “non siamo sale di serie B come qualcuno ci vuole far credere, anzi nelle nostre sale c’è qualcosa di più perché non è solo cinema ma anche amicizia e famiglia”.

 

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