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sabato 31 luglio 2021
 
Il Papa alla Cei
 

«Siate sobri e umili», i preti secondo Francesco

16/05/2016  Jorge Mario Bergoglio apre l'assemblea dei vescovi italiani affrontando il tema del rinnovamento del clero. E indica le piste di discussione: no alle «ambizioni di carriera e potere», il sacerdote deve essere «scalzo rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa»

Un uomo dalla triplice appartenenza: al Signore, alla Chiesa, al Regno. E che non ha «ambizioni di carriera e potere», che «è scalzo rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa». Papa Francesco apre i lavori della 69esima assemblea della Cei e spiega qual è il segreto dei presbiteri: «Quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l'esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù».

Il Papa, per sua stessa ammissione, non vuole dare ricette pronte ai vescovi italiani che si stanno interrogando da tempo sulla formazione del clero. Piuttosto li vuole in ascolto perché, dalle risposte a tre domande essenziali, derivino poi le proposte formative. «Che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per che cosa impegna il suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi?», chiede il Papa rispetto alla figura del presbitero.

Non è tenero il discorso di Bergoglio. Puntualizza che il presbitero «non cerca assicurazioni terrene e titoli onorifici che portano a confidare nell'uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi».

Papa Francesco parla dei laici e della capacità che devono avere i preti di fare comunità, di valorizzare la partecipazione di ciascuno. «In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l'attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale». Francesco delinea la figura di un prete che appartiene alla Chiesa, che appartiene al popolo, che non è autoreferenziale e che sa non di avere una missione da compiere, ma «di essere strutturalmente un missionario».

Non ha paura, Bergoglio, di puntare il dito contro i «narcisismi» e le «gelosie clericali» che possono vincersi nel «cenacolo del presbiterio» quando «questa esperienza non è vissuta in maniera occasionale, né in forza di una collaborazione strumentale». Nel presbiterio possono crescere «stima, sostegno e benevolenza reciproca. Nel camminare insieme di presbiteri, diversi per età e sensibilità, si spande un profumo di profezia che stupisce e affascina. La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia».

Non c'è rinnovamento della formazione, insiste inoltre Bergoglio, se non si affronta anche il capitolo delle strutture e dei beni economici: «In una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio», esorta papa Francesco.

E, infine, rispondendo alla domanda su quale sia la ragione ultima del donarsi, Francesco confessa di sentire «tristezza» per «coloro che nella vita stanno sempre un po' a metà, con il piede alzato! Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci... Sono i più infelici».

Il prete, invece, nella visione di Francesco, è uno che sa stare fino in fondo nelle situazioni, che accompagna, che non giudica sapendo di essere lui per primo «un paralitico sanato» e che proprio perché ha sperimentato la salvezza di Dio può portarla agli altri. Spendendosi senza misura, perché il presbitero, conclude il Papa «invece, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura. Ma – lui lo sa – non potrebbe fare diversamente: ama la terra, che riconosce visitata ogni mattino dalla presenza di Dio. È uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti».

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