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sabato 28 maggio 2022
 
Fame e migrazioni
 

Il Papa alla Fao: "La fame non è una malattia incurabile"

16/10/2017  Bergoglio interviene alla Fao per la Giornata mondiale dell'alimentazione e spiega che fame e migrazioni sono legate. Per affrontare il problema occorre andare alle radici che sono i conflitti e i cambiamenti climatici

Una statua in marmo bianco dove il piccolo Aylan, il profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum, in Turchia, nell’ottobre del 2015, viene vegliato da un angelo. Il bimbo, ne ricorderete l’immagine in maglietta rossa e pantaloncini blu riverso sulla rena, simbolo di un intero popolo in fuga dalla Siria, sarà memoria per la Fao e per tutti dell’urgenza di “Cambiare il futuro della migrazione. Investire nella sicurezza alimentare e nello sviluppo rurale”, come recita il tema di questa Giornata mondiale dell’alimentazione.

Papa Francesco parla ai grandi del mondo, impegnati a raggiungere l’obiettivo di azzerare la fame entro il 2030. E regala la scultura, opera dell’artista trentino Luigi Prevedel, che da oggi sarà nell’atrio della Fao di Roma.

 

 

Un lungo discorso il suo, in cui ha messo in relazione le migrazioni con il tema della fame ricordando il motivo per cui la Fao fu istituita nel 1945. «Era quello un periodo di grave insicurezza alimentare e di grandi spostamenti di popolazione, con milioni di persone alla ricerca di luoghi in cui poter sopravvivere alle miserie e alle avversità causate dalla guerra», ha detto Bergoglio. «Dunque, riflettere su come la sicurezza alimentare può incidere sulla mobilità umana significa ripartire dall’impegno per cui la Fao è nata, per rinnovarlo. La realtà odierna domanda una maggiore responsabilità a tutti i livelli non solo per garantire la produzione necessaria o l’equa distribuzione dei frutti della terra – questo dovrebbe essere scontato – ma soprattutto per tutelare il diritto di ogni essere umano a nutrirsi a misura dei propri bisogni, partecipando altresì alle decisioni che lo riguardano e alla realizzazione delle proprie aspirazioni, senza doversi separare dai propri cari».

Francesco ha denunciato che oggi, nonostante tutti i progressi, «la morte per fame o l’abbandono della propria terra è notizia quotidiana, che rischia di provocare indifferenza. E’ urgente dunque trovare nuove strade, per trasformare le possibilità di cui disponiamo in una garanzia che consenta a ogni persona di guardare al futuro con fondata fiducia e non solo con qualche desiderio».

I nuovi traguardi della scienza e della tecnica «non riescono ad eliminare l’esclusione di gran parte della popolazione mondiale: quante sono le vittime della malnutrizione, delle guerre, dei cambiamenti climatici? Quanti mancano del lavoro e dei beni essenziali e si vedono costretti a lasciare la loro terra, esponendosi a molte e terribili forme di sfruttamento?».

Il Papa sottolinea la «relazione tra fame e migrazioni» e spiega che, per affrontare il problema occorre andare alle sue radici. Che sono «i conflitti e i cambiamenti climatici».

Sui primi Bergoglio ricorda che «il diritto internazionale ci indica i mezzi per prevenirli o risolverli rapidamente, evitando che si prolunghino e producano carestie e la distruzione del tessuto sociale. Pensiamo alle popolazioni martoriate da guerre che durano ormai da decenni e che potevano essere evitate o almeno fermate, e invece propagano i loro effetti disastrosi tra cui l’insicurezza alimentare e lo spostamento forzato di persone. Occorrono buona volontà e dialogo per frenare i conflitti, e bisogna impegnarsi a fondo per un disarmo graduale e sistematico, previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, come pure per porre rimedio alla funesta piaga del traffico delle armi. A che vale denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?».

Sui cambiamenti climatici sottolinea che «ne vediamo tutti i giorni le conseguenze. Grazie alle conoscenze scientifiche, sappiamo come i problemi vanno affrontati; e la comunità internazionale è andata elaborando anche strumenti giuridici necessari, come per esempio l’Accordo di Parigi, dal quale, però, alcuni si stanno allontanando. Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto. E’ pertanto necessario lo sforzo per un consenso concreto e fattivo se si vogliono evitare effetti più tragici, che continueranno a gravare sulle persone più povere e indifese. Siamo chiamati a proporre un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi che, per quanto riguarda gli alimenti, vedono perdite e sprechi crescenti. Non possiamo rassegnarci a dire “ci penserà qualcun altro”.».

La fame, rassicura il Papa, non è una malattia incurabile. «Le stime recenti fornite dai vostri esperti prevedono un rialzo della produzione globale di cereali, a livelli che consentono di dare maggiore consistenza alle riserve mondiali. Questo lascia ben sperare e fa capire che, se si opera stando attenti ai bisogni e contrastando le speculazioni, i risultati non mancano. Infatti, le risorse alimentari non di rado vengono lasciate in balìa della speculazione, che le misura solamente in funzione della prosperità economica dei grandi produttori o in relazione alla potenzialità di consumo e non alle esigenze reali delle persone. E così si favoriscono i conflitti e gli sprechi, e aumentano le file degli ultimi della terra che cercano un futuro fuori dai loro territori di origine».

Bisogna cambiare rotta introducendo nel linguaggio della «cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia».

Le istituzioni e le diplomazie devono alimentare questo «principio di umanità» sapendo che «mare vuol dire contribuire affinché ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare. Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo, e nell’adottare politiche che non aggravino la situazione delle popolazioni meno avanzate o la loro dipendenza esterna. Amare significa non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario».

Solo affrontando questa questione sarà possibile anche una migliore gestione della mobilità umana. «Prestiamo ascolto», conitnua papa Francesco, «al grido di tanti nostri fratelli emarginati ed esclusi: “Ho fame, sono forestiero, nudo, malato, rinchiuso in un campo profughi”. È una domanda di giustizia, non una supplica o un appello di emergenza. È necessario un ampio e sincero dialogo a tutti i livelli perché emergano le soluzioni migliori e maturi una nuova relazione tra i diversi attori dello scenario internazionale, fatta di responsabilità reciproca, di solidarietà e di comunione. Il giogo della miseria generato dagli spostamenti spesso tragici dei migranti, può essere rimosso mediante una prevenzione fatta di progetti di sviluppo che creino lavoro e capacità di riposta alle crisi climatiche e ambientali. La prevenzione costa molto meno degli effetti provocati dal degrado dei terreni o dall’inquinamento delle acque, effetti che colpiscono le zone nevralgiche del pianeta dove la povertà è la sola legge, le malattie sono in crescita e la speranza di vita diminuisce».

(Foto in alto: Reuters)

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