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sabato 24 febbraio 2024
 
Vaticano
 

Il Papa: «Attenti alla lebbra del cuore che ci rende insensibili alle sofferenze degli altri»

11/02/2024  Francesco ricorda che dobbiamo lasciarci toccare da Cristo per essere sanati e toccare gli altri portando loro la carità del Padre, vincendo paura, pregiudizi e falsa religiosità. E al termine della messa abbraccia il presidente argentino che lo aveva criticato durante la campagna elettorale

Paura, pregiudizio, falsa religiosità. Papa Francesco spiega il Vangelo del giorno e ricorda che, oggi come allora, si ha paura del lebbroso e lo si emargina. Perché si teme il contagio, ma anche perché si ritiene che, in fondo, quella sia una punizione divina per qualche colpa commessa, «e allora», questo il pregiudizio, «se lo merita, ben gli sta!». La «religiosità distorta», poi «alza barriere e affossa la pietà».

Sono queste tre cause di «una grande ingiustizia, tre “lebbre dell’anima” che fanno soffrire un debole, scartandolo come un rifiuto. Fratelli, sorelle, non pensiamo che siano solo cose del passato. Quante persone sofferenti incontriamo sui marciapiedi delle nostre città! E quante paure, pregiudizi e incoerenze, pure tra chi crede e si professa cristiano, contribuiscono a ferirle ulteriormente! Anche nel nostro tempo c’è tanta emarginazione, ci sono barriere da abbattere, “lebbre” da curare». E per farlo dobbiamo seguire l’esempio di Gesù: toccare e guarire. Gesù tocca il lebbroso «pur sapendo che, facendolo, diventerà a sua volta un “rifiutato”. Anzi, paradossalmente, le parti si invertiranno: il malato, quando sarà guarito, potrà andare dai sacerdoti ed essere riammesso nella comunità; Gesù, invece, non potrà più entrare in nessun centro abitato». Gesù avrebbe potuto guarire a distanza, ma invece tocca le nostre ferite, tocca la nostra povertà. «E di fronte alla “lebbra” più grave, quella del peccato, non ha esitato a morire in croce, fuori dalle mura della città, rigettato come un peccatore, per toccare fino in fondo la nostra realtà umana». Anche noi dobbiamo imparare a «fare nostro il suo “tocco”». Certo, «non è facile e dobbiamo vigilare quando nel cuore si affacciano gli istinti contrari al suo “farsi vicino” e al suo “farsi dono”: ad esempio quando prendiamo le distanze dagli altri per pensare a noi stessi, quando riduciamo il mondo alle mura del nostro “star bene”, quando crediamo che il problema siano sempre e solo gli altri... In questi casi stiamo attenti, perché la diagnosi è chiara, è “lebbra dell’anima”: malattia che ci rende insensibili all’amore, alla compassione, che ci distrugge attraverso le “cancrene” dell’egoismo, del preconcetto, dell’indifferenza e dell’intolleranza. Stiamo attenti anche perché, come per le prime macchioline di lebbra, che compaiono sulla pelle nella fase iniziale del male, se non si interviene subito, l’infezione cresce e diventa devastante». La cura è lasciarci toccare da Gesù, lasciarci guarire. «Se ci lasciamo toccare da Lui nella preghiera, nell’adorazione», spiega il Papa, «se gli permettiamo di agire in noi attraverso la sua Parola e i Sacramenti, il suo contatto ci cambia realmente, ci risana dal peccato, ci libera dalle chiusure, ci trasforma al di là di quanto possiamo fare da soli, con i nostri sforzi. Le nostre parti ferite, le malattie dell’anima vanno portate a Gesù: la preghiera fa questo; ma non una preghiera astratta, fatta solo di formule da ripetere, bensì una preghiera sincera e viva, che depone ai piedi di Cristo le miserie, le fragilità, le falsità, le paure».

Non c’è bisogno di gesti eclatanti,  il miracolo della guarigione «avviene principalmente nella carità nascosta di ogni giorno: quella che si vive in famiglia, al lavoro, in parrocchia e a scuola; per strada, negli uffici e nei negozi; quella che non cerca pubblicità e non ha bisogno di applausi, perché all’amore basta l’amore». E se «ci lasciamo toccare da Lui, anche noi, con la forza del suo Spirito, potremo diventare testimoni dell’amore che salva!».

Al termine della messa per la canonizzazione della prima santa argentina il Papa ha anche incontrato avier Gerardo Milei. Con il presidente argentino, che lo aveva duramente criticato durante la campagna elettorale, un grande abbracico che lascia ben sperare per un futuro viagigo del Pontefice nel suo Paese. Sicuramente se ne parlerà enll'udienza prevista mercoledì 12 gennaio.

 
 
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