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venerdì 07 agosto 2020
 
 

«Il Papa ci disse: Voglio un dialogo libero con i ragazzi»

23/12/2014  Padre Vitangelo Denora è delegato per Italia e Albania degli istituti dei gesuiti e uno dei "registi" dell'udienza con Francesco, raccontata nel libro, di cui è curatore, "Francesco, ma tu volevi fare il Papa?": «È un volume che fa vedere la possibilità di un dialogo nuovo tra le generazipni e fa riflettere sulla nuova stagione della Chiesa»

«Questo libro parla delle speranze dei ragazzi, dei loro sogni, delle loro paure e dei loro dubbi. È molto di più di un resoconto dell'incontro, sia pure sorprendente, con papa Francesco. È un libro che dice la possibilità di un dialogo nuovo tra generazioni e che fa riflettere su una nuova stagione della Chiesa».
Padre Vitangelo Carlo Maria Denora è delegato per gli istituti dei Gesuiti d'Italia e Albania e uno dei registi dell'incontro del 7 giugno 2013 tra Bergoglio e circa novemila studenti delle scuole della Compagnia di Gesù: il Leone XIII di Milano, il Massimo di Roma, il Sociale di Torino, il Collegio Sant'Ignazio di Messina, il Pontano di Napoli, il CEI di Palermo e l'Istituto P. Pjeter Meshkalla di Scutari. Denora è anche il curatore del volume Francesco, ma tu volevi fare il papa? dove la copertina, assai poco agiografica, raffigura Bergoglio così come è stato disegnato da un bambino della scuola elementare: volto tondo, sorriso largo e per fratelli tanti cardinali attorno.

Cosa le è rimasto impresso del dialogo tra il Papa e gli studenti?
«Mi ha colpito la freschezza del linguaggio dei ragazzi, l'aria di familiarità, la libertà con cui hanno espresso le loro paure, sogni e desideri. Il protocollo è stato completamente stravolto anche perché il Papa ci aveva già fatto sapere che avrebbe voluto così. Desiderava un incontro spontaneo e diretto, a briglie sciolte. E così è stato».

Cosa si aspettava? 
«Voleva che i ragazzi parlassero con il cuore, con franchezza, facendo le domande che sentivano in quel momento e non quelle che avevano preparato. È questa la magia di quell'incontro. Abbiamo deciso di pubblicare tutti questi materiali anche perché ci siamo resi conto di avere tra le mani qualcosa di davvero prezioso e importante che andava ben oltre l'udienza stessa e raccontava il mondo giovanile in maniera diversa rispetto ai luoghi comuni».

Cosa è emerso?

«In vista dell'incontro abbiamo chiesto a ogni alunno di scrivere un pensiero, una lettera, una poesia. Raccogliendo il materiale, si può vedere come i ragazzi abbiano toccato diversi argomenti, anche spinosi, parlando anche della Chiesa. Non ci aspettavamo che potessero affrontare tutti questi temi con tale freschezza e libertà. Ci hanno offerto di uno spaccato della novità della stagione che stiamo vivendo. Il fatto che si tratta di studenti ci fa anche riflettere sull'importanza della scuola come luogo educativo e d'incontro con le nuove generazioni, un luogo che richiede oggi e senza indugio tutto il nostro impegno civile, sociale, ecclesiale»

Personalmente quali lavori dei ragazzi l'hanno più colpita?
«Anzitutto gli elaborati dei ragazzi della scuola media e dei primi anni delle superiori, l'età della prima adolescenza che è anche quella più tormentata. Poi le domande che esplicitavano i dubbi di fede e quelle in cui chiedono al Papa cosa vuol dire assumersi delle responsabilità davanti a tutti senza avere paura o incertezze. Molto interessanti anche le domande a sfondo sociale dalle quali emerge come i ragazzi abbiano colto una serie di gesti del Papa particolarmente toccanti come l'aver lavato i piedi ad un bambino carcerato o aver rifiutato la mantella d'ermellino».  

E delle risposte del Papa?

«Tutte splendide. Mi è piaciuto molto il richiamo alla politica come forma di carità e che i cristiani non possono “giocare da Pilato”; quando ha detto che nel cammino della vita l'importante non è non cadere ma non “restare caduti” e poi quella bellissima metafora dell'educazione: “un passo una sicurezza, un passo un rischio”. Bisogna puntare sui giovani, anche osando e rischiando. L'educazione come un fatto sociale emerge molto da quell'incontro e fa parte della tradizione dei Gesuiti. Più di tanti discorsi pedagogici o strategie, il segreto e lo scopo dell'educazione è questo: rinnovare le persone e rinnovare il mondo. Infine, il Papa ha usato un linguaggio non verbale molto forte, si è proteso verso alcuni bambini in un'atmosfera di grande libertà. Credo che sia stato il primo incontro nel quale ha parlato così liberamente con i giovani e questo restituisce un po' il senso profondo di questo pontificato e dello stile di comunicazione di Bergoglio e consegna a tutti noi un impegno per il nostro futuro».

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