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mercoledì 06 luglio 2022
 
La riflessione
 

Sulla Comunione a Biden ricordiamo la lezione di Wojtyla

01/11/2021  La riflessione del teologo morale don Mauro Cozzoli sulle accuse dei vescovi conservatori americani al presidente degli Stati Uniti: «Papa Francesco non vuole che l’Eucaristia diventi un mezzo di pressione politica. E Giovanni Paolo II nell’"Evangelium vitae" ricordava che un politico cattolico, quando non può impedire una legge abortista, deve restare in politica e impegnarsi per limitare gli effetti negativi della legge stessa»

don Mauro Cozzoli, 75 anni
don Mauro Cozzoli, 75 anni

di don Mauro Cozzoli,

docente di Teologia Morale della Pontificia Università Lateranense e dell’Accademia Alfonsiana

Il Papa ha detto a Joe Biden, il Presidente degli Stati Uniti – l’ha reso noto lui stesso, uscendo dalla visita in Vaticano di venerdì scorso prima di partecipare al G20 –, che era felice che fosse un buon cattolico e che continuasse a ricevere la Comunione. Dichiarazione di notevole rilievo, tenuto conto dell’impatto divisivo che ha tra i cattolici d’America il suo consenso, o quanto meno la sua non opposizione, a legislazioni abortive.

Biden si professa cattolico praticante. Come ha spiegato la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, la fede di Biden è stata una fonte di forza in varie tragedie che il presidente ha vissuto nella sua vita. Aggiungendo, nel contempo, che Biden accetta l'insegnamento morale della Chiesa sull'aborto, ma non ritiene opportuno trasferirlo come tale nelle leggi dello stato. Di qui la controversia che sta dividendo la comunità cattolica americana sulla “coerenza eucaristica”, che indurrebbe a rifiutare l’Eucaristia a chi in politica ammette leggi pro aborto.

In tema di aborto l’insegnamento della Chiesa è preciso: l’aborto è soppressione di una vita umana in fase prenatale. Come tale è un grave male morale, un peccato, commesso non solo da chi lo compie o contribuisce a compierlo, ma anche da chi lo favorisce e lo istituisce legalmente. Questa è la legge nella sua oggettività morale. Ma la legge dev’essere considerata e mediata nella soggettività delle persone, vale a dire nella singolarità delle situazioni, circostanze e contesti di vita di ciascuna. L’aborto, soprattutto per la donna, è un dramma umano, dalla cui problematicità la morale non prescinde nella valutazione delle scelte.

Questa valutazione non può essere meramente fisica, quindi oggettivamente uguale per tutti. Dev’essere morale, chiamata a rapportare la norma alle condizioni e situazioni di vita di ciascuno. Valutazione soggettivamente diversa per ciascuno. Ugualmente deve dirsi della mediazione politica. Non basta affermare l’illiceità morale di leggi abortiste e vietare al politico di sostenere politiche e legislazioni abortiste. Occorre considerare la complessità e multilateralità dell’azione e delle responsabilità politiche, specie in sistemi democratici e contesti socio-culturali pluralistici, dove le leggi e i provvedimenti attuativi sono il risultato di confluenze e compromessi tra modi di vedere e volere diversi e contrastanti.

Come si fa a prescindere da questa complessità e multilateralità e staccare da essa il divieto al politico cattolico di concorrere all’approvazione e applicazione di leggi abortive, facendone il criterio unico e indiscusso della sua fedeltà alla Chiesa e la conditio sine qua non della sua militanza politica? Significa imporgli di tirarsi fuori dalla politica se vuole essere un buon cattolico. Ciò che poi vale per l’aborto dovrebbe valere in tanti altri ambiti come la famiglia, il fine vita, la sanità, la bioetica, la giustizia, l’educazione, la finanza, le migrazioni, l’ecologia.

Dalla promulgazione e attuazione di quante altre leggi eticamente non condivisibili, oltre l’aborto, i cattolici dovrebbero prendere le distanze e abbandonare la politica? Abbandono che la Chiesa non vuole, stante il dovere dei fedeli laici – insegnato dalla Dottrina Sociale della Chiesa – di impegnarsi per il bene della polis ad ogni livello e in ogni ambito del suo esercizio. E poi, quand’anche di cooperazione all’aborto si volesse parlare, essa non sarebbe una cooperazione formale e diretta, sempre moralmente illecita.

Questa comporta un concorso intenzionale (di condivisione) al male, di cui un politico che dichiara pubblicamente la netta contrarietà all’aborto – come ha fatto Biden – non si rende colpevole. Semplicemente – in una società multiculturale e pluralista e in cui gli atti politici s’interconnettono inseparabilmente – egli vuole evitare legislazioni e prassi amministrative pro aborto ma non riesce: non le approva, le tollera; riesce a limitarne i mali, non ad evitarli.

L'incontro, venerdì scorso in Vaticano, tra papa Francesco e Joe Biden (Ansa)

Significativo in merito l’insegnamento di Giovanni Paolo II: «Quando non fosse possibile – leggiamo nell’enciclica Evangelium vitae – scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui».

Analogamente un politico che non condivide il consenso all’aborto e a leggi abortiste nel suo partito o nella compagine di governo di cui è parte, che anzi si dissocia apertamente, può e deve restare in politica per il «sostegno» che può dare a «proposte mirate a limitare i danni di tali leggi e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica»; e per l’impegno volto a favorire, con la sua attiva presenza, politiche conformi all’insegnamento morale della Chiesa in altri campi d’esercizio del potere legislativo e amministrativo. Sostegno e impegno che l’essere costretto a dimettersi per non compromettersi, pena l’esclusione dai sacramenti, non consentirebbe.

Tra il tutto e il niente, in politica come nella vita in genere, ci sono gradi intermedi, sfumature di bene (fatto e fattibile). Bene che, pur frammisto al male, come la zizzania al grano, non va trascurato, ma da cui ripartire sempre, in vista del bene migliore. Non si può in nome del tutto disconoscere il bene che c’è ed è possibile accrescere.

Valgono anche nel campo della politica le parole incoraggianti di papa Francesco in Amoris laetitia: «Credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada».

Una Chiesa insomma che non si lascia irretire dal bene mancante, ma attenta al bene presente, e fiduciosa nel bene conseguibile. Una Chiesa – aveva detto il Papa nella Evangelii gaudium – che «si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania».

Oltretutto non si può strumentalizzare l’Eucaristia. Papa Francesco non vuole che l’Eucaristia diventi un mezzo di pressione politica. Senza con questo sminuire né il valore del sacramento, né la gravità dell’aborto.

Francesco, proprio lui che ribadisce insistentemente che l’aborto è un omicidio, dice a Biden di «continuare a ricevere la Comunione». Questo è esito di un saggio discernimento, volto non a stabilire una nuova norma ma a mediarla nel campo del decidere e agire di ciascun politico.

 
 
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