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martedì 09 agosto 2022
 
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Il Papa alle donne che hanno abortito: «Tuo figlio è in cielo: cantagli la ninna nanna che non gli hai cantato»

28/01/2019  Sul volo di ritorno da Panama, Francesco interviene sulla crisi nel Paese sudamericano: «Il popolo sta soffrendo, serve una soluzione pacifica». Sull’aborto: «Lo si capisce solo in confessionale». Dice sì all'educazione sessuale nelle scuole, ma senza “colonizzazioni ideologiche”: «Il sesso non è un mostro, ma un dono di Dio». Sul celibato dei preti: «Io non lo toglierò»

La crisi in Venezuela, il dramma dell’aborto, la questione della pedofilia nella Chiesa e il summit in Vaticano a febbraio, il sesso da non demonizzare e il bilancio del viaggio a Panama per la Giornata mondiale della gioventù. Questi i temi principali toccati da papa Francesco nell’intervista con i giornalisti presenti a bordo del volo che ha riportato il Pontefice in Italia.

All’inizio, c’è stato il saluto del portavoce della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti: Santo padre, abbiamo ancora nelle orecchie il grido “aquí está la juventud del Papa”, la Joventud de Jesus Cristo, come ha detto monsignor Ulloa, questa gioia grande. Intense queste giornate, che però le hanno dato tanta energia e credo che tutti abbiamo visto nel suo volto tanta gioia, la gioia di questo incontro, così come la gioia dei giovani. E qui ho portato un qualcosa che penso molti dei giornalisti qui conoscono, questo non sarà un documento che entra nel magistero del Papa però è un documento a cui lei tiene tanto. Questa qui è una canzone che ha scritto una ragazza dell'Honduras, Marta Avila, di cui ieri io vi ho fatto avere l'immagine, e questa canzone è praticamente una canzone contro il bullismo, che è stato un po' il segno di un incontro con Scholas Occurrentes. Questo per dire appunto come sia stato presente anche l'elemento del dolore di questi giovani, così come anche quello della gioia che abbiamo visto in tante occasioni. Io vi voglio dire solo un'immagine che mi ha colpito tanto santo padre, quando lei passava con la papamobile e salutava vedevo tanti giovani che poi dopo averla salutata, magari per un solo istante si abbracciavano, questo mi ha toccato, la condivisione della gioia, cioè giovani che si abbracciavano dopo averla vista anche solo un istante, e questo forse è qualcosa che è una lezione per noi adulti. I giovani quando solo felici, la condividono la gioia, non la tengono per sé. Questo è qualcosa che volevo condividere con lei e con i giornalisti. Ecco santo padre, lei ha avuto anche – tra le tante sorprese che ci ha fatto in questi giorni – un incontro con l'Unicef, proprio negli ultimi momenti prima del congedo, in nunziatura. Non so se prima di dare la parola ai giornalisti per le domande vuole rivolgere anche qualche parola prima di saluto.

Il saluto del Papa: «Buona sera e poi buon riposo perché è sicuro che tutti sono stanchi, dopo questo viaggio così forte. Grazie del vostro lavoro, anche per me, sono state cose che non immaginavo, sorprese, che Gisotti ha detto, come questa ragazza sedicenne dell'Honduras, la ragazza 16 enne dell-Houduras, vittima del bulling, ha cantato con una voce bellissima, una canzone che ha scritto lei. Poi l'incontro, prima di uscire dalla nunziatura, con gente dell'Unicef del Centroamerica... con alcune testimonianze lì di due ragazzi e di due che lì lavorano. Ho sentito cose che toccano il cuore… È stato un viaggio forte! La parola a voi».

Al termine di questo viaggio sono distrutto

Grazie del viaggio, ci ha fatto un bel regalo. Lei ha parlato ai volontari sul fatto che loro hanno vissuto una missione, sanno come batte il cuore quando si vive una missione. Qual è stata la sua missione nella Gmg centroamericana?

«La mia missione in una Gmg è la missione di Pietro, che è confermare nella fede. E questo non si fa con comandi freddi e ordini ma lasciandosi toccare il cuore e rispondendo quello che ti viene. Io non concepisco, perché in me lo vivo così, faccio fatica a pensare che qualcuno possa compiere una missione solo con la testa. Per adempiere una missione bisogna sentirla, e quando la senti ti colpisce: la vita. .. i problemi ... nell’aeroporto stavo salutando il presidente e mi hanno portato un bambino neretto simpatico. Mi hanno detto che questo ragazzo stava attraversando la frontiera della Colombia: la madre è morta e lui è rimasto da solo. Avrà circa 5 anni. Lui è dell’Africa però non sanno di che paese, perché non parla inglese né francese, ma solo la sua lingua tribale. Lo hanno adottato loro. È il dramma di un ragazzo abbandonato dalla vita perché la mamma è morta lì, il poliziotto lo ha consegnato alle autorità perché se ne prendessero cura. Questo è come uno schiaffo e fa che la m missione prenda colore. La missione mi coinvolge. Sarà perché sono … e mi viene da dentro. Io dico ai giovani quello che quello che loro devono fare nella vita devono farlo usando i tre linguaggi: testa, cuore e mani. Fare quello che senti, sentire quello che pensi, pensare quello che fai. Io non so fare un bilancio della missione, con tutto questo vado alla preghiera e rimango là davanti al Signore, a volte mi addormento, ma gli affido la missione. Così è come io concepisco la missione del Papa e come io la vivo. Ci sono stati casi in cui sono state presentate delle difficoltà di tipo dogmatico e a me non viene da rispondere solo con la ragione ma in un altro modo».

Le attese che aveva di Panama sono state soddisfatte?

«Il termometro per capirlo è la stanchezza, e io sono distrutto».

Il sesso è un dono di Dio, non un mostro. Bisogna fare educazione sessuale senza colonizzazioni ideologiche

  

Molte ragazze in Centroamerica restano incinte precocemente, i detrattori della Chiesa dicono che è responsabilità della Chiesa perché si oppone all’educazione sessuale: qual è la sua opinione sull’educazione sessuale?

«Nelle scuole bisogna fare educazione sessuale, il sesso è un dono di Dio, non è un mostro, è un dono di Dio per amare. Che poi alcuni lo usino per guadagnare soldi o sfruttare è un altro problema. Ma bisogna dare un’educazione sessuale oggettiva così come senza colonizzazione ideologica. Se inizi dando un’educazione sessuale piena di colonizzazione ideologica distruggi la persona. Ma il sesso come dono di Dio deve essere educato. Educare nel senso di far emergere il meglio dalle persone e accompagnarla lungo la strada. Il problema è il sistema: che maestri si scelgono per questo compito e che libri di testo. Ho visto qualche libro un po’ sporco. Ci sono cose che fanno maturare e cose ch fanno danni. Non so se a panama si sta lavorando per questo, non entrò in politica. Ma bisogna che ci sia un’educazione sessuale. L’ideale è iniziare da casa: non sempre è possibile perché ci sono tante situazioni svariate nelle famiglie. E quindi la scuola supplisce questo, perché altrimenti rimarrà un vuoto che poi verrà riempito da un’ideologia qualsiasi».

In questi giorni lei ha parlato con tanti ragazzi, sicuramente ha parlato anche con tanti ragazzi che si allontanano dalla Chiesa, o che trovano difficoltà. Secondo lei, qual è là che trovano i ragazzi, quali sono i motivi che li allontanano dalla Chiesa? Grazie!

«Sono tanti! Alcuni sono personali, ma i più generali! Il primo credo che è la mancanza di testimonianza dei cristiani, dei preti, dei vescovi, non dico dei papi perché è troppo... ma anche pure! La mancanza di testimonianza! Se un pastore fa l'imprenditore o l'organizzatore di un piano pastorale, o se un pastore non è vicino alla gente, questo pastore non dà testimonianza di pastore. Il pastore deve essere con la gente, pastore e gregge, diciamo con questo termine. Il pastore deve essere avanti del gregge, per marcare il cammino, in mezzo al gregge, per sentire l'odore della gente, e capire cosa sente la gente, di quale cosa ha bisogno, come sente, e dietro al gregge per custodire la retta guardia. Ma se un pastore non vive con passione, la gente si sente abbandonata o in un certo senso di essere di disprezzo o... si sente orfana, e dove c'è orfanezza io credo che.... Ho sottolineato i pastori, ma anche i cristiani, i cattolici ipocriti, no? I cattolici ipocriti no? Cha vanno tutte le domeniche a messa poi non pagano la tredicesima, ti pagano in nero, sfruttano la gente, poi vanno nei Caraibi non solo ai papers ma... a fare le vacanze, con lo sfruttamento della gente. “Ma io sono cattolico, vado tutte le domeniche a messa!”. Se tu fai questo dai una controtestimonianza. E questo è a mio parere quello che più allontana la gente dalla Chiesa. Anche i laici. Ma io direi: non dire che sei un cattolico, se non dai testimonianza. Di' “io sono di educazione cattolica ma sono tiepido, sono mondano, chiedo scusa, non guardate a me come modello, questo si deve dire. Ma io ho paura dei cattolici così eh? Che si credono perfetti! Ma la storia si ripete, lo stesso Gesù coi dottori della legge, no? “Ti ringrazio Signore perché non sono come questo... povero peccatore...”. Questa è la mancanza di testimonianza. Ce ne sono altre, difficoltà personali, ma il più generale è quella».

Io non renderò facoltativo il celibato dei preti

Abbiamo visto per quattro giorni tanti giovani pregare con molta intensità. Fra loro c’è forse un certo numero che intende abbracciare la vita religiosa. Ma forse qualcuno sta esitando perché pensa che sia un cammino difficile perché non ci si può sposare. È possibile pensare che nella Chiesa cattolica lei permetterà a degli uomini sposati di diventare preti?

«Nel rito orientale della Chiesa cattolica possono farlo. Si fa l’opzione celibataria prima del diaconato. Nel rito latino mi viene in mente una frase di san Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. È una frase coraggiosa. In un momento più difficile di questo, si era nel ’68-’70. Personalmente penso che il celibato sia un dono alla Chiesa. In secondo luogo, dico che non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nei posti lontanissimi, penso alle isole del Pacifico… quando c’è necessità pastorale il pastore deve pensare ai fedeli. C’è un libro di padre Lovinger, interessante – questa è una cosa in discussione fra i teologi, non c’è ancora una decisione mia – la mia decisione è: il celibato opzionale prima del diaconato no. È una cosa mia, personale, io non la farò. E questo rimane chiaro. È solo il mio pensiero personale. Sono chiuso, forse? Non sento di mettermi davanti a Dio con questa decisone. Padre Lovinger dice che la Chiesa fa l’eucaristia e l’eucaristia la fa la Chiesa. In tanti posti, dice Lovinger, chi fa l’eucaristia? I direttori di quelle comunità sono diaconi o suore o direttamente laici. E Lovinger dice: si può ordinare un anziano sposato, è la sua tesi, ma soltanto che esercita il munus santificandi, cioè che celebri la messa, che amministri il sacramento della riconciliazione e dia l’unzione. L’ordinazione sacerdotale dà i tre munera: regendi, docendi e il santificandi. Il vescovo gli dà soltanto la licenza del santificandi. Il libro è interessante. E forse può aiutare a pensare il problema. Credo che il tema deve essere aperto in questo senso: dove c’è il problema pastorale per la mancanza di sacerdoti. Non dico che si debba fare, perché non ho riflettuto, non ho pregato a sufficienza su questo. Ma i teologi devono studiare. Padre Lovinger è un fidei donum del Sudafrica. È anziano già. Parlavo con un officiale della segreteria di Stato, un vescovo, che ha dovuto lavorare in un Paese comunista all’inizio della rivoluzione. Erano gli anni Cinquanta. I vescovi ordinarono di nascosto dei contadini, bravi religiosi. Poi passata la crisi, trenta anni dopo, la cosa si è risolta. E mi diceva l’emozione che aveva avuto quando in una concelebrazione vedeva questi contadini che mettevano il camice per concelebrare. Nella storia della Chiesa questo è stato dato. È una cosa da studiare, da pensare e pregare».

Ma ci sono anche i preti anglicani sposati che diventano cattolici?

«È vero. Benedetto XVI aveva fatto l’“Anglicanorum coetus”: sacerdoti anglicani diventati cattolici e che vivono come se fossero orientali. Ricordo in un’udienza del mercoledì che ne visti tanti con donne e bambini».

Il dramma dell'aborto, per capirlo bene, bisogna essere in un confessionale

  

Nella Via crucis sono state dette parole molto forti sull'aborto. Questa posizione radicale rispetta le donne?

«Il messaggio della misericordia è per tutti. Anche per la persona umana che è in gestazione. Dopo aver fatto questo fallimento c'è misericordia pure. Ma una misericordia difficile perché il problema non è dare il perdono, ma accompagnare una donna che ha preso coscienza di aver abortito. Sono drammi terribili. Una volta ho sentito un medico che parlava di una teoria secondo cui una cellula del feto appena concepito va al midollo della mamma e lì riceve una memoria anche fisica. Questa è una teoria, ma per dire, una donna quando pensa a quello che ha fatto... ti dico la verità, bisogna essere nel confessionale e tu devi lì dare consolazione. Per questo io ho aperto la potestà di assolvere l'aborto per misericordia, perché tante volte devono incontrarsi con il figlio. Io consiglio tante volte quando hanno questa angoscia: “Tuo figlio è in cielo, parla con lui. Cantagli la ninna nanna che non hai potuto cantargli”. E lì si trova una via di riconciliazione della mamma con il figlio. Con Dio c'è già il perdono, Dio perdona sempre. Ma la misericordia, che lei elabori questo. Il dramma dell'aborto, per capirlo bene, bisogna essere in un confessionale».

Per il Venezuela serve una soluzione giusta e pacifica

In questi giorni ha detto di sentirsi molto vicino ai venezuelani, e domenica ha chiesto «una soluzione giusta e pacifica, nel rispetto dei diritti umani». I venezuelani vogliono sapere cosa significa questo. Il riconoscimento di Juan Guaidò, nuove elezioni libere? La gente sente che lei è un Papa latinoamericano e vuole sentire il suo appoggio.

«Io appoggio tutto il popolo venezuelano, che sta soffrendo. Se mi mettessi a dire “date retta a questi Paesi o a quegli altri”, mi metterei in un ruolo che non conosco. Sarebbe una imprudenza pastorale da parte mia e farei danno. Le parole che ho detto le ho pensate e ripensate, ho espresso la mia vicinanza e quello che sento. Io soffro per tutto questo. Mettersi d’accordo, non ci si riesce (?). Una soluzione giusta e pacifica. Mi fa paura lo spargimento di sangue. E per questo chiedo di essere grandi a coloro che possono aiutare a risolvere il problema. Il problema della violenza mi atterrisce. Dopo tutto lo sforzo fatto in Colombia, quello che è accaduto nella scuola dei cadetti di polizia è spaventoso. Devo essere un pastore. E se hanno bisogno di aiuto, che si mettano d’accordo e lo chiedano..

Bisogna prendere coscienza della questione della pedofilia

  

Durante il suo pranzo con un gruppo di giovani pellegrini, una giovane ragazza americana ci ha raccontato che le aveva chiesto sul dolore e sullo sdegno di tanti cattolici particolarmente degli Stati uniti per la crisi degli abusi. Tanti cattolici americani pregano per la Chiesa, ma molti si sentono traditi e abbattuti dopo le recenti notizie di abusi e insabbiamento da parte di alcuni vescovi e hanno perso fiducia in loro. Quali sono le sue aspettative e speranze per l’incontro a febbraio affinché la Chiesa possa ricominciare a ricostruire la fiducia fra i fedeli e i loro vescovi?

«Questo è furbo, è partito dalla Gmg ed è arrivato là. Complimenti. Grazie della domanda. L’idea di questo è nata nel C9 perché lì noi vedevamo che alcuni vescovi non capivano bene o non sapevano cosa fare o facevano una cosa buona e un’altra sbagliata e abbiamo sentito la responsabilità di dare una “catechesi” su questo problema alle conferenze episcopali. Per questo si chiamano i presidenti. Una catechesi che, primo: Che si prenda coscienza del dramma, cos’è un bambino abusato, una bambina abusata. Io ricevo con regolarità gente abusata. Ricordo uno di 40 anni senza poter pregare. È terribile questo, la sofferenza è terribile. Primo: che prendano coscienza di questo. Secondo: che sappiano cosa si deve fare, la procedura perché tante volte il vescovo non sa cosa fare. Una cosa che è cresciuta molto forte e non è arrivata a tutti gli angoli, diciamo così, e poi che si facciano programmi generali, ma che arrivino a tutte le conferenze episcopali. Cosa deve fare il vescovo, cosa deve fare l’arcivescovo che è il metropolita, cosa deve fare il presidente della conferenza episcopale. Ma che sia chiaro in maniera che siano dei, diciamolo in termini un po’ giuridici, che siano dei protocolli che siano chiari. Questo è il principale. Ma prima di cosa si deve fare, quello che ho detto prima, prendere coscienza. Poi lì si farà preghiera, ci sarà qualche testimonianza per aiutare a prendere coscienza e poi qualche liturgia penitenziale per chiedere perdono per tutta la Chiesa. Ma stanno lavorando bene nella preparazione di questo. Io mi permetto di dire che ho percepito un po’ una aspettativa gonfiata. Bisogna sgonfiare le aspettative a questi punti che io dico. Perché il problema degli abusi continuerà, è un problema umano, ma umano dappertutto. Ho letto una statistica l’altro giorno, sono di quelle statistiche che dicono il 50 per cento è denunciato, il 20 per cento è ascoltato, diminuisce. Finiva così: il 5 per cento è condannato, terribile. È un dramma umano e dobbiamo prendere coscienza. Anche noi risolvendo il problema nella Chiesa, ma prendendo coscienza, aiuteremo a risolverlo nella società, nelle famiglie dove la vergogna fa coprire tutto. Ma prima dobbiamo prendere coscienza, avere i protocolli e andare avanti».

Un modo di risolvere il problema delle migrazioni è aiutare i paesi da dove vengono

Lei durante questa Gmg ha detto che è assurdo e irresponsabile considerare i migranti portatori di male sociale. In Italia le nuove politiche sui migranti hanno portato alla chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto, che lei conosce bene. Era una esperienza dove si vedevano semi di integrazione, i bambini andavano a scuola, e ora quelle persone rischiano uno sradicamento. Lei scelse di celebrare con loro il Giovedì Santo del 2016. Le vorrei chiedere che cosa prova rispetto alla decisione della chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto.

«Io ho sentito rumori di quello che passava in Italia ma ero immerso in questo, cosi precisamente non conosco bene la cosa ma mi immagino, mi immagino. È vero che il problema dei migranti è un problema molto complesso, un problema che ci vuole memoria, domandarsi se la mia patria è stata fatta da migranti. Noi argentini tutti migranti, gli Stati Uniti tutti migranti. Un vescovo, un cardinale, non ricordo quale, ha scritto un articolo bellissimo: ‘un problema di mancanza di memoria’ si chiamava . Le parole che io uso… ricevere, il cuore aperto per ricevere, accogliere, accompagnare, far crescere e integrare. E anche dico: il governante deve usare la prudenza perché la prudenza è la virtù del governante. Questo l’ho detto qui nell’ultimo volo. È una equazione difficile. A me viene in mente l’esempio svedese che negli anni 70 con le dittature dell’America Latina ha ricevuto tanti, tanti, ma tutti integrati. Anche vedo cosa fa Sant’Egidio per esempio: integra subito. Ma gli svedesi l’anno scorso hanno detto fermatevi un po’ perché non possiamo finire il percorso e questa è la prudenza del governante. È un problema di carità, di amore, di solidarietà e io ribadisco che le nazioni più generose nel ricevere, altro non sono riuscite a farlo tanto, sono state l’Italia e la Grecia, anche un po’ la Turchia, un po’. Ma la Grecia è stata generosissima e l’Italia tanto. Quando io sono andato a Lampedusa, era l’inizio… Ma è vero che si deve pensare realisticamente. Poi hai un’altra cosa importante, è importante tenerne conto: un modo di risolvere il problema delle migrazioni è aiutare i paesi da dove vengono. I migranti o vengono per fame o vengono per guerra, investire dove c’è la fame e l’Europa è capace di farlo e è un modo. Aiutare a crescere ma sempre c’è, parlando dell’Africa, sempre c’è quell’immaginario collettivo che noi abbiamo nell’inconscio: Africa va sfruttata. Questo è storico e questo fa male. I migranti del Medio Oriente hanno trovato altre via d’uscita. In libano è una meraviglia di generosità: ha più di un milione di siriani. La Giordania è lo stesso, aperti, fanno quello che possono. E anche la Turchia ha ricevuto qualcuno e noi in Italia abbiamo ricevuto qualcuno. È un problema complesso, di cui si deve parlare senza pregiudizi. Tutte queste cose che mi sono venute in mente…».

Poi il Papa ha concluso salutando i giornalisti presenti: «Vi ringrazio tanto del vostro lavoro, soltanto vorrei dire una cosa sul Panama. Ho sentito un sentimento nuovo, io conosco l’America latina, Panama no e mi è venuta questa parola: Panama è una nazione nobile, ho trovato nobiltà, questo voglio dire. E un’altra cosa che ho detto quando sono tornato dalla Colombia. Mi alzavano i bambini per farmeli salutare. Qual è l’orgoglio? Ti alzano i bambini e ti dicono questa è la mia vittoria, questo nell’inverno demografico che stiamo vivendo in Europa, in Italia. Qual è il mio orgoglio: il turismo, la villa, il cagnolino o un figlio?».

 
 
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