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lunedì 13 luglio 2020
 
Urbi et orbi
 

«Fraternità tra nazioni e religione diverse. Israeliani e palestinesi tornino a dialogare»

25/12/2018  L’appello di Francesco per il Natale: «Israeliani e palestinesi riprendano il dialogo, ci sia libertà religiosa e non vengano perseguitati i cristiani». E invoca la pace per «Siria, Yemen, Africa, Penisola coreana, Venezuela, Ucraina e Nicaragua»

Fraternità è la parola chiave del messaggio natalizio Urbi et Orbi (alla Città e al mondo) del Papa che abbraccia tutte le situazioni nel mondo dove il conflitto e la discordia causano morti, ferite, distruzione. Francesco, dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, la ripete più volte, invoca il dialogo tra «israeliani e palestinesi» che portino alla pace, invocata anche per altri territori: «Siria, Yemen, Africa, Penisola coreana, Venezuela, Ucraina e Nicaragua».

Che «cosa ci dice quel Bambino, nato per noi dalla Vergine Maria? Qual è il messaggio universale del Natale?», chiede il Pontefice, «Ci dice che Dio è Padre buono e noi siamo tutti fratelli. Questa verità sta alla base della visione cristiana dell’umanità. Senza la fraternità che Gesù Cristo ci ha donato, i nostri sforzi per un mondo più giusto hanno il fiato corto, e anche i migliori progetti rischiano di diventare strutture senz’anima. Per questo il mio augurio di buon Natale è un augurio di fraternità».

Fraternità, invoca il Papa, «tra persone di ogni nazione e cultura, tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro e tra persone di diverse religioni. Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio a tutti coloro che lo cercano». Paragona il mondo, con le sue differenze, a un grande mosaico ma per tutti l’obiettivo è uno solo, guardare a Gesù che si è fatto carne: «Con la sua incarnazione», sottolinea, «il Figlio di Dio ci indica che la salvezza passa attraverso l’amore, l’accoglienza, il rispetto per questa nostra povera umanità che tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture…, ma tutti fratelli in umanità! Allora le nostre differenze non sono un danno o un pericolo, sono una ricchezza. Come per un artista che vuole fare un mosaico: è meglio avere a disposizione tessere di molti colori, piuttosto che di pochi». Nei pensieri e nella preghiera del Papa ci sono tutte le situazioni più drammatiche, a cominciare dai quei Paesi dove professare la fede cristiana significa essere perseguitati e uccisi. Francesco si augura che il Natale «consenta a Israeliani e Palestinesi di riprendere il dialogo e intraprendere un cammino di pace che ponga fine a un conflitto che da più di settant’anni lacera la Terra scelta dal Signore per mostrare il suo volto d’amore».

Dalla Siria alle due Coree ai popoli che subiscono colonizzazioni ideologiche

Chiede che «l’amata e martoriata Siria» ritrovi «la fraternità dopo questi lunghi anni di guerra. La Comunità internazionale si adoperi decisamente per una soluzione politica che accantoni le divisioni e gli interessi di parte, così che il popolo siriano, specialmente quanti hanno dovuto lasciare le proprie terre e cercare rifugio altrove, possa tornare a vivere in pace nella propria patria». E ancora: «Penso allo Yemen, con la speranza che la tregua mediata dalla Comunità internazionale possa finalmente portare sollievo ai tanti bambini e alle popolazioni stremate dalla guerra e dalla carestia. Penso poi all’Africa, dove milioni di persone sono rifugiate o sfollate e necessitano di assistenza umanitaria e di sicurezza alimentare. Il Divino Bambino, Re della pace, faccia tacere le armi e sorgere un’alba nuova di fraternità in tutto il continente, benedicendo gli sforzi di quanti si adoperano per favorire percorsi di riconciliazione a livello politico e sociale».

Non manca un pensiero alle due Coree e al processo di pace che a fatica sta facendo passi avanti: «Il Natale», auspica il Papa, «rinsaldi i vincoli fraterni che uniscono la Penisola coreana e consenta di proseguire il cammino di avvicinamento intrapreso e di giungere a soluzioni condivise che assicurino a tutti sviluppo e benessere».

Il pensiero di Francesco è anche per il Venezuela affinché ritrovi «la concordia e a tutte le componenti sociali di lavorare fraternamente per lo sviluppo del Paese e per assistere le fasce più deboli della popolazione».

L’apprensione del Papa è anche per «l’amata Ucraina, ansiosa di riconquistare», spiega, «una pace duratura che tarda a venire. Solo con la pace, rispettosa dei diritti di ogni nazione, il Paese può riprendersi dalle sofferenze subite e ristabilire condizioni di vita dignitose per i propri cittadini. Sono vicino alle comunità cristiane di quella Regione, e prego che si possano tessere rapporti di fraternità e di amicizia».

Infine, il Nicaragua, «affinché non prevalgano le divisioni e le discordie, ma tutti si adoperino per favorire la riconciliazione e costruire insieme il futuro del Paese». In questo messaggio di Natale il Papa ricorda anche «i popoli che subiscono colonizzazioni ideologiche, culturali ed economiche vedendo lacerata la loro libertà e la loro identità, e che soffrono per la fame e la mancanza di servizi educativi e sanitari». Guarda a quei «nostri fratelli e sorelle che festeggiano la Natività del Signore in contesti difficili, per non dire ostili, specialmente là dove la comunità cristiana è una minoranza, talvolta vulnerabile o non considerata. Il Signore doni a loro e a tutte le minoranze di vivere in pace e di veder riconosciuti i propri diritti, soprattutto la libertà religiosa».

L’ultimo augurio è per i bambini, vittime di conflitti, abusati, maltrattati, schiavizzati: «Il Bambino piccolo e infreddolito che contempliamo oggi nella mangiatoia protegga tutti i bambini della terra ed ogni persona fragile, indifesa e scartata. Che tutti possiamo ricevere pace e conforto dalla nascita del Salvatore e, sentendoci amati dall’unico Padre celeste, ritrovarci e vivere come fratelli!».

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