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Il Papa: «Gesù ci giudicherà sul nostro amore concreto per il prossimo in difficoltà»

26/11/2017  Francesco all’Angelus prega per le vittime dell’attentato terroristico in Egitto e nella festa di Cristo Re ricorda che «alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi»

Il pensiero di papa Francesco nell’Angelus dell’ultima domenica dell’anno liturgico è per le 305 vittime dell’attentato di venerdì scorso alla moschea sufi al Rawda di Bir al Abed, nel nord della penisola del Sinai, in Egitto: «Continuo a pregare per le numerose vittime, per i feriti e per tutta quella comunità, così duramente colpita», dice, «Dio ci liberi da queste tragedie e sostenga gli sforzi di tutti coloro che operano per la pace, la concordia e la convivenza». Poi invita a pregare in silenzio alcuni minuti: «Quella gente in quel momento pregava; anche in noi, in silenzio, preghiamo per loro».

Prima della preghiera mariana, Francesco si sofferma sul significato della festa di Cristo Re dell’universo: «La sua», spiega, «è una regalità di guida, di servizio, e anche una regalità che alla fine dei tempi si affermerà come giudizio. Oggi abbiamo davanti a noi il Cristo come re, pastore e giudice, che mostra i criteri di appartenenza al Regno di Dio. Qui stanno i criteri».

Il Giudizio universale riguarda tutti: «Dopo aver vissuto l’esistenza terrena in umiltà e povertà, Gesù si presenta ora nella gloria divina che gli appartiene, circondato dalle schiere angeliche», spiega Francesco commentando il Vangelo del giorno. «L’umanità intera è convocata davanti a Lui ed Egli esercita la sua autorità separando gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre. A quelli che ha posto alla sua destra dice: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”».

«Accompagnatemi con la preghiera nel mio viaggio in Myanmar e Bangladesh»

A quel punto, sottolinea ancora il Pontefice, «i giusti rimangono sorpresi, perché non ricordano di aver mai incontrato Gesù, e tanto meno di averlo aiutato in quel modo; ma Egli dichiara: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». Qui sta il criterio fondamentale del giudizio finale: «Questa parola», osserva il Papa, «non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto Lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante. Così Gesù rivela il criterio decisivo del suo giudizio, cioè l’amore concreto per il prossimo in difficoltà. E così si rivela il potere dell’amore, la regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia».

La parabola del giudizio universale prosegue presentando il re che allontana da sé quelli che durante la loro vita non si sono preoccupati delle necessità dei fratelli: «Anche in questo caso», afferma il Papa, «costoro rimangono sorpresi e chiedono: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Sottinteso: “Se ti avessimo visto, sicuramente ti avremmo aiutato!”. Ma il re risponderà: “Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi. Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato che devo visitare è Gesù; quel carcerato è Gesù; quell’affamato è Gesù. Pensiamo a questo».

Il Papa ha concluso sottolineando come «Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo. La Vergine Maria», ha concluso, «ci aiuti a incontrarlo e riceverlo nella sua Parola e nell’Eucaristia, e nello stesso tempo nei fratelli e nelle sorelle che soffrono la fame, la malattia, l’oppressione, l’ingiustizia. Possano i nostri cuori accoglierlo nell’oggi della nostra vita, perché siamo da Lui accolti nell’eternità del suo Regno di luce e di pace».

Al termine dell’Angelus, Francesco ha ricordato che domenica sera inizierà il suo viaggio in Myanmar e Bangladesh: «Vi chiedo», ha detto, «di accompagnarmi con la preghiera, perché la mia presenza sia per quelle popolazioni un segno di vicinanza e di speranza». Sabato sera, come di consueto alla vigilia dei suoi viaggi, il Papa si è recato a pregare a Santa Maria Maggiore sostando in in preghiera davanti all’icona di Maria Salus Populi Romani alla quale ha affidato questo pellegrinaggio che ha come motto: “Amore, armonia e pace”.

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