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Il Papa: "Anche oggi la Chiesa è sballottata"

27/09/2014  Vespri e Te Deum alla Chiesa del Gesù, a Roma. Il Papa, con i gesuiti, per ringraziare per la rifondazione dell'ordine, 200 anni fa.

Si accendono le candele, sette, per indicare i gesuiti provenienti da tutto il mondo. Nella chiesa del Gesù, a Roma, ci ricordano i 200 anni dalla ricostituzione della Compagnia. Il Papa, insieme con i suoi confratelli gesuiti, celebra i vespri e il te deum di ringraziamento. «Siamo chiamati a fare memoria», dice il Papa. «La Compagnia insignita del nome di Gesù ha vissuto tempi difficili, di persecuzione. Durante il generalato del padre Lorenzo Ricci "i nemici della Chiesa giunsero a ottenere la soppressione della Compagnia"», dice papa Francesco citando la lettera che Giovanni Paolo II, scrisse a padre Kolvenbach il 31 luglio 1990.
«Oggi, ricordando la sua ricostituzione, siamo chiamati a recuperare la nostra memoria, richiamando alla mente i benefici ricevuti e i doni particolari», dice il Papa. E sembra parlare di oggi quando aggiunge: «In tempi di tribolazione e di turbamento si solleva sempre un polverone di dubbi e di sofferenze, e non è facile andare avanti, proseguire il cammino. Soprattutto nei tempi difficili e di crisi vengono tante tentazioni: fermarsi a discutere di idee, lasciarsi trasportare dalla desolazione, concentrarsi sul fatto di essere perseguitati e non vedere altro. Leggendo le lettere del padre Ricci una cosa mi ha molto colpito: la sua capacità di non farsi imbrigliare da queste tentazioni e di proporre ai gesuiti, in tempo di tribolazione, una visione delle cose che li radicava ancora di più nella spiritualità della Compagnia».
Parlando di padre Ricci, papa Francesco spiega che il generale, «vedendo le nubi addensarsi all’orizzonte, li fortificava nella loro appartenenza al corpo della Compagnia e alla sua missione. Ecco: in un tempo di confusione e di turbamento ha fatto discernimento. Non ha perso tempo a discutere di idee e a lamentarsi, ma si è fatto carico della vocazione della Compagnia. Lui doveva custodirla, si è fatto carico. E questo atteggiamento ha portato i gesuiti a fare l’esperienza della morte e risurrezione del Signore. Davanti alla perdita di tutto, perfino della loro identità pubblica, non hanno fatto resistenza alla volontà di Dio, non hanno resistito al conflitto cercando di salvare sé stessi. La Compagnia – e questo è bello – ha vissuto il conflitto fino in fondo, senza ridurlo: ha vissuto l’umiliazione con Cristo umiliato, ha ubbidito. Non ci si salva mai dal conflitto con la furbizia e con gli stratagemmi per resistere.  Nella confusione e davanti all’umiliazione la Compagnia ha preferito vivere il discernimento della volontà di Dio, senza cercare un modo per uscire dal conflitto in modo apparentemente tranquillo, in modo elegante. Non è mai l’apparente tranquillità ad appagare il nostro cuore, ma la vera pace che è dono di Dio».
Il Papa ripercorre i passaggi della soppressione «ingiusta». «Quando nel 1759 i decreti di Pombal distrussero le province portoghesi della Compagnia, il padre Ricci visse il conflitto non lamentandosi e lasciandos iandare alla desolazione, ma invitando alla preghiera per chiedere lo spirito buono, il vero spirito soprannaturale della vocazione, la perfetta docilità alla grazia di Dio. Quando nel 1761 la tempesta avanzava in Francia, il padre Generale chiese di porre tutta la fiducia in Dio. Voleva che si approfittasse delle prove subite per una maggiore purificazione interiore: esse ci conducono a Dio e possono servire per la sua maggior gloria; poi raccomanda la preghiera, la santità della vita, l’umiltà e lo spirito di obbedienza. Nel 1760, dopo l’espulsione dei gesuiti spagnoli, ancora continua a invitare alla preghiera. E infine, il 21 febbraio 1773, appena sei mesi prima della firma del Breve Dominus ac Redemptor, davanti alla totale mancanza di aiuti umani, vede la mano della misericordia di Dio che invita coloro che sottopone alla prova a non confidare in altri che non sia solamente Lui. La fiducia deve crescere proprio quando le circostanze ci buttano a terra. L’importante per il padre Ricci è che la Compagnia fino all’ultimo sia fedele allo spirito della sua vocazione, che è la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime».
Ricordiamoci della nosta storia, dice il Papa, citando la preghiera di Tobi: «Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Ci hai consegnato al saccheggio; ci hai abbandonato alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi».
«A volte il cammino che conduce alla vita è stretto e angusto, ma la tribolazione, se vissuta alla luce della misericordia, ci purifica come il fuoco, ci dà tanta consolazione e infiamma il nostro cuore affezionandolo alla preghiera. I nostri fratelli gesuiti nella soppressione furono ferventi nello spirito e nel servizio del Signore, lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera», insiste il Papa.
«Ci fa bene ricordare questo:  la nave della Compagnia è stata sballottata dalle onde e non c’è da meravigliarsi di questo. Anche la barca di Pietro lo può essere oggi. La notte e il potere delle tenebre sono sempre vicini. Costa fatica remare. I gesuiti devono essere «"ematori esperti e valorosi"», dice papa Francesco citando il documento con il quale PioVII ricostituì la Compagnia.  «Remate dunque! Remate, siate forti, anche col vento contrario! Remiamo a servizio della Chiesa. Remiamo insieme! Ma mentre remiamo – tutti remiamo, anche il Papa rema nella barca di Pietro – dobbiamo pregare tanto: "Signore, salvaci!", "Signore salva il tuo popolo!"».
Dopo la ricostituzione «la Compagnia riprese la sua attività apostolica con la predicazione e l’insegnamento, i ministeri spirituali, la ricerca scientifica e l’azione sociale, le missioni e la cura dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati. Oggi la Compagnia affronta con intelligenza e operosità anche il tragico problema dei rifugiati e dei profughi; e si sforza con discernimento di integrare il servizio della fede e la promozione della giustizia, in conformità al Vangelo». E poi cita Paolo VI alla 32esima congregazione, «Confermo oggi quanto ci disse Paolo VI, futuro beato, alla nostra trentaduesima Congregazione generale e che io stesso ho ascoltato con le mie orecchie: "Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti". Nel 1814, al momento della ricostituzione, i gesuiti erano un piccolo gregge, una "minima Compagnia", che però si sapeva investito, dopo la prova della croce, della grande missione di portare la luce del Vangelo fino ai confini della terra. Così dobbiamo sentirci noi oggi, dunque: in uscita, in missione. L’identità del gesuita è quella di un uomo che adora Dio solo e ama e serve i suoi fratelli, mostrando attraverso l’esempio non solo in che cosa crede, ma anche in che cosa spera e chi è Colui nel quale ha posto la sua fiducia. Il gesuita vuole essere un compagno di Gesù, uno che ha gli stessi sentimenti di Gesù».
Infine il Papa ricorda che «la bolla di Pio VII che ricostituiva la Compagnia fu firmata il 7 agosto 1814 presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, dove il nostro santo padre Ignazio celebrò la sua prima Eucaristia nella notte di Natale del 1538» e dove sempre papa Francesco si reca prima e dopo i suoi viaggi per pregare e ringraziare Maria, «nostra Signora, Madre della Compagnia, che sarà commossa dai nostri sforzi per essere al servizio del suo Figlio».

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