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Povertà, conflitti e slum: l'Africa abbraccia Francesco

25/11/2015  Grandi le preoccupazioni per la sicurezza, ma il viaggio di Jorge Mario Bergoglio in Kenya, Uganda e Centrafrica offre anche molte opportunità. Il concetto chiave per capirlo: il perdono. Voci da un continente in cerca di riscatto. Interviene il missionario comboniano padre Renato Kizito Sesana.

Kenya, 25 novembre 2015: alcuni Masai in attesa del Papa (foto Reuters). In copertina: l'arrivo di Francesco a Nairobi (foto Ansa).
Kenya, 25 novembre 2015: alcuni Masai in attesa del Papa (foto Reuters). In copertina: l'arrivo di Francesco a Nairobi (foto Ansa).

Nairobi, Kenya
Nostro servizio

Tutto in Africa incomincia con una storia. Lo scorso agosto chiesi ad un gruppo di bambini di strada di preparare un intrattenimento. Molti si fecero avanti con poesie, canzoncine o acrobazie mozzafiato. Elija, 10 anni, propose dei versi struggenti, cantati con una vocina esile: «Papà, perché sei ubriaco e mi batti? Mamma, perché non mi dai da mangiare? Ma io vi voglio bene». La famiglia di Elija rappresenta bene la gente di Nairobi che desidera incontrare papa Francesco. La povera gente delle baraccopoli, confusa e sperduta in una città dove si incontrano e talvolta si scontrano mondi diversi, dove ricchi e poveri vivono fianco a fianco, dove differenze e ingiustizie sono tanto eclatanti quanto scioccanti. Dove l'ingiustizia e la miseria fanno sì che spesso le vittime diventino i carnefici, in una spirale di violenza senza fine. In Africa non succede niente fino a che le persone non si incontrano faccia a faccia. La relazione umana e' centrale alla cultura africana, e non è difficile immaginare che con Francesco, la sua parola e gestualità semplice e immediata, sarà amore al primo incontro.

Le preoccupazioni per la sicurezza sono grandi. Quando venne qui Obama lo scorso luglio la vita si interruppe, il centro città chiuse per due giorni. Francesco, lo sappiamo non vuole una sicurezza che lo tenga lontano dalla gente. Ma l'Africa ha bisogno di sentire la parola di Francesco che attualizza il Vangelo, che sana le ferite ormai purulente che infestano quella parte di Africa che visiterà. I giovani, in particolare, hanno bisogno di una Chiesa che viva accanto a loro. Hanno bisogno di essere ascoltati, e, a differenza di molti giovani occidentali, accettano il dialogo, rispettano le saggezza che percepiscono in un anziano, accettano perfino di essere consigliati. Il Kenya, come tutti i Paesi africani, è una nazione giovane, il 50 per cento della popolazione ha meno di 25 anni. I giovani, le giovani donne in particolare, devono affrontare grandi sfide: il lavoro, la casa, la creazione di una famiglia, costruirsi una vita minimamente dignitosa. Spesso sono lasciati spesso soli. Quando escono dalle scuole, anche da quelle cattoliche, senza più la solidità dell'educazione tradizionale, non trovano nella Chiesa una cura pastorale che possa farli sentire accompagnati. Se la Chiesa non si fa carico e non si sente coinvolta ne loro futuro, anche la Chiesa perderà il futuro.

Capire l'Africa, anche se ci limitiamo all'Africa sub-sahariana, è difficile. Ogni volta che pensi di averla capita succede qualcosa che ti costringe a ricominciare. Tante le aspettative, tante le tematiche che papa Francesco si troverà di fronte. C'è l'Africa della fame e delle malattie e delle guerre civili croniche, della violenza politica e della soppressione dei diritti civili, della corruzione e del traffico di persone, delle pesanti interferenze esterne e del land-grabbing, del terrorismo islamico e dei conflitti etnici. Insieme c'è l'Africa che cresce. Nei primi dieci anni di questo secolo nove delle venti economie mondiali che sono cresciute di più sono africane e la percentuale della popolazione giovanile che accede alla scuola superiore è aumentata del 50%. Nel solo Kenya ogni anno le università sfornano cinquantamila laureati, senza contare le migliaia di giovani che ottengono diplomi e certificazioni nel campo informatico. E' troppo presto per dire, come qualcuno fa, che questo sarà il secolo dell'Africa. Escluderlo, però, sarebbe da imprevidenti.

ll tutto sullo sfondo di una Chiesa che ha bisogno di rinnovamento. La Chiesa cattolica in molti Paesi dell'Africa nera è l'istituzione più importante dopo il Governo, quella che raggiunge tutti, nei villaggi più remoti. La rete di servizi sanitari e scolastici è ineguagliata. Le chiese sono piene di giovani, le celebrazioni piene di vita, i seminari traboccano. Ci sono anche verità scomode. Non dobbiamo illuderci con l'immagine di una Chiesa giovane ed entusiasta. La Chiesa “famiglia di Dio” secondo il motto del primo sinodo africano del 1994? I laici, in particolar modo le  donne, sono tenuti in una condizione di infantilismo.  La Chiesa povera? Gli scandali per la mala gestione economica di alcune diocesi sono tenuti a fatica sotto sotto controllo: nel 2009, ad esempio,  Roma chiese a quasi la metà dei vescovi della Repubblica Centrafricana, ultima tappa del viaggio di Francesco, di dimettersi per condotte economicamente, e non solo, scandalose. La Chiesa giovane? Troppo spesso ci si trincea dietro regole e formalità.

Ma l'incontro con Francesco offre anche grande opportunità. Francesco non è mi stato in questo continente.
Certamente ha studiato e condiviso con la Chiesa africana.  Ha lo sguardo fresco di un nuovo compagno di strada. Finora ha mostrato di voler decentralizzare il governo della Chiesa, dando più responsabilità ai vescovi locali, come ha fatto con il recente “motu propro” riguardante le procedure per l'annullamento di matrimoni. Una sfida per i pastori africani che già sommano in se responsabilità di vario genere. Quella africana non è oggi una Chiesa di teologi ed intellettuali. Nel suo viaggio in America Latina Francesco ha mostrato quanto apprezzi una Chiesa che si fa popolo, che assume i valori locali. Il cammino in Africa sarebbe lungo. Diceva recentemente una teologa africana, la nigeriana Teresa Okure: «il cristianesimo portato in Africa era una versione completamente europeizzata». Con i primi pastori e teologi africani una cammino per dare al Vangelo un volto africano è stato avviato, ma poi col primo Sinodo africano s'è interrotto. E' un cammino che richiede capacità pastorali e preparazione dottrinale, senza paura degli errori. Anche in questo campo si potrebbe applicare il principio che meglio essere Chiesa che cammina per le strade dell'Africa e ogni tanto sbaglia, piuttosto che una Chiesa chiusa nelle sacrestie. “Missione” nei discorsi di Francesco è divenuta la cifra interpretativa, il paradigma dell'attività della Chiesa. Con l'“opzione missionaria” l'attività della Chiesa da preoccupazione per la sopravvivenza diventa opera audace e creativa per la trasformazione del mondo (Evangelii Gaudium 27-33).

La Chiesa che è in Africa, il popolo che cammina sulle piste del deserto o della savana, nei viottoli sconnessi delle baraccopoli, è la carne ferita di Cristo che ha bisogno di essere toccata per sperimentare il perdono e la misericordia del Signore. Perdono è una parola che in politica non si usa. Eppure anche se espressa con parole diverse questo potrebbe essere il concetto chiave per capire questo viaggio. Oggi, alla fine della Messa, Elija si c'è avvicinato e con un filo di voce mi ha chiesto: “E' vero che il papa può perdonare tutti? Vorrei incontrasse mia mamma e mio papà cosi che anche loro capiscano di essere stati perdonati.

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