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Il Papa: «La pace non è data una volta per tutte»

14/09/2022  Francesco, nel corso della Messa celebrata a Nur Sultan, ribadisce l'impegno dei cristiani a vivere senza odio e senza veleni. A ricordare gli errori del passato e a costruire fraternità. E poi prega per l'Ucraina

Dal nostro inviato

«La pace non è mai guadagnata una volta per tutte». Papa Francesco, nel celebrare messa nel grande spiazzo dell’Expo Ground ricorda, nell’omelia, il messaggio principale della sua visita: quello di dialogare per arrivare alla riconciliazione e alla concordia.  Nel giorno in cui la Chiesa cattolica ricorda l’esaltazione della Croce di Cristo, il Pontefice chiede di guardare proprio a questo esempio per sconfiggere con l’amore il peccato e il male del mondo, come ha fatto Gesù.

Francesco si sofferma su due immagini del Vangelo: la prima è quella dei serpenti che mordono: «Essi attaccano il popolo, caduto per l’ennesima volta nel peccato della mormorazione. Mormorare contro Dio significa non soltanto parlare male e lamentarsi di Lui; vuol dire, più in profondità, che nel cuore degli Israeliti è venuta meno la fiducia in Lui, nella sua promessa». Non si ha più la forza di «credere che è Lui a guidare il suo cammino verso una terra ricca e feconda». Quando il popolo esaurisce la fiducia in Di viene morso dal peccato, dal «tentatore che avvelena il cuore dell’uomo».

Il Papa chiede di pensare al grande deserto che c’è in questo Paese. Un deserto che «mentre offre uno splendido paesaggio, ci parla di quella fatica, di quella aridità che a volte portiamo nel cuore. Sono i momenti di stanchezza e di prova, nei quali non abbiamo più le forze per guardare in alto, verso Dio; sono le situazioni di vita personale, ecclesiale e sociale in cui siamo morsi dal serpente della sfiducia, che inietta in noi i veleni della disillusione e dello sconforto, del pessimismo e della rassegnazione, chiudendoci nel nostro io, spegnendo l’entusiasmo».

Parla dei momenti duri di questa terra,  quando «non sono mancati altri morsi dolorosi: penso ai serpenti brucianti della violenza, della persecuzione ateista, a un cammino a volte travagliato durante il quale è stata minacciata la libertà del popolo e ferita la sua dignità. Ci fa bene custodire il ricordo di quanto sofferto: non bisogna ritagliare dalla memoria certe oscurità, altrimenti si può credere che siano acqua passata e che il cammino del bene sia delineato per sempre». E invece «la pace non è mai guadagnata una volta per tutte, va conquistata ogni giorno, così come la convivenza tra etnie e tradizioni religiose diverse, lo sviluppo integrale, la giustizia sociale».

La seconda immagine è quella del «serpente che salva. Mentre il popolo muore a causa dei serpenti brucianti, Dio ascolta la preghiera di intercessione di Mosè e gli dice: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Infatti, “quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita”» . Dio ci vuole salvare non distruggendo i serpenti velenosi, ma insegnandoci come «agire dinanzi al male, al peccato e alla sfiducia dell’umanità. Allora come ora, nella grande battaglia spirituale che abita la storia fino alla fine, Dio non annienta le bassezze che l’uomo liberamente insegue: i serpenti velenosi non scompaiono, ci sono ancora, stanno in agguato, possono sempre mordere». Ma Dio ha mandato suo figlio, innalzato sulla croce come Mosé innalzò il serpente nel deserto, «perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Una svolta: «Gesù che, elevato sull’asta della croce, non permette ai serpenti velenosi che ci assalgono di condurci alla morte. Di fronte alle nostre bassezze, Dio ci dona un’altezza nuova: se teniamo lo sguardo rivolto a Gesù, i morsi del male non possono più dominarci, perché Lui, sulla croce, ha preso su di sé il veleno del peccato e della morte e ne ha sconfitto la potenza distruttiva. Ecco che cosa ha fatto il Padre dinanzi al dilagare del male nel mondo; ci ha dato Gesù, che si è fatto vicino a noi come non avremmo mai potuto immaginare: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore”».

Dio ci mostra la misericordia e la via cristiana alla salvezza: «Guardare a Gesù crocifisso. Da quell’altezza possiamo vedere la nostra vita e la storia dei nostri popoli in modo nuovo. Perché dalla Croce di Cristo impariamo l’amore, non l’odio; impariamo la compassione, non l’indifferenza; impariamo il perdono, non la vendetta. Le braccia allargate di Gesù sono l’abbraccio di tenerezza con cui Dio vuole accoglierci. E ci mostrano la fraternità che siamo chiamati a vivere tra di noi e con tutti. Ci indicano la via, la via cristiana: non quella dell’imposizione e della costrizione, della potenza e della rilevanza, mai quella che impugna la croce di Cristo contro altri fratelli e sorelle per i quali Egli ha dato la vita! È un’altra la via di Gesù, la via della salvezza: è la via dell’amore umile, gratuito e universale, senza “se” e senza “ma”».

Essere cristiani, conclude Francesco, «significa vivere senza veleni: non morderci tra di noi, non mormorare, non accusare, non chiacchierare, non spargere opere di male, non inquinare il mondo con il peccato e con la sfiducia che viene dal Maligno. Fratelli, sorelle, siamo rinati dal costato aperto di Gesù sulla croce: non ci sia in noi alcun veleno di morte. Preghiamo, invece, perché per grazia di Dio possiamo diventare sempre più cristiani: testimoni gioiosi di vita nuova, di amore, di pace».

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