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giovedì 18 agosto 2022
 
 

Il Papa: «La speranza è una virtù rischiosa»

29/10/2013  Nella messa celebrata martedì mattina a Santa Marta, Francesco ha svolto una riflessione sulla seconda virtù teologale e ha invitato a farsi alcune domande: «Dove siamo ancorati noi, ognuno di noi? Le nostre regole, i nostri comportamenti, i nostri orari, i nostri clericalismi, i nostri atteggiamenti ecclesiastici, non ecclesiali, eh? Siamo ancorati lì? Tutto comodo, tutto sicuro, eh? Quella non è speranza»

«Non è facile capire cosa sia la speranza, la più umile delle virtù, una virtù rischiosa perché si nasconde nella vita». Nella messa celebrata martedì mattina a Santa Marta papa Francesco ha riflettuto sulla speranza, una delle tre virtù teologali. Essa, ha detto il Papa, non è ottimismo, ma «un’ardente aspettativa» verso la rivelazione del Figlio di Dio. Poi ha messo in guardia sul fatto che i cristiani devono guardarsi da clericalismi e atteggiamenti comodi, perché la speranza cristiana è dinamica e dona vita.

«La speranza», ha spiegato il Papa, «non è un ottimismo, non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose. Quelle persone luminose, positive... Ma questo è buono, eh! Ma non è la speranza. Non è facile capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo “di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio”. Non è un’illusione».

Avere speranza, ha aggiunto, significa «essere in tensione verso questa rivelazione, verso questa gioia che riempirà la nostra bocca di sorrisi». San Paolo, ha detto ancora, sottoline che la speranza non è ottimismo, «è di più». È «un’altra cosa differente». I primi cristiani la «dipingevano come un’ancora: la speranza era un’ancora, un’ancora fissa nella riva» dell’Aldilà. E la nostra vita è proprio camminare verso quest’ancora: «Mi viene a me la domanda: dove siamo ancorati noi, ognuno di noi? Siamo ancorati proprio là nella riva di quell’oceano tanto lontano o siamo ancorati in una laguna artificiale che abbiamo fatto noi, con le nostre regole, i nostri comportamenti, i nostri orari, i nostri clericalismi, i nostri atteggiamenti ecclesiastici, non ecclesiali, eh? Siamo ancorati lì? Tutto comodo, tutto sicuro, eh? Quella non è speranza. Dove è ancorato il mio cuore, là in questa laguna artificiale, con comportamento ineccepibile davvero…».

Infine, il Pontefice ha spiegato che un’altra icona della speranza indicata da San Paolo è quella del parto: «Siamo in attesa», ha detto, «questo è un parto. E la speranza è in questa dinamica, di dare vita». Ma, ha aggiunto, «la primizia dello Spirito non si vede». Eppure so che «lo Spirito lavora». Lavora in noi «come se fosse un granello di senape piccolino, ma dentro è pieno di vita, di forza, che va avanti» fino a diventare albero. Lo Spirito lavora come il lievito. Così, ha aggiunto, «lavora lo Spirito: non si vede, ma c’è. È una grazia da chiedere».

Un esempio di speranza è, ha concluso il Papa, la Vergine Maria: «Una ragazza giovane, quando, dopo che lei ha sentito che era mamma è cambiato il suo atteggiamento e va, aiuta e canta quel cantico di lode. Quando una donna rimane incinta è donna, ma non è mai (solo) donna: è mamma. E la speranza ha qualcosa di questo. Ci cambia l’atteggiamento: siamo noi, ma non siamo noi; siamo noi, cercando là, ancorati là».  

 
 
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