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Il Papa: «No ai fili spinati e all'indifferenza verso la tragedia di chi cerca amore e libertà»

03/12/2021  Nell'incontro ecumenico con i migranti il Papa conclude il suo discorso a braccio. E dice che "ci scandalizziamo per i lager nazisti e comunisti del secolo scorso e ci giriamo dall'altra parte per non vedere quelli di oggi dove i nostri fratelli sono venduti, torturati, odiati. Quando non muoiono mentre cercano di scappare da guerre e fame"

«Nessuno di noi vuole essere solo». Le testimonianze dei migranti, che il Papa ascolta nella chiesa parrocchiale di Santa Croce, toccano il senso profondo di ogni vita umana. Dopo le parole del patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, che aveva  ricordato «che il futuro dell’Europa si decide nel Mediterraneo, dove non passano solo le fonti di energia e di ricchezza, ma anche le risorse umane, persone e popolazioni, con le quali ci si dovrà confrontare e senza le quali non ci sarà sviluppo, né futuro» e dopo che Elisabeth Chrysanthou, della Caritas di Cipro aveva spiegato il grande lavoro che si fa insieme con i migranti che l'isola accoglie - «una percentuale più ata rispetto a tutti gli altri Paesi europei», sono state le stesse persone accolte a parlare di loro stessi. Dallo Sri Lanka, dal Camerun, dall'Iraq, dalla Repubblica democratica del Congo è risuonata la domanda, costante del «chi sono io?», «dove vado?», «quali sono le mie speranze?».

Quasi commosso papa Francesco risponde subito con le parole dell'apostolo Paolo: «Voi non siete più stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».

Questa preghiera ecumenica con i migranti, voluta dal Papa come ultima tappa a Cipro prima di spostarsi in Grecia, sintetizza il significato dell'intero viaggio: camminare insieme, fare unità tra le Chiese, fare unità tra le popolazioni.

La domanda «Chi sei?» dice Tamara, Sri Lanka, «spesso arriva come uno schiaffo». E lei risponde «vittima, straniera, richiedente asilo, rifugiata, mentre vorrei gridare fratello, amico, credente, prossimo». «Io», aggiunge Maccolins, «sono una persona ferita dall'odio». E Rozh dice «io sono una persona in cammino, sono dovuto scappare dalle bombe, dai coltelli, dalla fame e dalla sofferenza», Racconta la sua fuga nascosto, per terra e per mare, dice del suo viaggio per raggiungere un luogo «sicuro e sano, dove posso donare e ricevere amore, nel quale posso con orgoglio praticare la mia fede e le mie convinzioni condividendole con altri». Maramie invece, è una persona «piena di sogni, sogno un mondo in cui nessuno sia costretto a combattere, in cui non sia tirato giù dal letto in piena notte lasciando dietro giocattoli, casa, per salvarsi la vita, sogno un mondo di pace». Ma parla anche di sogni «piccoli, come quello dell'odore della cucina di mia nonna, il profumo della brezza del mare, di essere la prima della classe, di diventare medico e di essere benvenuta ovunque, che la gente si interessi a me, che non sia sospettosa e sogno i sorrisi».

Il Papa li abbraccia e spiega che la sua commozione «viene dalla bellezza della verità». Le parole di Paolo agli efesini diventano attuali. Francesco  le traduce in «Voi non siete stranieri, ma concittadini». E questa è «la profezia della Chiesa: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. Perché anche Dio sogna, come te, Mariamie, che vieni dalla Repubblica Democratica del Congo e ti sei definita “piena di sogni”. Come te Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle».

Per il Papa le quattro testimonianze sono come uno specchio per la comunità cristiana: «Quando tu, Thamara, che vieni dallo Sri Lanka, dici: “Spesso mi viene chiesto chi sono”, ci ricordi che anche a noi a volte viene posta questa domanda: “Chi sei tu?”. E purtroppo spesso si intende dire: “Da che parte stai? A quale gruppo appartieni?”. Ma come ci hai detto tu, non siamo numeri, individui da catalogare; siamo “fratelli”, “amici”, “credenti”, “prossimi” gli uni degli altri». Il Papa parla dell’interesse che «sempre schiavizza, sempre crea schiavi. L’amore è contrario dell’odio e ci fa liberi». Mentre l’odio, come ha sottolineato Maccolins, camerunense, «ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. E questo, come hai detto tu, lascia il segno, un segno profondo, che dura a lungo. È un veleno da cui è difficile disintossicarsi. È una mentalità distorta, che invece di farci riconoscere fratelli, ci fa vedere come avversari, come rivali, come oggetto da vendere o da sfruttare».

Infine Rozh, irachena, persona «in viaggio», ricorda che «anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione. Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto devono farci paura le nostre chiusure e i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme». Il Papa invita ad andare avanti sulla strada dell’unità, insieme, tenendo lo sguardo fisso su Gesù «che è «la nostra pace», che è la «pietra d’angolo». E Gesù ci viene incontro «con il volto del fratello emarginato e scartato. Con il volto del migrante disprezzato, respinto, ingabbiato… Ma anche del migrante che è in viaggio verso qualcosa, verso una speranza, verso una convivenza più umana».

Dio, dice il Papa, «ci parla attraverso i vostri sogni. Il pericolo è che tante volte non lasciamo entrare i sogni in noi, preferiamo dormire e non sognare. è tanto facile guardare da un’altra parte e in questo mondo ci siamo abituati a quella cultura dell’indifferenza, a quella cultura di guardare da un’altra parte e addormentarci tranquilli, ma per quella strada mai si può sognare. è duro, Dio parla attraverso i vostri sogni, non parla attraverso le persone che non possono sognare niente perché hanno tutto o perché il loro cuore si è indurito».

Cipro può essere d’esempio, un’isola «segnata da una dolorosa divisione» che può «diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità. E lo potrà essere a due condizioni. La prima è l’effettivo riconoscimento della dignità di ogni persona umana», la seconda «è l’apertura fiduciosa a Dio Padre di tutti; e questo è il “lievito” che siamo chiamati a portare come credenti». (Perché si possa passare dall’odio all’amore e perché, alla domanda «“Chi sei?”, si possa rispondere a viso aperto: “Sono tuo fratello, non mi conosci?”».

Ma il Papa non termina il discorso e, a braccio, aggiunge tutta la sua condanna per la cultura dell’indifferenza. Ha negli occhii migranti annegati, respinti, torturati. «Voi siete arrivati qui, ma quanti delle vostre sorelle e fratelli sono rimasti in strada, quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili, precarie e non hanno potuto arrivare, possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero». Parla di chi è stato «rapito, venduto, sfruttato», di quanti ancora «sono in cammino non sappiamo», a quanti sono dovuti tornare indietro, respinti «e sono finiti nei lager, le donne vendute, gli uomini schiavizzati». Parla chiaro, il Pontefice, «perché è mia responsabilità aiutare ad aprire gli occhi e dire che la migrazione forzata non è un viaggio turistico» e ancora ricorda come ci stupiamo di fronte alle tragedie del secolo scorso, ai lager nazisti e comunisti, ma «questo sta succedendo anche adesso» questa è «la guerra di questo momento, è la sofferenza di questo momento e noi non possiamo tacere», questa, dice ancora, «è la storia di questa civiltà sviluppata che noi chiamiamo Occidente». E poi si scusa prima di dire «qualcosa che ho nel cuore» Guarda i fili spinati che dividono la capitale Nicosia e pensa ai «fili spinati in altre parti dove si fa per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, gioia ,che sta fuggendo dall’odio e trova davanti un odio che si chiama filo spinato». Non ci si può abituare alle morti nel Mediterraneo, alle tragedie di ogni giorno, questo è il pericolo più grande, dice ancora Francesco. E torna ancora a scusarsi, «se ho detto le cose come sono, ma non possiamo tacere e guardare da un’altra parte in questa cultura dell’indifferenza».

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Tra rifugiati e profughi, Francesco nel cuore del dolore del mondo
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