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martedì 16 luglio 2024
 
 

Il passaggio generazionale

18/10/2011  Per le famiglie, l’eredità rappresenta una risorsa preziosa, a livello economico e affettivo. Allo stesso tempo, però, riesce a scatenare conflitti generazionali.

Il decreto legislativo 4-03-10 n. 28 e il successivo D.M. 18-10-10 n. 180 hanno introdotto nell’ordinamento giuridico italiano, in attuazione dell’art. 60 della Legge 18-06-09, una compiuta disciplina della mediazione delle controversie civili e commerciali. All’art. 5 il decreto legislativo prevede l’obbligo di esperire un tentativo di mediazione prima di iniziare un giudizio in materia di divisione, successione ereditaria e patti di famiglia; oltre che in numerose altre materie. Tralasciando di considerare la materia dei patti di famiglia, disciplinata dall’impianto del decreto legislativo n. 55/2006, che fino a oggi ha avuto scarsa applicazione, l’attenzione per quel che riguarda la famiglia si concentra soprattutto sui giudizi in materia di divisione e di successione ereditaria. Il Legislatore ha previsto il previo tentativo di mediazione quale condizione di procedibilità di questi giudizi. Si tratta di vicende processuali alquanto frequenti e che concernono il passaggio generazionale del patrimonio familiare. Il fatto che il Legislatore abbia contemplato le controversie in questa materia come meritevoli di un’istanza di composizione stragiudiziale della lite, qual è quella offerta dalla mediazione, deve fare riflettere.

Ciò che connota, come è immediatamente evidente, queste controversie è la natura dell’oggetto del contendere e la qualità dei contendenti. L’oggetto del contendere riguarda il patrimonio che è stato accumulato dalla famiglia nel corso di una generazione, ovvero dalle generazioni precedenti, al momento del passaggio alla generazione che segue. Può trattarsi non solo di beni materiali, mobili o immobili, ma anche di beni di natura immateriale, come è nel caso dell’azienda di famiglia. Al momento del passaggio generazionale, il valore del patrimonio può essere completamente conservato se vi sia un solo discendente, fatte salve le decisioni di quest’ultimo. Sussistono problemi di conservazione, invece, quanto più sono i discendenti o, in caso di successione, gli eredi. In quest’ultimo caso, come è ovvio, si pone uno sforzo di riflessione per salvaguardare il valore del patrimonio comune. La divisione, se non ben condotta, può comportare pregiudizi apprezzabili e notevoli. Addirittura, anche il venir meno dei beni immateriali come, per esempio, un’azienda.

Quanto ai contendenti, si tratta di norma, di fratelli e sorelle, germani o unilaterali che siano; in inglese si usa il termine siblings o sibs. Purtroppo in questi contesti, più che altrove, le risorse vengono sempre percepite come scarse, per quanto grandi possano essere le ricchezze. Questa percezione soggettiva determina condotte di negoziato spesso di natura avversariale con pregiudizio tanto della relazione quanto della salvaguardia dei valori. I fatti ereditari sono stati sino a questo momento tema alquanto negletto dagli studi sulla famiglia in area psicosociale. Tuttavia queste vicende hanno un notevole impatto sulle famiglie. L’indagine giuridica, al contrario, ha concentrato, specie da ultimo, discreta attenzione ai temi relativi alla successione ereditaria e al trasferimento del patrimonio familiare tra le generazioni. La materia necessita, però, di un approccio interdisciplinare.

Come scriveva Jean Carbonnier: «… una famiglia è questo: generazioni che scivolano l’una nell’altra, diverse, non avverse; una fedeltà invisibile sotto rotture esteriori; un serpente che cambia pelle, ma conservando oscuramente un po’ dei suoi sogni da una muta all’altra». L’eredità è un simbolo che vale a significare non solo terra, casa e denaro che passano tra le generazioni, ma anche fiducia, amore e potere e il senso di giustizia entro la storia della famiglia e i riti del familiare. Tutte queste variabili vanno prese in considerazione quando si tratta di favorire il passaggio generazionale, salvaguardando il valore dei beni e il fondamentale benessere delle relazioni familiari.

I problemi principali sono due: le apparenti impossibilità di dividere tutti i cespiti dell’asse ereditario adeguatamente e di raggiungere soluzioni di giustizia condivisibili per tutti gli eredi. Alcuni beni sono indivisibili ma desiderabili per tutti, come l’antico orologio del papà o il quadro più bello, forse di maggiore valore o l’anello di matrimonio della mamma o quello con il brillante. Il valore dei beni è economico ma anche simbolico. C’è un sentimento di giustizia nella famiglia e la trasmissione ereditaria lo riguarda più di ogni altra cosa; ma i contendenti hanno diverse percezioni di ciò che è giusto per loro e per la famiglia.

Il senso di giustizia riguarda non solo l’equità della divisione, ma anche valutazioni circa il merito che l’uno o l’altro dei confliggenti può avere acquisito nella cura del legame o del patrimonio familiare; merito che può dare o non dare diritto ad avere qualcosa dell’eredità, qualcosa in più. Sono diversi i sentimenti di giustizia degli eredi ed è ciò che genera maggiormente il conflitto. Anche quando la successione sia preparata da disposizioni testamentarie può generarsi contrasto. La rivalità nella fratria può portare a misurare la quantità di amore dei genitori con la quantità dei beni lasciati.
Alcuni sono così devastati dalla percepita ingiustizia nelle disposizioni testamentarie da interrompere qualsiasi legame con i parenti, indipendentemente dalla pregressa positiva relazione. Molto spesso la contesa viene portata sul piano giudiziario, o facendosi valere il sospetto di ingiuste pressioni sui genitori all’atto del testamento o di falsi, ovvero tramite verifica del rispetto delle quote di legittima riserva indisponibili per il testatore o anco-ra facendo applicazione del meccanismo della collazione delle donazioni fatte in vita dai genitori. I problemi ovviamente sono ancora maggiori nelle famiglie allargate o ricostituite dopo precedenti separazioni. Ancora più complessi quando l’azienda è familiare. È un processo di decision-making che coinvolge due generazioni e richiede un approccio integrato con attenzione agli aspetti legali, finanziari e relazionali. Gli obiettivi sono: preservare il ricordo di chi lascia, curare il legame familiare, soddisfare il senso di giustizia di ciascuno, mantenere la privacy sulla vicenda familiare e non disperdere il valore del patrimonio

La famiglia oltre a essere il nucleo fondante e fondamentale della comunità e della società sotto il profilo relazionale è elemento cardine dell’economia nel senso più pregnante del termine. La famiglia produce e consuma ricchezza, in senso vero e metaforico, alimenta il flusso di denaro e anche quello generazionale, condiziona e influenza sia positivamente sia in maniera negativa l’ambito di appartenenza e il contesto nel quale si trova ad agire. Rappresenta, quindi, la più piccola ma importantissima gestione e amministrazione economica nella quale si ritrovano tutti gli elementi costituenti una qualsiasi azienda, e dove ruoli, compiti, diritti, doveri, relazioni, attività, progetti, scelte, crescita e decrescita si muovono e interagiscono al suo interno con riverberazioni osmotiche fuori da essa. La famiglia ha come “mission” la procreazione e la crescita dei figli e quindi il denaro prodotto serve principalmente a questo obiettivo.
Come in qualsiasi azienda vi sono costi e ricavi, utili e perdite, ma quello che c’interessa capire è come il valore dei beni che, a un certo punto della storia generazionale passano di mano da padre in figlio, debbano o possano generare conflitti, alcuni gravissimi, tali da distruggere patrimoni e relazioni per sempre. Mentre siamo più disposti ad accettare e capire la crisi aziendale e il fallimento economico in generale ci stupiamo e ci dispiace sempre se questo tipo di difficoltà colpisce o travolge la famiglia, spesso in coincidenza con la morte del capo famiglia che solitamente lascia un testamento, depositario delle volontà circa la successione dei bei, delle cose, del patrimonio familiare ai figli o a coloro che vengono designato come eredi.

I motivi possono essere molti e a volte molto lontani ma senza dubbio si può affermare che la successione generazionale deve essere preparata per consentire che non avvengano le crisi già descritte. Il modo migliore per evitare conflitti e favorire il passaggio generazionale sarebbe dirlo prima e non tenere nascosto il testamento: adempiere a un’obbligazione generazionale, come già aveva probabilmente fatto la precedente generazione.

Le relazioni che nascono e crescono in una famiglia vengono alimentate e nutrite anche dal denaro e dai beni in godimento a tutta la famiglia, in misura e modalità diverse. I beni materiali che circolano più o meno abbondanti in famiglia hanno un valore che viene letto e sentito come somma di una cifra numerica e di senso relazionale. I doni ne sono il classico esempio: l’iniquità nel loro uso può ingenerare gelosie fra coloro che li ricevono.
Quindi la crescita umana dei figli riguarda anche l’acquisizione del senso e dell’uso del denaro e la responsabilità che ciascun membro della famiglia ha nei suoi riguardi con il rispetto dovuto e, aggiungiamo, con la giusta distanza da esso nel considerarlo un mezzo e non il fine. Ma accade che per rapporti genitoriali che difettano di elementi relazionali solidi e di legami familiari armonici e armoniosi e per molte altre motivazioni psicologiche che hanno alla base conflitti non risolti, sensi di colpa, gelosie, vendette, incomprensioni più o meno profonde, incapacità comunicative, poca chiarezza progettuale con scelte conseguenti nebbiose, torti veri o presunti che cadono dalle generazioni precedenti, il patrimonio divenga il territorio dove combattere e tentar di superare il conflitto generazionale.
 Il conflitto, infatti, non riguarda solo il valore economico ma investe un formidabile set di fattori psicologici correlati alla storia di famiglia: rivalità tra fratelli e sorelle, figli buoni e meno buoni o tali percepiti, consegne ricevute e adempiute o disattese, segreti, ideali, bandiere. Se prima non c’è stato un lavoro serio e diligente di costruzione di legami forti, scattano i meccanismi dell’“io vinco” e “tu perdi”, si fa sentire forte la sensazione di mancanza, e il conflitto, nel momento della perdita e quindi della debolezza relazionale, trova humus per crescere ed entrare in escalation. I figli, rimasti orfani di padre o madre, se non preparati al passaggio di ruolo, di responsabilità e di ricollocazione nel nuovo nodo relazionale all’interno della famiglia, dichiarano la loro insoddisfazione, frustrazione e dolore attraverso il denaro che diviene il veicolo immediato dove innescare la miccia del disaccordo che è solo lo strumento di rivendicazione affettiva di una relazione che non ha soddisfatto, di amori parentali scarsi o insufficienti, di disuguaglianze e disparità di giudizio e di valore che non avendo avuto parola prima si scatenano nella lotta successoria.

Le divisioni giudiziarie o le semplici liti familiari per la “roba” di verghiana memoria, sono i risultati della mancanza di alcuni passaggi importanti di crescita nella famiglia, passaggi segnati anche e soprattutto dalla scomparsa dei nodi generativi e dall’impreparazione al loro rimpiazzo.

Finiscono in tribunale la maggior parte dei casi di crisi nel delicatissimo momento di passaggio o semplicemente si apre in famiglia una crisi relazionale che, a volte, passa di generazione in generazione, supportata dal dissidio patrimoniale. La mediazione, invece, offre una validissima alternativa che sembra perfetta ad accogliere e dirimere il conflitto in quanto è in grado di accogliere non solo la domanda rispetto al “quanto” come bene, ma soprattutto di ascoltate il bisogno rispetto alla “mancanza” come relazione.

Il percorso che oggi offre la legge, consente alle parti di trovare uno spazio e un tempo dove raccontare al mediatore i motivi del conflitto non solo come pretesa economica ma soprattutto di trovare accoglienza rispetto a ciò che la pretesa sottende. Infatti negli incontri separati che prevede il percorso di mediazione, le parti parlano e si raccontano in totale riservatezza e il mediatore garantisce l’imparzialità e decide i tempi che una questione complessa come quella successoria richiedono.
 L’avvicinamento che si costruisce con le tecniche mediative e con l’abilità relazionale del mediatore aiuta la costruzione di un ponte relazionale, mattone dopo mattone, trovando motivi per iniziare a pensare di ritornare a parlare, di trovare soluzioni da discutere e condividere, di ricreare legami.
Il potere della mediazione, soprattutto in conflitti come quello generazionale, è quello di lavorare sul far sperimentare alle persone l’ascolto attivo e la presa in carico di tutto quanto di emotivo accompagna un percorso dove il conflitto è impre-gnato di cose non dette e soprattutto di emozioni e sentimenti non espressi e tanto meno agiti. Pur non essendo uno strumento psicologico, la mediazione è in grado, attraverso i suoi professionisti, di contenere quella parte profonda e sconosciuta che, in caso di percorso giudiziario, viene tralasciata e che nei conflitti generazionali è sempre la più cospicua e dove sempre ci sono le ragioni e i motivi del contendere.
 La mediazione dà voce ai silenzi e spazio alla fatica di andare avanti con l’equi-vicinanza del mediatore, la sua positiva proposizione e abilità comunicativa. La successione ereditaria, sia che possa essere attuata in vita, sia che debba avere luogo dopo, necessita di un momento e un luogo di decisione.

È necessario creare un ambiente dove ciascun membro della famiglia si senta considerato, accolto e ascoltato, e venga a conoscenza di quello che è il posto che occupa all’interno dell’intreccio della storia familiare. Un ambiente in cui possono essere invitate anche le persone estranee, ma che risultano significative per le relazioni familiari. Uno spazio neutro e sicuro in cui possa essere ricostituita un’adeguata comunicazione per diminuire le possibilità di conflitto, superare gli ostracismi e altre terribili dinamiche.
Ricostruire la fiducia è fondamentale per far riprendere la possibilità del dialogo. Ci si rende conto che questo percorso non è affatto facile, e richiede, di norma, una terza parte che abbia esperienza del “comunicare familiare” e delle dinamiche di questo contesto. Una terza parte che consenta di condividere regole di base e un’agenda del negoziato, e di rendere chiari obiettivi di discussione, percezioni di giustizia, differenti significati sugli oggetti e opzioni di distribuzione.

Come specificato all’inizio di questo contributo, il decreto legislativo 4 marzo 2010 n. 28 introduce uno spazio importante in questo contesto, offrendo alle famiglie una possibilità concreta di affrontare e superare in maniera produttiva i conflitti ereditari, senza onerosi percorsi giudiziari e lacerazioni relazionali e affettive, ma attraverso accordi condivisi e un percorso nel quale poter rigenerare i legami familiari integrando e aggiungendosi alla più conosciuta “mediazione familiare” che si pone l’obiettivo di aiutare le famiglie in percorsi di separazione.

 
 
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