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lunedì 17 maggio 2021
 
GERUSALEMME, IL PATRIARCA
 

Il Patriarca di Gerusalemme: «Arriva il Papa della gioia»

23/01/2014  La Terra Santa aspetta Francesco che arriverà qui a fine maggio. «Il Pontefice viene qui per pregare», afferma Sua Beatitudine monsignor Fouad Twal in un'intervista esclusiva, «ma qui, data la situazione, non esiste preghiera che non abbia una dimensione anche politica»

«L’ ecumenismo è un processo che non ha un inizio e non avrà mai fine. Qui in Terra Santa, poi, è una realtà concreta, un’incessante pratica quotidiana: negli ospedali del patriarcato curiamo tutti, nelle scuole accogliamo tutti, la Caritas va in soccorso di chiunque abbia bisogno. E quando parliamo dei problemi e delle difficoltà di questa terra, non parliamo mai di “cattolici” o “protestanti” o “ortodossi”, ma sempre e solo di cristiani. Non facciamo distinzioni perché questo siamo, insieme: i cristiani di Terra Santa».
Sua Beatitudine monsignor Fouad Twal, dal 2008 patriarca latino di Gerusalemme, si prepara ad accogliere papa Francesco, che tra il 24 e il 26 maggio percorrerà la Giordania (Amman e il fiume Giordano), i territori dell’Autorità nazionale palestinese (Betlemme) e Israele (Gerusalemme).

Se in Giordania il Papa visiterà il luogo del Battesimo di Gesù e a Betlemme celebrerà la Messa, a Gerusalemme si svolgerà (e proprio nel Santo Sepolcro, dove fin troppo spesso sono andati in scena divisioni e conflitti tra i cristiani) il grande incontro ecumenico cui parteciperà anche Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli.
Monsignor Twal, che non solo è il patriarca latino, ma nel 1995 divenne a Tunisi il primo vescovo arabo di un Paese del Nord Africa e dal 2007 è membro del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, attende il momento con gioia e competenza davvero particolari. «Sì, è questo il sentimento prevalente: una grande gioia. Siamo felici di sapere che il Santo Padre viene a trovarci come un superiore, un fratello, un pellegrino, un uomo di dialogo. Anche se al tempo stesso siamo molto coscienti del fatto che la sua presenza qui attirerà l’attenzione del mondo sulla nostra situazione, sulle soddisfazioni e le sfide che punteggiano la nostra vita, sulla non piccola croce che portiamo».

Gerusalemme. Monsignor Fouad Twal all'interno della Basilica del Santo Sepolcro. Foto Reuters.
Gerusalemme. Monsignor Fouad Twal all'interno della Basilica del Santo Sepolcro. Foto Reuters.

Situazione, sfide... Non è difficile intuire, da termini come questi, che il contesto della Terra Santa resta molto problematico...
«Il Papa viene per pregare. Ma anche nella preghiera non si può prescindere da una dimensione politica, considerando appunto la nostra situazione. Se papa Francesco parlerà di giustizia non si potrà non pensare all’occupazione israeliana, se parlerà di diritti umani il pensiero di certo andrà all’emigrazione dei cristiani, ai rifugiati, alla violenza, alla guerra. Da noi è impensabile parlare senza toccare, senza riferirsi a ciò che si ha sotto gli occhi tutti i giorni. Perché poi, qui a Gerusalemme, respiriamo con i polmoni della Chiesa universale. Non possiamo limitare il nostro pensiero e i nostri sentimenti alla realtà specifica, dobbiamo abbracciare tutto il Medio Oriente. Abbiamo il sogno, per il nuovo anno appena cominciato, di vedere in questa terra due Stati con frontiere chiare e definite, due Stati che si rispettano e si rapportano l’un l’altro con fiducia. E la pace, finalmente. Ma anche le guerre, i rifugiati, la povertà degli altri ci appartengono. Fanno parte a pieno titolo del nostro bagaglio umano».

Da questo punto di vista il patriarcato latino è molto impegnato, soprattutto in Giordania, nel soccorso ai profughi siriani.

«Siamo molto impegnati anche qui, a Gerusalemme, dove tutto ciò che accade si ripercuote subito in una dimensione internazionale. Ma è vero, in Giordania c’è una porzione più ampia del patriarcato, più fedeli, più famiglie, più scuole, più sacerdoti e seminaristi. L’ultima ondata è quella dei rifugiati siriani, ma prima erano arrivati tantissimi iracheni, e comunque è molto alto il numero dei lavoratori immigrati dall’Egitto in cerca di occupazione. La Giordania ha poco più di 6 milioni e 200 mila abitanti e quasi un milione e mezzo di residenti stranieri, molto spesso indigenti se non proprio poveri. Il che richiede a noi, oltre che naturalmente alle autorità civili e al Governo, un notevole sforzo per soddisfare un bisogno forte e sempre crescente di assistenza pastorale, ma anche di soccorso umano e caritatevole».

Di certo l’incontro ecumenico nel Santo Sepolcro sarà il culmine della visita di papa Francesco. Ci può raccontare come lo state preparando?
«Abbiamo naturalmente già formato e messo al lavoro diversi comitati responsabili degli aspetti pratici: logistica, protocollo, inviti... Ci sono anche piccoli intoppi, ovvio, ma saranno presto superati. Ma ciò che più conta è che speriamo, attraverso questo incontro, di ridare all’idea e alla pratica dell’ecumenismo lo slancio che merita. Ricordo bene l’abbraccio di cinquant’anni fa tra papa Paolo VI e il patriarca Athenagoras: c’era tanto ottimismo. Troppo. Poi, pian piano, abbiamo scoperto che la realtà non è sempre romantica e bella, che spesso nasconde problemi e difficoltà. La cosa più importante, però, è tener presente che l’incontro del Santo Sepolcro in effetti si svolgerà al momento giusto. C’è un bel clima, proprio dal punto di vista di quell’ecumenismo della vita quotidiana, semplice ma efficace, di cui parlavo prima. Una delegazione della Chiesa ortodossa è venuta al patriarcato a fare gli auguri per il nostro Natale e io stesso parlo con lei dopo essere appena tornato dalla visita con cui ho contraccambiato gli auguri per il loro Natale. Detto questo, però...».

Però?
«So che voi punterete la vostra attenzione soprattutto sulla preghiera al Santo Sepolcro. È normale, anzi è giusto. Tenete però presente che per i cristiani di qui l’arrivo di papa Francesco non è scomponibile in tanti momenti diversi, da riordinare magari in una graduatoria. Per i cristiani di Terra Santa la visita del Papa è un unico grande momento di gioia e di speranza, da vivere nella sua totalità. E prima di tutto con il cuore».   

Gerusalemme. La celebrazione del Venerdì Santo all'interno del Santo Sepolcro. Foto Reuters.
Gerusalemme. La celebrazione del Venerdì Santo all'interno del Santo Sepolcro. Foto Reuters.

Di certo l’incontro ecumenico nel Santo Sepolcro sarà il culmine della visita di papa Francesco. Ci può raccontare come lo state preparando?
«Abbiamo naturalmente già formato e messo al lavoro diversi comitati responsabili degli aspetti pratici: logistica, protocollo, inviti... Ci sono anche piccoli intoppi, ovvio, ma saranno presto superati. Ma ciò che più conta è che speriamo, attraverso questo incontro, di ridare all’idea e alla pratica dell’ecumenismo lo slancio che merita. Ricordo bene l’abbraccio di cinquant’anni fa tra papa Paolo VI e il patriarca Athenagoras: c’era tanto ottimismo. Troppo. Poi, pian piano, abbiamo scoperto che la realtà non è sempre romantica e bella, che spesso nasconde problemi e difficoltà. La cosa più importante, però, è tener presente che l’incontro del Santo Sepolcro in effetti si svolgerà al momento giusto. C’è un bel clima, proprio dal punto di vista di quell’ecumenismo della vita quotidiana, semplice ma efficace, di cui parlavo prima. Una delegazione della Chiesa ortodossa è venuta al patriarcato a fare gli auguri per il nostro Natale e io stesso parlo con lei dopo essere appena tornato dalla visita con cui ho contraccambiato gli auguri per il loro Natale. Detto questo, però...».

Però?
«So che voi punterete la vostra attenzione soprattutto sulla preghiera al Santo Sepolcro. È normale, anzi è giusto. Tenete però presente che per i cristiani di qui l’arrivo di papa Francesco non è scomponibile in tanti momenti diversi, da riordinare magari in una graduatoria. Per i cristiani di Terra Santa la visita del Papa è un unico grande momento di gioia e di speranza, da vivere nella sua totalità. E prima di tutto con il cuore».   

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