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giovedì 12 dicembre 2019
 
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Il Pd e la crisi: tutti contro Salvini? No, tutti contro tutti

13/08/2019  Litigi, baruffe, duelli, minacce di scissione. In un partito che ha più correnti del Colosseo va in scena ancora una volta il solito psicodramma delle divisioni laceranti.

Tutti contro Matteo Salvini? Calma. Prima se ne discute. E all’occorrenza, si litiga. Anzi, volendo ci si può anche spaccare, specialità della Ditta. E se proprio non si risolve, ognuno per la sua strada. Il primo effetto della crisi di governo non sono le elezioni anticipate d’autunno ma la frammentazione del Partito democratico, sempre più simile a una pallina di mercurio schiacciata  da una ditata.
La mozione della Lega contro il governo Conte ha creato un fronte nel fronte: l’asse  tra Cinque Stelle, Pd e Liberi e uguali, che vorrebbero scongiurare l’impeto parossistico di Salvini (smanioso di capitalizzare il 40 per cento dei sondaggi con nuove elezioni per poi ottenere “pieni poteri”) si è diviso in due, anzi in tre.

Nel partito c’è chi vorrebbe un governo con i Cinque Stelle per l’intera legislatura (come Dario Franceschini (area dem) o Maurizio Martina e Lorenzo Guerini (area riformista), chi invece propende per un esecutivo di scopo, a scadenza breve, giusto per scongiurare l’Iva, tagliare i parlamentari e poi andare a elezioni nel 2020 per raccogliere gli effetti del governo “istituzionale” io “no tax” (la proposta è del "divisivo" per antonomasia Matteo Renzi, leader della corrente maggioritaria dei Comitati civici e ovviamente dei renziani come Boschi e Giachetti)  e infine chi, come il segretario Nicola Zingaretti, vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, vuole andare a elezioni per non stringere alleanze con i grillini (“un esecutivo breve sarebbe un regalo a Salvini”, ha spiegato).

A chi lo accusa di “inciucio” con i seguaci di Grillo e Casaleggio, Renzi, rientrato come Rodomonte nel campo di Agramante, ovvero con la consueta irruenza,  risponde che è il momento politico che lo richiede. Insomma, si tratterebbe di un secondo Patto del Nazareno (il suo capolavoro politico di sempre, quello che lo ha reso celebre e gli ha permesso di vincere le primarie e diventare premier), la mossa del cavallo che invece di coinvolgere Berlusconi stavolta tirerebbe fuori dall’angolo Grillo e Casaleggio. Ma che lo riporterebbe in gioco dopo il costante logoramento iniziato dalla sconfitta del referendum. In caso contrario l'ex premier è pronto a uscire dal Pd e fondare un nuovo partito,  (c’è già il nome, la nuova cosa si chiamerà Azione civile”), portandosi dietro un bel po’ di parlamentari tra deputati e senatori, presenti in forze nei due rami del Parlamento.

A nulla servono gli inviti a discutere “senza rancori e senza rinfacciarsi i cambiamenti di linea”, come fa Dario Franceschini. Niente da fare. Dopo la scissione dei Liberi e forti, che se ne andarono da Renzi, ecco preannunciarsi quella dei renziani, che se ne vanno da Zingaretti. Nel frattempo si discute tra le varie correnti: dai “dialoganti” e “pontieri” di “Fianco a fianco” (Delrio, Tommaso Nannicini) ai “Siamo europei” di Calenda e Tinagli, dalla sinistra di Andrea Orlando e Antonio Misiani, ai renziani ortodossi di “Sempre avanti” (Roberto Giachetti, Anna Ascani, Maria Elena Boschi) fino ai riformisti di Giacomelli, e ai comitati civici di Renzi e Scalfarotto e al partito dei sindaci capitanato da Bepep Sala. Perché nel Partito democratico ci sono più correnti che al Colosseo. La vecchia Dc in confronto era un partito totalitario.
Tutti contro tutti come nella rappresentazione plastica delle assemblee del Pd nel film “Bentornato presidente” interpretato da Claudio Bisio, in una mal interpretata idea di democrazia, che non dovrebe essere scontro perenne di individualità bensì confronto, armonia di idee e alla fine ricompattamento di fronte a un progetto comune. Vaglielo a dire ai dem. Ad assistere al caos in casa Pd, a tutte queste individualità riottose, a volte boriose, spesso presuntuose, eternamente latrici di quel malcelato senso di superiorità che ha lasciato in eredità D'Alema prima di andarsene sbattendo la porta del Nazareno, il modello, più che a Pericle e De Gasperi, viene in mente il Marchese del Grillo.

Carlo Calenda dice che “è il momento del coraggio, non dei tatticismi”. Goffredo Bettini dichiara che “qualunque soluzione deve passare attraverso l’unità di tutto il partito democratico”.  Peccato che unità e Partito democratico, malato di “congressimo” e “primarismo” siano un ossimoro. Intanto le pre-riunioni in vista del voto continuano a registrare spaccature. Perché come dice Gentiloni (di cui si insinua che vuole andare subito al voto per ricandidarsi premier) “quando il gioco si fa duro, i duri smettono di litigare”. Non in casa Pd.
Insomma, tutti contro Salvini, ma prima tutti contro tutti.
 

 
 

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