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sabato 15 maggio 2021
 
 

Il petrolio che affonda la Russia di Putin

05/01/2015  Il crollo delprezzo del petrolio ha gettato la Russia in una crisi profonda. E non è l'unico Paese a rischiare grosso.

Vladimir Putin (Reuters).
Vladimir Putin (Reuters).

Un amico che da poco vive negli Stati Uniti trasmette il suo entusiasmo via Facebook: un pieno di benzina con l’equivalente di 19 euro! Come non invidiarlo, dall’alto delle ancora alte tariffe italiane? Si ha però la sensazione che molti, troppi osservatori guardino agli eventi di queste settimane, e in particolare al crollo del prezzo del greggio, con la stessa felicità, un po’ sorpresa e ingenua, dell’automobilista. Lo stesso mio amico, potrebbe chiedersi perché da settimane Wall Street dia segni di nervosismo. Le massime cariche del Governo Usa, a partire da Barack Obama, stanno bene attente a non cantare vittoria. Hanno promosso le politiche industriali (il fracking che consente l’estrazione del greggio dalle rocce e dall’argilla) che oggi tanto contribuiscono a far perdere valore all’ex “oro nero”, ma ancora non danno ai produttori nazionali il permesso di esportare il greggio estratto sul territorio Usa.

Per capire perché l’attuale fase sia gravida anche di rischi, basta guardare alla Russia di Vladimir Putin, ora in preda a una delle crisi più gravi dalla fine dell’Urss. E non sono gli oneri dell’annessione della Crimea e della campagna politico-militare in Ucraina, e nemmeno le sanzioni economiche decretate dall’Europa, ad aver fatto precipitare i suoi problemi. E’ stato il crollo del prezzo del petrolio, e soprattutto la sua velocità: a fine giugno un barile di greggio era quotato 112 dollari, ieri 59; a fine giugno i russi dovevano spendere 34 rubli per comprare un dollaro, oggi ne devono spendere 72. Un parallelismo praticamente perfetto.

Questo significa che la Russia incassa molto meno di prima (il budget per il 2015 è stato tracciato prevedendo il greggio a 95 dollari a barile), quindi lo Stato taglia sui servizi e i cittadini fanno più sacrifici. Che le aziende russe fanno tripla fatica nel ripagare i debiti contratti in valuta o nell’ottenere un ritorno da investimenti fatti in tempi molto migliori. Che la Banca centrale di Russia sta bruciando le riserve (già 100 miliardi di dollari, sui 450 accumulati negli anni del petrolio ad alto prezzo) per limitare i danni al sistema economico. Il tutto senza prospettive di riscatto a breve termine, perché i dodici Paesi dell’Opec (come peraltro anche la Russia) rifiutano di ridurre la produzione di greggio per far risalire il prezzo.

In più, c’è l’accerchiamento politico. Dell’Europa e delle sue sanzioni sappiamo tutto. Per il resto basterà dire questo: il ministro delle Finanze dell’Ucraina, nominato due settimane fa, prima di trasferirsi a Kiev lavorava per il Dipartimento di Stato (ministero degli Esteri) Usa, e ha ricevuto la cittadinanza ucraina qualche ora prima di insediarsi. Per non dire della Nato, che ha basi militari a 120 chilometri da San Pietroburgo.

La crisi che investe la Russia colpisce, poco più poco meno, molti altri Paesi che basano il proprio andamento economico sul petrolio: Brasile, Venezuela, Ecuador, Iran, Iraq, Nigeria, Angola, Libia. Poco allegri sono anche Messico, Canada, Norvegia, le monarchie del Golfo Persico. Tutti i Paesi, insomma, che dall’estrazione e dalla vendita del greggio traggono sostentamento o ricchezza.

Da qui alcune domande. Ci conviene davvero che una simile porzione di mondo sia bruscamente impoverita? Altra questione. Il crollo del prezzo deriva dall’abbondanza di materia prima (gli Usa ora producono quasi quanto l’Arabia Saudita) ma anche dal calo del consumo, soprattutto in Cina e in Asia, a causa della contrazione economica. E’ una buona notizia? No, è pessima, perché la Cina è stata negli ultimi dieci anni il solitario motore della pur stentata crescita globale.

E c’è una terza considerazione. Come i pugili, anche i Paesi in difficoltà fanno di tutto per uscire dall’angolo. La Russia, per esempio, in pochi mesi ha stretto due alleanze strategiche, prima con la Cina e poi con la Turchia, destinate a influire sugli equilibrii mondiali. Altri Paesi, in Africa e in America Latina, potrebbero seguire un simile istinto. Con quali conseguenze? Il pessimismo non è d'obbligo. Ma anche l'ottimismo ha bisogno di solide ragioni.

 
 
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