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mercoledì 08 dicembre 2021
 
Lotta alla povertà
 

Il reddito di dignità: azzardo o miracolo possibile?

11/11/2015  La Puglia vara un piano di 350 milioni per 20mila famiglie indigenti. Assegni fino a 600 euro per i nuclei più numerosi in cambio di un “patto di attivazione” che prevede percorsi di inserimento lavorativo. I soldi? Ci sono. Ecco come e perché.


(Nella foto, il Presidente della Regione Puglia  Michele Emiliano)

Se anche l’avesse davvero “voluto Papa Francesco”, come con frase a effetto afferma il governatore pugliese Michele Emiliano, di certo il Red (Reddito di dignità) progettato dalla giunta regionale barese ha del miracoloso. La regione Puglia ha infatti varato una misura di sostegno al reddito delle famiglie in difficoltà che vale 350 milioni (da spendere in cinque anni). Destinatari: 20.000 famiglie in affanno. Detta così, nient’altro che un azzardo per le casse di una Regione che come tutto il Mezzogiorno conta i soldi con il contagocce come fanno in questi giorni gli abitanti di Messina con l’acqua.

Eppure, a scavare dietro la notizia, i soldi ci sono. “Perché non sono tutti della Regione” chiarisce l’economista Vito Peragine, professore di Economia politica all’Università di Bari e consigliere economico del governatore Emiliano. “La torta dei 350 milioni si compone di tre fette: la prima attinge al bilancio regionale, la seconda a fondi comunitari del Fondo sociale europeo, la terza pesca dalla legge di stabilità 2016, che destina 34 milioni provenienti dal Sia, sostegno per inclusione attiva”. Fondi, sostiene Peragine, che la legge di stabilità ha già “messo in sicurezza” a favore della Puglia.

C’è dunque l’Europa dietro la misura che per ora è soltanto un disegno di legge e che il governatore vorrebbe approvare entro la fine dell’anno. “Il nostro reddito di dignità non è puro trasferimento monetario ma una misura di inclusione attiva - continua Peragine - e questo spiega perché abbiamo potuto accedere ai fondi europei”. 

Gli stanziamenti e le condizioni del patto di inclusione
In concreto, il Reddito di dignità pugliese consiste in un assegno mensile proporzionato alla composizione del nucleo familiare: 600 euro al mese per una famiglia di cinque persone, 520 euro per una di quattro persone, 430 euro per una famiglia di tre persone, 330 euro per una coppia, 210 euro per chi è solo. I fondi sono condizionati all’accertamento di una “condizione di marcato disagio”, che tradotto vuol dire un reddito non superiore ai 3000 euro all’anno.

Ma per ricevere l’assegno occorre anche stipulare un “patto di attivazione”: i destinatari devono cioè intraprendere un percorso di inserimento occupazionale o di formazione, e al tempo stesso garantire percorsi di scolarizzazione per i propri figli.

L’idea è che sia l’intera famiglia ad “attivarsi”. I genitori provando a ritrovare un lavoro, i figli a non perdere di vista la scuola. Entrambe queste condizioni sono indispensabili per ottenere i finanziamenti. “Si tratta a tutti gli effetti di una misura di politica sociale - spiega Peragine - a cui viene tuttavia abbinata uno strumento di inclusione attiva. Quest’ultimo è importante per due ragioni: per limitare il caso dei cosiddetti falsi positivi (chi non ha davvero bisogno di quei trasferimenti monetari) e poi perché la vera inclusione si fa attivando le famiglie in difficoltà e non fornendo loro semplicemente un sussidio economico”. 

L’avvio
Si partirà dunque stilando le graduatorie dei potenziali beneficiari, ordinati secondo criteri di maggiore bisogno (la presenza di figli minori, la condizione abitativa, lo status occupazionale…) e parallelamente si farà la lista dei “soggetti ospitanti”, imprese ma anche soggetti del terzo settore, associazioni e parrocchie che saranno all’altro capo del patto di inclusione con le famiglie. Tra questi due cataloghi si farà incrocio di domanda e offerta, facendo quel che in gergo si chiama “bilancio di competenze”, ovvero l’analisi di quello che ogni persona sa e può fare alla luce del curriculum. “Per dirla con un linguaggio da docenti universitari - continua Peragine - si tratta di una misura universalistica (perché si rivolge a tutti i non abbienti), sottoposta alla “prova dei mezzi” (la condizione di povertà ) e condizionata alla inclusione attiva (i percorsi lavorativi e formativi previsti nel patto)”. Qualcosa di molto simile a quanto proposto dalla Alleanza contro povertà promossa dalle Acli qualche mese fa. 

Gli ostacoli
I prossimi passaggi del Reddito di dignità non saranno semplici. E non soltanto perché adesso il disegno di legge dovrà superare l’approvazione del Consiglio regionale. Il vero ostacolo sarà proprio la capacità “dei soggetti ospitanti” di farsi parte attiva del progetto. Per fare il salto dal puro assistenzialismo a una misura che mobiliti davvero le famiglie sarà questo il passaggio essenziale. “Non vorremmo accontentarci di un semplice trasferimento, sarebbe un successo a metà – conclude Peragine -. La nostra ambizione è quella di ottenere un vero coinvolgimento dei soggetti sociali sul territorio per elevare il livello di reddito e di partecipazione attiva delle singole famiglie”. In Italia ci ha provato il Trentino Alto Adige, contesto molto diverso da quello pugliese. Replicarla al Sud vale doppio. Ma a volte nei miracoli bisogna crederci.

 
 
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