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Il regista Luca Manfredi, figlio di Nino, ricorda Alberto Sordi a 100 anni dalla nascita

15/06/2020  Ha diretto Permette? Alberto Sordi, il film, ora su Rai play, sui primi anni della carriera dell'attore romano. «E' stato il maggior esponente della commedia all'italiana che non ha lasciato eredi». Iniziò come doppiatore di Oliver Hardy, e dopo due film di Fellini, fu consacrato con Un americano a Roma

Dopo un passaggio al cinema e in televisione è ora disponibile su Rai play  Permette? Alberto Sordi, il film che racconta gli esordi della carriera dell’attore romano fino alla consacrazione in Un americano a Roma (1954). Venti anni di gavetta, di ostinazione a perseguire un mestiere che sentiva nel sangue, di qualche umiliazione e di affermazioni crescenti, prima come doppiatore (aveva vinto un concorso per essere la voce ufficiale di Oliver Hardy), poi alla radio e a teatro. L’amicizia con il giovane Federico Fellini lo portò poi a essere il protagonista de  Lo sceicco bianco, stroncato dalla critica, e poi dei Vitelloni. A dirigere il film su Sordi è Luca Manfredi. «Quest’anno cade il centenario della nascita di Alberto Sordi», dichiara il regista, «e volevamo festeggiarlo presentando un aspetto della sua vita sconosciuto ai più. Il nostro Albertone nazionale, malgrado il diploma da ragioniere, aveva ambizioni da attore drammatico e lasciò Roma alla volta di Milano per frequentare l’Accademia dei filodrammatici, mantenendosi facendo l’assicuratore e l’usciere. Ma dall’Accademia fu espulso per il suo marcato accento romano. Questo però non lo fece desistere e, tornato a Roma, continuò a bussare alle porte del mondo dello spettacolo. Aveva il complesso del faccione, che non rispettava i canoni di bellezza dell’epoca, ma sapeva di poter contare sulle sue doti di caratterista e imitatore».

Qualche analogia con suo padre, Nino Manfredi?

«Anche mio padre in effetti iniziò la sua carriera come doppiatore. Fu anche la voce di Marcello Mastroianni; ma Sordi ha fatto il doppio dei film di mio padre. Era iperattivo, in un giorno era capace di stare su tre set diversi».

Erano amici i due grandi attori?

«Sì, e hanno fatto anche diversi film insieme. In particolare, mi piace ricordare Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola, del 1968». Lei lo ha conosciuto? «Ricordo un episodio: Sordi era stato invitato a pranzo da noi e vedendoci tutti a tavola disse: “Nino, che bella famiglia che hai! E mio padre ribatté: “E tu, Alberto, quando ti sposi?”. E Sordi pronunciò anche in quell’occasione una sua celebre battuta: “E che mi metto un’estranea in casa?”».

Fino a oggi film su Sordi non ne sono stati girati, mentre esistono numerose sue biografie.

«Ho letto sette biografie prima di mettere mano alla sceneggiatura. In particolare, ricordo un ritratto che ne fece Oriana Fallaci, assai poco benevolo, in cui metteva in evidenza molti dei suoi difetti. Lo descrisse come un gran donnaiolo e disse che ci aveva provato pure con lei».

In effetti Alberto Sordi restò scapolo a vita, anche se gli sono stati attribuiti diversi flirt. Si innamorò mai?

«Il grande amore della sua vita fu l’attrice e doppiatrice Andreina Pagnani, che aveva 14 anni più di lui e con cui rimase legato nove anni. Le vere uniche donne della sua vita furono le sue sorelle Savina e Aurelia, che dedicarono la loro esistenza a lui senza mai sposarsi. Pure il fratello Giuseppe, ingegnere, non si sposò e a un certo punto divenne il suo segretario. Ricordo un episodio che mi raccontò un suo agente che rappresentava anche mio padre. Sordi aveva una fidanzata austriaca con cui c’era una promessa di matrimonio. Ma le mandò a dire proprio dal suo agente, usando un buffo plurale maiestatis, “quest’anno non ci possiamo sposare perché siamo impegnati col lavoro”».

È vero che fosse tirchio?

«Era molto attento al denaro e pretendeva che gli fosse pagato tutto, ma era molto credente e lasciò parte del suo patrimonio alla Chiesa. In vita aveva creato due Fondazioni che si occupano di giovani e anziani in difficoltà. Aveva quindi una sua forma di generosità».

Un aneddoto del Sordi privato?

«A metà pomeriggio si metteva il pigiama e si faceva un sonnellino facendosi cullare dal rumore delle auto che passavano sotto casa».

Come ha intuito che Edoardo Pesce sarebbe stato il perfetto interprete di Sordi?

«Seguivo la sua attività da tempo, è stata un’intuizione, come quando chiesi a Elio Germano di interpretare mio padre e scoprii che per lui era un modello. E anche Pesce mi ha confidato che Sordi era il suo attore di riferimento. Non abbiamo cercato la somiglianza fisica a tutti i costi, siamo intervenuti solo con una piccola protesi sul naso e il taglio dei capelli. Edoardo Pesce è stato intelligente e ha cercato di portare Sordi a sé e di dargli la sua interpretazione. Dopo un po’ che lo vediamo sullo schermo, smettiamo di dire che gli somiglia e finiamo per credere che sia proprio Sordi».

Che giudizio dà di Alberto Sordi?

«È stato uno dei maggiori interpreti della commedia all’italiana, un grande mattatore che ci ha lasciato una galleria di personaggi indimenticabili, ha rappresentato l’Italia nelle diverse caratterizzazioni, l’eroe, il vigliacco, la vittima, il persecutore, descrivendo pregi e difetti degli italiani. E non ha lasciato eredi».

I suoi film preferiti di Sordi?

«Detenuto in attesa di giudizio e Un borghese piccolo piccolo, due film drammatici in cui è stato bravissimo».

È vero che sta pensando a un film sulla vita di Totò?

«Abbiamo comprato i diritti dalla famiglia de Curtis. È un progetto molto ambizioso che vorremmo diluire in tre serate, mentre in genere i biopic si concentrano in una sola puntata. Totò ha avuto una vita privata pazzesca, con numerosi drammi personali». 

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