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Il riso italiano aiuta i poveri di Haiti

13/05/2015  Nel Novarese, Fabrizio Rizzotti coltiva il suo prodotto secondo tradizione. Ed è stato scelto come testimonial per la campagna Focsiv "Abbiamo riso per una cosa seria"

Le ruote in ferro del trattore di Fabrizio Rizzotti affondano i fendenti nelle risaie colme d’acqua di Cascina Fornace, a Vespolate, nel Novarese. Si ferma e abbozza un sorriso: «Va bene così per la foto?». Non sembra, ma questo risicoltore nel cuore del “triangolo d’oro” italiano del riso, tra Novara, Vercelli e Pavia, ha molto in comune con i contadini di Bocozelle, nella Valle dell’Artibonite, ad Haiti, il Paese devastato dal terremoto del 2010 che ha provocato oltre 220 mila vittime e danni per 14 miliardi di dollari. Come loro lotta contro le disuguaglianze alimentari della globalizzazione, croce e delizia dell’Expo che si celebra a pochi chilometri da questa cascina dove Fabrizio, 56 anni, insieme al glio Luca, 26, coltiva il riso da sette generazioni.

Ora Rizzotti, che dal 1998 ha deciso di trasformare e vendere a km zero il suo riso, deve lottare contro Bruxelles che ha deciso di far entrare in Europa il riso asiatico a costi troppo bassi, facendo una concorrenza micidiale ai produttori italiani. «Soprattutto a quelli piccoli come me», spiega, «che fanno un prodotto di qualità ma che sul mercato non sta su». Le importazioni “incriminate” arrivano da Cambogia e Myanmar, favorite dall’azzeramento dei dazi doganali decretato nel 2011 con l’Everything but Arms, un piano europeo di solidarietà con cui si sono liberalizzate le importazioni di prodotti dai Paesi meno sviluppati. «Se oltre a produrlo, si vende anche il riso al consumatore il guadagno è quattro volte superiore», spiega Rizzotti, che all’anno produce 2.500 quintali. «Non diventi ricco ma vivi dignitosamente», chiosa. Per la campagna “Abbiamo riso per una cosa seria. La fame si vince in famiglia” la Focsiv ha scelto proprio Rizzotti come testimonial. Perché rappresenta il connubio tra tradizione familiare e agricoltura sostenibile. «Per la concimazione utilizziamo il compost, un mix di sostanze organiche biocompatibili», afferma. «Per la tostatura mi sono offerto di fare da cavia a un gruppo di giovani ingegneri novaresi che hanno creato una caldaia alimentata solo con prodotti naturali.

E Haiti che c’entra? Qui la produzione risicola, unico puntello di un Paese poverissimo, è stata asfaltata da calamità naturali e dalla concorrenza del riso statunitense, favorita da una spregiudicata politica doganale prima del Fondo monetario internazionale nel 1986 e poi dal presidente Bill Clinton che nel ’94 favorì il ritorno dell’allora presidente Aristide e questi in cambio fu costretto ad abbassare i dazi doganali sul riso dal 22 al 3 per cento. «Fino agli anni ’80 la produzione di riso e caffè nel Paese era buona e Haiti riusciva anche a esportare», spiega Marco Bello, capo progetto dell’associazione torinese Cisv sul riso sostenibile, «poi è crollato tutto: la gente ha abbandonato in massa le campagne, molti sono emigrati nella Repubblica Dominicana».
Il riso americano costa molto meno di quello locale e le famiglie haitiane ovviamente scelgono quello low cost. Nella Valle dell’Artibonite, 120 chilometri a nord della capitale Port-au-Prince, il progetto Cisv, nanziato dalla Caritas, sta tentando di migliorare la produzione e la commercializzazione del riso. «È una goccia nell’oceano ma è un primo passo», spiega Bello. «Oggi soltanto il 18 per cento del riso consumato ad Haiti arriva dai coltivatori locali». I primi segnali sono buoni: «A Bocozelle, mettendo insieme oltre 50 organizzazioni contadine», fa sapere Bello, «in pochi mesi siamo riusciti a raddoppiare la produzione di riso, passando da una resa di 2,5 tonnellate per ettaro a cinque».

A Cascina Fornace Luca Rizzotti, il figlio di Fabrizio, si sta facendo le ossa per prendere il testimone e traghettare la sua azienda nella settima generazione. «È una cosa che mi piace da matti», sorride con l’aria di uno che si è appassionato a una storia plurisecolare. Anche se il futuro rimane un’incognita. A Vespolate, però, un po’ meno che ad Haiti.

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