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Il risveglio di Riace. Non solo i bronzi

30/03/2016  Il paese stava morendo perché non c’era lavoro. Ma un gruppo di giovani ha pensato che questo non fosse l’unico destino possibile: con un prestito della Banca etica ha fatto rinascere il centro storico, recuperato i mestieri del passato e riscoperto tradizioni e turisti accorrono.

I registri comunali di Riace raccontano che, in un passato non troppo lontano, i mestieri più diffusi tra la popolazione erano l’agricoltura, l’allevamento di bestiame, la filatura e la tessitura. I registri comunali di oggi raccontano che il mestiere più diffuso è l’assistenza statale, in forma di pensione per i più anziani e di lavori socialmente utili per i giovani disoccupati.
La storia di Riace (nel cui mare, nel 1972, furono trovati i famosi bronzi, ora conservati nel Museo nazionale di Reggio Calabria) è la storia di tanti paesi del Sud. Nel 1963 il borgo contava 3.800 abitanti, oggi solo 600. Il 60 per cento delle case del centro storico, a sette chilometri dal mare, è disabitato: la gente non trovava lavoro e se ne è andata, chi nel Nord Italia, chi all’estero. Un microcosmo (fatto di tradizioni, antichi mestieri, tempi rallentati, asini carichi di ceste e vecchiette vestite di nero che passeggiano tra i vicoli ripidi e le case scolpite nella pietra) in via di estinzione.
A Riace, però, un gruppo di giovani si è ribellato a questo destino. «La svolta coincise con un’esperienza per noi decisiva», racconta Domenico Lucano, 41 anni. «Nel luglio del 1998 a Riace Marina sbarcarono 200 curdi. Molti di loro furono nostri ospiti per un anno. Ci parlarono della storia del loro popolo, del dolore di chi deve dire addio alla propria terra, del sogno di poterci tornare. Le loro parole hanno risvegliato in noi l’amore per la nostra terra, ci hanno convinto che non era giusto lasciare che Riace morisse e a fare qualcosa di concreto per salvarlo».
Nell’ottobre di quell’anno nacque l’Associazione città futura (telefono 0964/ 77.80.08), che venne intitolata a don Pino Puglisi, il sacerdote di Palermo assassinato dalla mafia. «È un uomo che si è messo in gioco senza riserve per migliorare la società, è un riferimento che ci dà forza», spiega Antonio Petrolo, 34 anni, un altro dei “ragazzi di Riace”.
Uno dei primi atti dell’Associazione fu quello di candidarsi alle elezioni amministrative nel ’99: «Il programma della nostra lista civica era semplice: recupero del centro storico, valorizzazione delle tradizioni e degli antichi mestieri, fine dell’abusivismo edilizio lungo la costa, creazione di un piccolo museo nel luogo di ritrovamento dei bronzi», dice Antonio Trifoli, 31 anni, oggi consigliere del Comune di Riace. «Senza fare campagna elettorale, raccogliemmo il 30 per cento dei voti». Un successo, che però non bastava a soddisfare la voglia di fare di questi giovani, e soprattutto non dava garanzie di avere mezzi sufficienti per realizzare i loro sogni. Fu così che, con o senza l’aiuto del Comune, decisero di andare avanti.
La prima idea fu quella di affittare e ristrutturare le abitazioni del centro storico, abbandonate da compaesani emigrati per cercare lavoro anche 30 o 40 anni prima. Ma i sogni hanno bisogno di gambe su cui camminare: dove trovare i soldi necessari?
«Pensammo alla Banca etica», racconta Domenico, «e fu un’intuizione giusta, perché l’intesa fu immediata. Ci prestarono 70 milioni, grazie ai quali abbiamo reso abitabili queste case, rifacendo gli impianti elettrici, procurando nuovo arredamento, imbiancando le pareti. E per contenere i costi, molti lavori li abbiamo fatti con le nostre mani».
E così, ecco pronte 11 case- albergo: Palazzo Pinnarò, sede dell’Associazione città futura, ma anche luogo di accoglienza per scambi culturali, Casa Santa Caterina, Casa Donna Rosa, Casa Torretta, Casa Kurdistan (ospitò alcuni curdi nel ’99), Casa Athena, Casa Elena, Casa Virginia, Case Quartiere Sant’Anna, Casa Due Giare, Casa Mendenitza. Un totale di 55 posti letto, immersi nell’atmosfera medievale del borgo.
Riace, però, non offre solo uno splendido mare, un clima mite tutto l’anno e la pace delle sue dolci colline. «Abbiamo voluto che la rivitalizzazione del centro storico fosse accompagnata dal recupero dei mestieri antichi e delle tradizioni », dice Domenico. «Giancarlo Bregantini, vescovo della diocesi di Locri, ci ha prestato 30 milioni, con i quali abbiamo affittato un vecchio mulino che abbiamo trasformato in un laboratorio di tessitura. Con un duplice obiettivo: creare posti di lavoro e offrire ai turisti la possibilità di calarsi nei mestieri del passato. Un falegname ha fabbricato gli antichi telai, mentre noi ci siamo fatti raccontare dalle anziane i segreti della tessitura». Il laboratorio oggi produce tappeti, coperte, copriletti, cuscini. E c’è la speranza che i negozi del commercio equo e solidale mettano in vendita tali prodotti. Dal 18 al 29 giugno, inoltre, i turisti ospiti a Riace potranno partecipare alla Festa della ginestra, un campo di lavoro (intervallato da feste ed escursioni) per chi ama le cose antiche e la natura (è prevista la raccolta dei rami di ginestra sulle colline, la loro bollitura tra canti e danze, l’immersione del materiale nell’acqua corrente, la battitura, la cardatura, la pettinatura e così via fino alla produzione del filo per la tessitura). Dal 12 al 18 aprile, invece, ci sarà la possibilità di rivivere gli antichi riti e le tradizioni della Settimana Santa.
A proposito: i giovani di Riace hanno vinto la loro scommessa. Solo nell’agosto scorso hanno registrato 1.000 presenze, e continuano ad arrivare prenotazioni non solo dall’Italia ma anche dall’estero. Oggi Riace è più viva che mai.

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