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lunedì 08 agosto 2022
 
 

E l'Islam italiano dice sì all'idea

05/09/2014  Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis che raggruppa i musulmani d'Italia, spiega perché la proposta del leader israeliano coglie nel segno. E perché il Papa è la persona giusta per guidare la nuova Onu delle religioni.

L’imam Yahya Pallavicini è vicepresidente della Coreis, una delle realtà associative dei musulmani d’Italia, ed è presidente del Consiglio Superiore dell’Isesco per l’Educazione, la Scienza e la Cultura fuori dal Mondo Islamico, un’emanazione della Conferenza Islamica (Oic), cioè uno dei più importanti coordinamenti islamici a livello mondiale. Nel sermone di venerdì 22 agosto, nella sala di preghiera Al-Wahid di Milano, ha invitato «i musulmani d’Occidente a pregare e rinnovare la vicinanza ai cristiani d’Oriente». Ha usato parole forti sul cosiddetto Califfato in Iraq e Siria: di fronte «alla volgarizzazione del Nome di Dio, alla profanazione di comunità antiche di credenti», ha chiesto ai fedeli di «vivere una fratellanza, un’alleanza di cristiani e musulmani che siano ancora sensibili alla Santità Cristica, al soffio vitale della presenza spirituale che orienta gli uomini e le donne alla loro dimensione superiore».

Recentemente l’imam ha incontrato Peres e Francesco: a maggio, l’ex presidente israeliano l’ha invitato a partecipare al rinfresco offerto al Papa in occasione della sua visita a Gerusalemme.

 

Cosa pensa dell’Onu delle religioni?

Ancora una volta Shimon Peres si dimostra un uomo particolarmente ispirato, che unisce la fede ebraica con l’esperienza politica e istituzionale della sua vita. Sono pienamente d’accordo con la proposta: oggi manca una piattaforma di autorità religiose e consiglieri spiritualmente sensibili che siano al servizio non di un potere istituzionale, ma della pace e della prevenzione dei conflitti. Papa Francesco ne può essere il rappresentante più autorevole; l’ho incontrato in diverse occasioni, l’ultima pochi giorni fa alla Partita per la Pace a Roma, e mi colpisce la sua capacità di declinare il messaggio di amore e spiritualità a vari livelli, in un incontro con leader mondiali come allo Stadio Olimpico. Io, musulmano, credo di avere molto da imparare da lui.

 

Le religioni possono avere un ruolo paragonabile a quello dell’Onu?

Sì, alcuni anni fa si diceva che l’importanza delle religioni sarebbe finita, che non sarebbero più contate nella geopolitica. Poi – e le notizie di questi giorni ce lo confermano – abbiamo scoperto che la religione può essere strumentalizzata e manipolata. In questi casi, serve una parola forte di religiosi autorevoli che dicano che la pace è il nome di Dio e lavorino per costruirla. Non va chiesto ai religiosi di governare o di fare i politici, ma è falsa anche l’idea che la religione sia inconciliabile con le basi pragmatiche del realismo. Cosa c’è di più pragmatico della pace? Come grandi maestri hanno fatto in passato, noi religiosi possiamo ispirare politiche a favore della popolazione, individuando rappresentanti che, senza trasferirsi nella politica, sappiano dialogare, dare input alle istituzioni a partire dalla nostra funzione pastorale. È una sfida che sento particolarmente forte per l’Islam italiano: in rappresentanza della Coreis, ad esempio, sono stato invitato a partecipare ai Tavoli dei vari Governi che si sono succeduti per suggerire progetti, evitare ghetti e radicalismi per i musulmani. A mio avviso, quest’interazione tra politica e autorità religiose è un modello positivo di “laicità all’italiana”.

 

Lei ha parlato di “tana del serpente” e “sbagliata manipolazione della religione” per condannare l’azione del cosiddetto Califfato.

È una manipolazione violenta perché usa il Nome di Dio contro natura, in modo invertito e sbagliato, per legittimare un’ideologia del terrore e di potere che viola le vite di chi non la pensa allo stesso modo. La vita è sacra. Dal punto di vista dottrinale, si strumentalizza come guerra armata l’idea di Jihad, che invece è la “lotta al male per far prevalere il bene”, e si mistifica anacronisticamente il Corano con l’idea ridicola del Califfato. Agire in modo così errato è un attentato all’Islam, al Corano e al Nome di Dio. Ciò che sta succedendo in Iraq e Siria è forse il fatto più terribile a cui stiamo assistendo dai tempi della Shoah.

 

L’Islam italiano ha condannato questa manipolazione in modo sufficientemente chiaro?

Varie realtà islamiche – non solo noi della Coreis – si sono espresse in modo forte. Ahimè, in alcuni esponenti musulmani c’è quest’ambiguità: si condannano le stragi del Califfato, ma al contempo si chiede ai cristiani di deplorare l’azione di Israele a Gaza. Senza entrare nel merito, si tratta di due vicende diverse. A nostro avviso, un religioso deve essere coerente nella condanna di qualsiasi messaggio di violenza nel nome di Dio, senza porre condizioni o pretese di reciprocità.

A livello mondiale, i pronunciamenti del mondo islamico sono stati forse più netti e chiari. Tra i tanti, penso ad esempio alle condanne del Gran Muftì d’Egitto e alla Conferenza Islamica (Oic) che ha sede a Gedda, in Arabia Saudita, e rappresentanti di 57 Paesi.

 

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