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lunedì 25 ottobre 2021
 
La via di don Pino Puglisi
 

Il teologo Rosario Giuè: «Quel grido di Wojtyla non ammette ambiguità»

23/05/2016  Il rapporto tra Chiesa e mafia nell’analisi di Rosario Giuè, predecessore di padre Puglisi a Palermo

Don Rosario Giuè, teologo e sacerdote palermitano, ha preceduto padre Pino Puglisi alla guida della parrocchia di San Gaetano a Brancaccio. Vescovi e potere ma„oso è il titolo del suo nuovo saggio, pubblicato dalla Cittadella Editrice di Assisi e introdotto da una prefazione di don Luigi Ciotti.

Nei primi del Novecento, il cristianesimo sociale denunciò i rapporti tra mafia e politica: vi furono anche martiri tra i sacerdoti siciliani, nella quasi totale indifferenza delle gerarchie ecclesiastiche. Le prime svolte avvennero soltanto negli anni Sessanta, grazie al concilio Vaticano II...

«Giovanni XXIII aprì il Concilio per spingere tutta la Chiesa a uscire dall’immobilismo autoreferenziale. Questa linea, però, non aveva molto seguito nei rappresentanti della Chiesa italiana di allora, per la quale i nemici erano il comunismo e la laicizzazione del Paese».

Negli anni Ottanta nonostante non vi fosse una presa di posizione ufficiale della Chiesa contro la mafia, vi furono interventi individuali di vescovi del Sud come Pappalardo, Riboldi, Casale, o di sacerdoti di frontiera come don Ciotti, padre Stabile, padre Fasullo, la grande stagione dei parroci antimafia.

«Forse la preoccupazione principale era quella di mantenere l’unità politica e culturale dei cattolici. Si mirava a strutturare una presenza della Chiesa italiana che ne evitasse la marginalizzazione».

Nel suo volume lei evidenzia che nel 1992, in un’Italia indignata per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, la Chiesa non insistette nel nominare esplicitamente Falcone e Borsellino. Come giudica tale scelta?

«La presa di posizione della Chiesa sembrò generica. Si parlò solo di “tragedie” e di “impudenti imprese”. In occasione del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, però, la Chiesa si era schierata apertamente».

Nel 1993, però, Giovanni Paolo II, dopo aver incontrato i genitori del giudice Livatino ucciso nel 1990, nel celebre discorso nella Valle dei Templi di Agrigento, scagliò un anatema contro la mafia…

«Sì, quel grido di Wojtyla ai mafiosi – “Convertitevi!” – è divenuto un simbolo. Va colto come indicazione di una direzione di marcia per la Chiesa nell’impegno di liberazione dalla struttura di peccato mafiosa».

Nel suo libro paventa il rischio che, con la beatificazione di padre Pino Puglisi, la Chiesa si soffermi più sul martirio cattolico che non sul martirio di migliaia di vittime laiche...

«Uomini e donne giusti, da noi, non vengono uccisi in odio alla fede perché credono, ma perché amano e lottano accanto alle vittime. In questo senso si può dire che Puglisi, come Falcone e Borsellino, è stato ucciso a causa dell’amore per il suo popolo».

La continuazione dell’impegno della Chiesa contro la mafia è rappresentata dal pontificato di Francesco che, tra gli altri gesti simbolici, indossa la tunica di don Peppe Diana e incontra i familiari di tutte le vittime riuniti da Libera, abbracciando don Luigi Ciotti. Un momento storico che rivoluzionerà per sempre i rapporti tra mafia e cattolicesimo?

«Papa Francesco desidera una Chiesa italiana in uscita. Con Bergoglio la Chiesa italiana ha l’opportunità storica di una svolta, anche sul potere mafioso. Questa opportunità va colta con generosità. È il mio auspicio».

Un auspicio che è anche alla base della scelta di scrivere il libro su un tema così spinoso…

«È un punto fondamentale. La questione del rapporto tra Chiesa cattolica e potere mafioso non è un capitolo chiuso. La posta in gioco è la stessa credibilità nell’annuncio del Vangelo. Sono convinto, però, che se non si parte dalle scelte dei vertici della Chiesa italiana sarà più difficile poi chiedere al solitario parroco d’impegnarsi. Anche io, comunque, mi sento impegnato, lealmente, a favore del rinnovamento nella Chiesa e della mia Chiesa».

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