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Il tracollo di Boris Johnson è l'inizio della sua fine?

09/05/2022  La sonora sconfitta potrebbe portare il premier britannico fuori da Downing street anche se per il momento rimane in sella. Avanzano gli indipendentisti in Scozia e in Irlanda. L'analisi del politologo Mark Stuart

Una sconfitta che è potrebbe portare il premier britannico Boris Johnson fuori da Downing street, anche se, per il momento, il leader del partito conservatore è vivo e vegeto e non dà nessun segno di volersi dimettere né il partito conservatore che rappresenta vuole liberarsi di lui.

Cosi interpreta il risultato elettorale britannico del 5 maggio il professor Mark Stuart, 52 anni, politologo, profondo conoscitore di Westminster, già docente all’università di Nottingham.

Nelle urne di Inghilterra, Galles, Scozia e nord Irlanda si è votato per 4350 consiglieri comunali, in oltre 140 consigli comunali inglesi, tra i quali quelli di città importanti come Londra, Leeds, Manchester e Birmingham, per tutti e 32 I consigli comunali scozzesi, per tutti e 22 quelli gallesi e per i 90 deputati del parlamento nordirlandese.

«La sconfitta dei Tories è evidente», spiega l’esperto, «hanno perso quasi 500 consiglieri comunali non soltanto in Inghilterra, ma anche in Galles e Scozia. Sono cadute amministrazioni chiave come quella di Westminster, dove si trova il parlamento, e quella di Wandsworth, la preferita da Margaret Thatcher, perché ha sempre applicato tasse bassissime. Questi due consigli comunali sono sempre state vere roccaforti conservatrici dal momento della loro costituzione a metà anni sessanta. Anche in Galles Boris Johnson ha perso 86 seggi, finiti a laburisti e liberaldemocratici, e in Scozia 63 seggi, guadagnati dal partito nazionalista scozzese “Snp”, dai laburisti, dai liberaldemocratici e dai verdi».

Secondo l’analista anche se il partito conservatore si è sempre liberato senza pietà dei suoi leader, quando si sono rivelati perdenti, come è capitato nel caso di Margaret Thatcher e Theresa May, in questo caso aspetterà a mandare in pensione Boris Johnson.

«Risultati locali di solito non sono considerati abbastanza importanti da portare alle dimissioni di un primo ministro, anche se offrono sufficienti dati per fare una previsione accurata di quello che succederà alle prossime elezioni nazionali. Oggi il partito conservatore è in crisi e si è lasciato alle spalle il trionfo del dicembre 2019, quando il premier si era assicurato 365 parlamentari a Westminster, il 43,6% del voto popolare, la percentuale più alta per qualunque partito britannico dal 1979 quando al potere andò Margaret Thatcher. Se si votasse per il parlamento britannico, in questo momento, i Tories avrebbero il 30% del voto popolare, il punto più basso da quando alla guida c’è Boris Johnson», dice ancora il professor Stuart, “quell’alleanza tra i voti delle classi medie benestanti del sud del Paese e i poveri del nord, che hanno votato conservatore perché erano per la Brexit, si è rotta perché al sud i voti conservatori sono finiti ai liberaldemocratici e ai verdi. Per il momento non esiste un’alternativa al premier e la difficile situazione internazionale, con la guerra e l’economia in crisi, non incoraggia altri a prendere il suo posto. Tuttavia la posizione di Boris Johnson è molto indebolita. Tra qualche settimana il premier verrà multato ancora, per i festini organizzati durante la pandemia a Downing street, e avremo il risultato dell’inchiesta su queste infrazioni completata dalla funzionaria Sue Gray. Se i Tory dovessero perdere, alle elezioni supplettive di giugno a Wakefield e di luglio a Tiverton e Honiton potrebbe essere la fine di Boris Johnson. Il momento migliore per sostituirlo è l’estate, in tempo per la convention del partito in autunno».

Sempre secondo Stuart la Brexit è stata ancora un fattore importante durante queste elezioni. «Ormai la Brexit decide come gli elettori votano. Il Paese è ancora diviso a metà. Boris Johnson non ha perso nei seggi del cosiddetto “Muro Rosso”, I poveri del nord, che il premier ha conquistato alla fine del 2019, promettendo di completare la Brexit. In quelle zone il primo ministro si presenta come il campione del partito antieuropeo dei poveri e ruba ai laburisti quelli che dovrebbero essere I loro elettori naturali. Londra, invece, già quasi completamente laburista e proeuropea, si è spostata ancora di più a favore della Ue, votando liberaldemocratico e verde, i due partiti britannici che vogliono un ritorno della Gran Bretagna in Europa».

E la Scozia? «Lì il partito nazionalista scozzese “SNP” ha vinto ancora e ripetuto l’impegno a chiedere un secondo referendum per l’indipendenza di questa regione dalla Gran Bretagna. Tuttavia questa prospettiva è lontana perchè il governo conservatore ha detto che non concederà un secondo sondaggio, dopo quello del 2014. Più vicina sembra anche la prospettiva di un’Irlanda unita, con il nord Irlanda che si sposta dal Regno Unito alla Repubblica d’Irlanda. Lo “Sinn Fein”, il partito che ha sempre lavorato per questo scenario, è arrivato primo, in queste elezioni, per la prima volta nella storia. La sua leader, Mary Lou McDonald, ha dichiarato che un referendum sull’unificazione potrebbe essere possibile già nei prossimi cinque anni. Tuttavia per la formazione nata per rappresentare I terroristi dell’Ira formare un governo non sarà facile perchè l’Accordo del Venerdi santo del 1998 prevede la collaborazione con gli unionisti dello “Dup”, che rappresentano la metà della popolazione che vuole rimanere col Regno Unito. E questi ultimi hanno già dichiarato che non nomineranno il vicepremier, come previsto, perchè non possono accettare il protocollo nordirlandese, firmato dal premier Boris Johnson e dalla Ue, che ha lasciato questa regione dentro il mercato unico europeo».

 
 
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