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Il valore degli immigrati nel welfare familiare

17/09/2013  Agenzia Tu UniCredit e Unicredit fondation presentano l'indagine sull'assistenza familiare in Italia: quello che gli "altri" fanno

Romania, Ucraina, Moldavia. Ma anche Filippine, Perù e Sri Lanka: gli assistenti familiari in Italia sono soprattutto lavoratori immigrati, hanno un livello di istruzione elevato e una grande capacità di risparmio.

L'identikit tracciato dall'Agenzia Tu Unicredit e Unicredit foundation aiuta a offrire un quadro più completo di questo spaccato di società italiana, variegato, complesso e destinato a crescere nonostante la crisi. Badanti, colf e baby sitter: basta guardarsi intorno al parco giochi come al mercato per capire quanto queste persone siano parte integrante della nostra quotidianità.

Ma chi sono, cosa fanno, come vengono trattati, come considerano gli italiani e quali rapporto hanno con i Paesi d'origire c'è lo spiega proprio questo studio: sono oltre 750mila i lavoratori stranieri censiti dall'Istat che si occupano, in forme diverse, di assistenza familiare (oltre 81mila nella sola provincia di Milano) e rappresentano la categoria più numerosa tra i lavoratori immigrati in Italia.

Sono prevalentemente donne, capaci di mettere da parte fino a 250 euro al mese, denaro che viene guadagnato e poi spedito ai familiari rimasti a "casa": il 47,2% è sposato, il 10,9% vedovo, il 17,7% separato e divorziato, mentre i celibi/nubili sono meno di un quarto. Quasi tre quarti degli intervistati hanno figli, solo un terzo ha intenzione di procedere con il ricongiugimento mentre il 48,3% non vuole percorrere questa strada: questo significa che tale immigrazione viene vissuta con un sentimento di temporaneità.

Tra gli intervistati risulta che il 26,7% ha conseguito il diploma e il 18% ha frequentato l'università. Meno soddisfacente è la formazione specifica ricevuta per le cure delle persone: appena il 24,7% ha dichiarato di essere stato preparato. Un problema è sicuramente costituito dalla mancanza di diffusione di conoscenze dei propri diritti: oltre il 33% non fruisce pienamente dei giorni di riposo settimanali previsti dal contratto collettivo nazionale e il 56,5% non presenta la dichiarazione dei redditi quando obbligatoria. Inoltre il 26,2% lavora tra le 41 e le 60 ore alla settimana, il 4% supera addirittura le 60 ore e il 7,3% non riceve la tredicesima. Il reclutamento non segue strade istituzionali: è il passaparola tra connazionali, infatti, lo strumento che garantisce al 61% di trovare lavoro.

Dall'indagine emerge anche un affresco delle persone che ricevono assistenza familiare: il 53,1% sono anziani e nel 36,5% si tratta di famiglie, soprattutto quelle con figli. È stato ipotizzato che se non ci fossero le badanti lo Stato dovrebbe investire 45 miliardi di euro per assicurare un servizio analogo. Per quanto parziale, è davvero interessante il dato relativo all' "apprezzamento": il lavoro di assistente alle famiglie viene svolto con piacere dalla maggior parte degli intervistati, molto o moltissimo nel 37,2% dei casi, abbastanza in un consistente 47,7%.

Il comportamento delle famiglie viene promosso a pieni voti, perché il loro trattamento va benissimo (27,1%) o bene (64,5%) e appena 1 ogni 60 dichiara di essere stato trattato male o malissimo. I dati relativi alla decorrenza del contratto sono diversi: l'8 2% degli intervistati ha un regolare contratto da meno di un anno, il 26,2% da uno a tre anni, il 25,2% da tre a cinque anni, e il 28,1% da oltre cinque anni. La durata risulta relativamente contenuta sia perché nel settore è ricorrente il cambiamento, sia perché non è elevata l'anzianità migratoria.

 
 
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