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mercoledì 08 luglio 2020
 
 

Il Vaticano e la Siria

04/06/2013  Un "inviato" in Medio Oriente e l'incontro in Vaticano con i vescovi della regione. Obiettivo: fermare la strage che ha già mietuto 100 mila vittime.

Il cardinale Sandri (foto del servizio: Reuters).
Il cardinale Sandri (foto del servizio: Reuters).

L’ultimo appello è del 30 maggio. La Santa Sede ripete, attraverso il proprio rappresentante diplomatico a Ginevra monsignor Tomasi, che la guerra in Siria va fermata e mette in campo tutte le risorse in vista della conferenza di Ginevra del 10 giugno.

Il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della  Congregazione per le Chiese orientali, ha viaggiato per due settimane in Medio Oriente per una missione pastorale con importanti risvolti diplomatici con la questione siriana naturalmente in primo piano. E da oggi in Vaticano si tiene un summit dedicato al conflitto in Siria, al quale sono stati inviati i diplomatici dell’area, i vescovi delle varie denominazioni cristiane, i responsabili delle Caritas, compresa quella turca. Al vertice dovrebbero partecipare anche diplomatici occidentali. Il summit dovrebbe occuparsi di questioni umanitarie. Si svolge nella sede di Cor Unum , che in pratica è la Caritas del Vaticano, e sarà presieduto dal cardinale Robert Sarah. Si svolgerà a porte chiuse, ma i partecipanti domani, mercoledì, saranno ricevuti in udienza dal papa.

Il summit servirà a fare il punto sulla crisi e a ricercare una posizione comune su una situazione complessa, che non sempre ha visto tutti gli interlocutori religiosi sulla stessa linea di intervento.  L’osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, monsignor Silvano Maria Tomasi, ha ripetuto nei giorni scorsi che “la strada da seguire non è una intensificazione militare del conflitto armato, ma il dialogo e la riconciliazione” e ha messo in guardia da una escalation del conflitto militare, dopo che l’Europa non è riuscita a rinnovare le sanzioni sia contro il regime di Bashar Assad, che nei confronti dei ribelli, che impedivano la vendita di armi ad entrambi. La decisione è vista con preoccupazione dalla diplomazia vaticana e per questo motivo al summit sono stati invitati anche diplomatici occidentali.

L’Italia ha criticato l’allentamento dell’embargo sulle armi, mentre si sa che Francia e Regno Unito sono pronte ad aiutare i ribelli, e la Russia ha deciso di inviare al regime di Bashar anche aerei da combattimento di ultima generazione. In questa situazione le prospettive di successo della Conferenza di Ginevra sono ritenute da fonti diplomatiche vaticane prossime allo zero.  Ciò che preoccupa è il totale disprezzo da parte sia dei ribelli che dell’esercito di Damasco dei diritti umani. A Cor Unum fanno notare come la guerra in Siria sia ormai un conflitto totalmente dimenticato anche dai media, nonostante il prezzo che stanno pagando i giornalisti che cercano documentare la situazione sul terreno.

C’è poi la questione dei rifugiati, un milione e mezzo secondo quanto riferito da monsignor Tomasi a Ginevra, già fuggiti all’estero, oltre a 4 milioni di persone che hanno perso la casa. Il diplomatico vaticano ha sottolineato che la tragedia siriana rischia di “intensificare i conflitti regionali” in un’area già caldissima e di “trasformare le ambizioni di potere in scontri etnici e religiosi di stampo fondamentalista”. L’unica via resta il negoziato, che tuttavia non tutti sembrano accettare, dopo un immediato cessate il fuoco.

La posizione delle Chiese cristiane non è così chiara. C’è chi ha difeso senza molti dubbi la posizione di Bashar e chi sta con i ribelli. Il summit servirà dunque anche a fare chiarezza. Restano nelle mani dei ribelli due vescovi ortodossi, dei quali anche il cardinale Sandri dal Libano ha chiesto la liberazione, mentre è in partenza per la Siria il vescovo messicano Raul Vera Lopez, della diocesi di Chapas, insieme ad una missione di 12 osservatori, il cui intento è quello documentare atrocità e violenze sulla popolazione civile da entrambe le parti in conflitto.

Alberto Bobbio

Combattenti dell'Esercito siriano libero (foto del servizio: Reuters).
Combattenti dell'Esercito siriano libero (foto del servizio: Reuters).

Dopo due anni di massacri sul campo e di una gestione politica della crisi disastrosa da parte delle cancellerie, sul dramma della Siria è forse caduta la goccia che farà traboccare il vaso. Dal primo giugno, infatti, i Paesi dell'Unione Europea sono liberi, se lo vorranno, di vendere armi agli insorti anti-Assad, per effetto delle divisioni emerse al vertice dei ministri degli Esteri della Ue: era infatti in vigore un embargo che, per essere confermato, richiedeva una decisione unanime dei 27 Paesi. Gran Bretagna e Francia si sono opposte, la mediazione di Germanie e Italia non è andata a buon fine e quindi liberi tutti.

Gli Usa, sempre in cerca di alleati con cui dividere la gestione della crisi, hanno applaudito, confermando la storica incapacità americana di guardare al Medio Oriente con una prospettiva un po' più ampia delle esigenze del giorno. Da molto tempo, infatti, quella che si combatte in Siria non nè più la guerra dei buoni contro i cattivi, degli insorti che si battono contro un regime odioso per avere libertà e democrazia. Questa era la fase iniziale del conflitto, la fase in cui Usa, Francia, Gran Bretagna, Israele e Turchia sono rimaste a guardare, convinte che Bashar al Assad e il suo regime sarebbero presto caduti.

Invece Assad è ancora in sella e, anzi, le sue truppe stanno riguadagnando terreno. Nel frattempo, il fronte degli insorti è stato ampiamente "inquinato" dai gruppi armati dell'estremismo sunnita che si ispoira ad Al Qaeda. Gli stessi che colpiscono pesantemente in Irak (oltre mille civili assassinati nel solo mese di maggio) a colpi di autobomba. Mentre l'Esercito libero siriano è diviso dalle rivalità tra i leader e le fazioni.

In questo quadro, pensare di vendere armi agli insorti è quasi una follia. Nessuno può davvero prevedere a chi finiranno quelle armi: è più che concreta la possibilità che vadano a rinforzare gli arsenali dei terroristi filo-Al Qaeda, rendendo ancor più cruenta la situazione sul campo. Una volta consegnate, inoltre, le armi potrebbero facilmente uscire dalla Siria e andare ad alimentare ulteriori conflitti in Paesi già fortemente turbati. La Siria confina con Turchia, Irak, Israele, Giordania e Libano, con tutte le sue fiamme è piazzata al centro di una vera polveriera. Incredibile che si voglia rischiare in questo modo.

Per finire, ci sono le conseguenze internazionali. La Russia ha già risposto alla Ue incentivando le forniture di missili anti-aereo S-300. La cosa ha fatto infuriare Israele, che del dominio dei cieli ha fatto il proprio punto forte nella difesa dei confini nazionali, anche rispetto alla prospettiva di ritrovarsi i seguaci di Al Qaeda sul Golan. Nel frattempo, Qatar e Arabia Saudita, non indifferenti ma al contrario lieti di poter dare una mano anche all'estremismo sunnita, continuano a fornire agli insorti siriani , attraverso la Turchia, tonnellate e tonnellate di cannoni e mitragliatrici, oltre ovviamente al supporto dei servizi segreti. Nell'insieme, è come se per spegnere un incendio si buttassero tra le fiamme una grande quantità di fascine.

Fulvio Scaglione

Shady Hamadi, 25 anni, italo-siriano, ha scritto un libro per narrare la storia di suo padre Mohamed, 70 anni, che nel 1968 lasciò il Paese per sfuggire alla vendetta del regime di Assad. (Foto di Ugo Zamborlini).
Shady Hamadi, 25 anni, italo-siriano, ha scritto un libro per narrare la storia di suo padre Mohamed, 70 anni, che nel 1968 lasciò il Paese per sfuggire alla vendetta del regime di Assad. (Foto di Ugo Zamborlini).

Mohamed Hamadi ci accoglie nella sua casa a Sesto San Giovanni (Milano) avvolto in una lunga tunica scura, veste tradizionale siriana.  Mohamed ha 70 anni: gli ultimi 30 li ha trascorsi in Italia, dove è arrivato da esiliato. Ha lasciato la Siria nel 1968. Prima tappa il Kuwait, poi l'Irak, infine l'Europa. Una scelta obbligata, l'esilio: in quanto leader nel distretto di Homs del partito nazionalista arabo – opposto al partito Ba'th al potere – fu più volte incarcerato e subì la tortura da parte del regime di Hafez al-Assad (padre dell’attuale presidente Bashar). "Non posso immaginare le sensazioni che provò la sera della fuga. Era un ragazzo di 25 anni costretto a lasciare il proprio Paese, ad abbandonare la propria famiglia, perseguitato per aver osato pensare ad altro rispetto a ciò che imponeva il regime".
 
Con queste parole commosse suo figlio Shady ripercorre il cammino del padre nel libro La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana (Add Editore). Shady ha 25 anni, è italo-siriano (sua mamma, Grazia, scomparsa nel 2008, era italiana), studia Scienze politiche e dal 2011 è attivista per i diritti umani e una delle voci più autorevoli in Italia dell'opposizione al regime siriano. «Mio padre», racconta Shady, «è sempre stato molto reticente a parlare del suo passato. Ha cominciato a raccontarmi perché stavo scrivendo il libro, ma ha taciuto alcune cose. Da bambino quasi non sapevo che fosse siriano: lui si rifiutava di parlare con me in arabo, perché pensava che avrei subìto discriminazioni. Ha anche taciuto la verità sulla morte di mio nonno, Ibrahim, fino al 2006: solo allora, quando ero in Siria, ho scoperto che non era morto per un infarto ma perché assassinato da un uomo che era geloso di lui».

Dopo la morte della madre, nel 2009 Shady è partito. Destinazione Siria. Un lungo viaggio alla scoperta delle sue radici. «Perdendo mia madre, che rappresentava il legame forte con la mia italianità, ho voluto compensare questa perdita recuperando la mia parte siriana legata a mio padre». Mohamed ha lavorato nell’import-export, è stato anche consigliere comunale a Sesto. Ma quando i discorsi toccano la guerra, lui si chiude in un malinconico riserbo. "Ancora, a distanza di cinquant'anni e di infiniti dolori, alcune notti mio padre grida: ricorda gli amici scomparsi, rivive negli incubi i mostri della giovinezza", scrive Shady nel suo libro.

«Per un italiano è difficile sentire il dolore siriano», osserva Shady. «Ma io lo avverto profondamente. Sento il dolore di mio padre, perché l'esperienza della tortura ti cambia e si riverbera sui figli. Io la vivo sulla mia pelle. Il viaggio in Siria è stato un modo per esorcizzare il dolore. Ma ci vorrà tempo». Di recente Shady è stato in Libano, dove ha incontrato i profughi siriani. «La gente ha innescato la rivoluzione non perché indotta da forze esterne, ma perché è nella natura dell’uomo chiedere la libertà». Il caso siriano, del resto, è diverso da quello degli altri Paesi arabi: già prima del 2011 c'erano stati dei tentativi di cambiamento. «Nel 2000, quando salì al potere Bashar al-Assad, un gruppo di intellettuali si rivolse al nuovo presidente - che sembrava più aperto avendo studiato a Londra - per chiedere riforme e aperture. Un esempio? I telefoni cellulari e l'apparecchiatura satellitare, che era ancora illegale. Il regime concesse leggere aperture ma reagì poi con gli arresti. In seguito, nel 2005, vari esponenti dell'opposizione firmarono la cosiddetta "Dichiarazione di Damasco" nella quale si invocavano riforme.  Ma la richiesta ancora una volta finì con gli arresti».

Una chiesa greco-ortodossa nel villaggio di Dweir, vicino a Homs, danneggiata dalla guerra (Ansa).
Una chiesa greco-ortodossa nel villaggio di Dweir, vicino a Homs, danneggiata dalla guerra (Ansa).

Gli occidentali, spiega Shady, sono ancora convinti che il mondo arabo abbia bisogno di loro. «Pensano che gli arabi abbiano ancora una visione fatalista delle cose. Io credo, invece, che il cambiamento in atto stia portando alla ricostruzione dell’identità araba. Noi europei dobbiamo smettere di pensare che gli arabi non ce la possono fare senza di noi. Gli arabi stanno diventando di nuovo protagonisti e attori della loro storia. Questa è la loro felicità. E noi italiani in questo processo abbiamo un ruolo fondamentale: abbiamo una straordinaria risorsa che deriva dalla nostra storia. L'italiano è visto dal mondo arabo in modo diverso rispetto ai francesi o gli inglesi. Gli italiani non sono i conquistatori, sono guardati con molta più simpatia dagli arabi anche per una affinità storica, quasi come se fossero dei cugini. Noi italiani abbiamo dunque il compito di traghettare l'Europa a un incontro delle civiltà nel Mediterraneo. In questo momento il mondo arabo ha bisogno che la società civile europea che li ascolti». Certo, il percorso che i Paesi arabi stanno vivendo è difficile: «Bisogna lottare contro il pericolo della reislamizzazione della società. Ma tutto questo è un percorso che va compiuto e vissuto fino in fondo. Del resto, anche in Occidente la conquista della democrazia non sempre è stata semplice».

Nel suo libro, Shady non risparmia forti critiche nei confronti dei mezzi di comunicazione e del loro modo di coprire e raccontare la guerra siriana. E fa luce sul rapporto fra musulmani e minoranza cristiana in Siria, anche attraverso la storia della sua famiglia: "Da millenni in questo Paese la convivenza religiosa è un esempio per tutto il mondo arabo", si legge in La felicità araba. Durante la dominazione ottomana, ricorda il giovane attivista, i cristiani siriani venivano perseguitati: il suo bisnonno e gli altri abitanti del suo villaggio, tutti musulmani, nascosero i cristiani nelle loro case e nelle moschee per salvarli. La cosa inversa accadde durante il protettorato francese: i musulmani venivano discriminati e i cristiani nascosero molti di loro nelle chiese e nelle loro case. "Al mio bisnonno fu lasciato uno spazio senza raffigurazioni sui muri in una chiesa cristiana per pregare", scrive ancora Hamadi. Che ricorda la piccola comunità cristiana di Maaloula, vicino a Damasco, nella quale gli abitanti parlano ancora oggi aramaico e recitano il Padre Nostro nella lingua che usava Gesù duemila anni fa: esempio straordinario di quel rispetto per le fedi che in Siria non è mai venuto meno.

«Molti mi chiedono: esiste ancora speranza per la Siria?», aggiunge Shady. «A Homs, sotto assedio delle forze del regime da quasi un anno, i ragazzi girano video per le strade nei quali recitano commedie, si travestono e mostrano la loro vita quotidiana con l’arma dell’ironia. La risposta, allora, è sì: è proprio da qui, dai video dei ragazzi nell'assedio di Homs, che nasce la speranza».


Giulia Cerqueti

Bambini siriani nel campo profughi di Bab al-Salam (foto R. Gobbo).
Bambini siriani nel campo profughi di Bab al-Salam (foto R. Gobbo).

Bab al-Salam (Siria)

E' una strana sensazione entrare in Siria quando tutto ti dice di non farlo. Soprattutto la Farnesina, che ti ricorda che questo Paese non è tenero con i giornalisti. Infatti, dal 9 aprile non si hanno notizie dell'inviato della Stampa, Domenico Quirico, e del collega belga, Pierre Piccinin. Girano bande armate, sottolinea via sms il Ministero degli esteri, con nulla da perdere, pronte a rapire stranieri per scambiarli con un po' di quattrini.

In realtà, entrare non è difficile. Il confine turco si presta. Sembra che passino armi, miliziani ed esplosivi. I valichi tra la Turchia e la Siria sono tredici. Noi passiamo da Kilis, nell'Anatolia meridionale. Sono con i volontari dell'associazione italiana Time4Life, che porta oltre 1.000 chili di latte in polvere da distribuire nel campo profughi di Bab al-Salam, appena dopo il confine, e parecchi scatoloni di medicinali. Le guardie non si scompongono più di tanto. Per il timbro sul passaporto, basta qualche minuto. Poi, ci fanno aprire il portabagagli di una delle auto, ma sembra più un pro-forma.

Case distrutte dall'aviazione siriana (foto R. Gobbo).
Case distrutte dall'aviazione siriana (foto R. Gobbo).

Bab al-Salam sta appena al di là del confine. Alle spalle il cartello della Siria libera. Di fronte, 15mila persone, ammassate sotto tende donate dall'Alto Commissariato dei rifugiati, dalla mezza Luna Rossa di Doha, mentre i pasti vengono forniti da una Ong turca. E' gente arrivata da tutta la Siria, scappata ai combattimenti, speranzosa di andarsene in Turchia. Ma la maggior parte è priva di passaporto, perché Ambasciate e Consolati non funzionano da quando la guerra è cominciata. Chi se n'è andato è perché con i soldi si è potuto comprare un documento, oppure se n'è andato clandestinamente, di notte, rischiando, attraversando le zone minate. 

Le condizioni di vita al campo sono molto dure: non c'è alcun tipo di sistema idrico stabile o infrastrutture indispensabili, come le latrine; c'è una specie di dispensario, ma non sufficiente. D'altra parte, questo campo è sorto in maniera casuale, non c'è un'organizzazione governativa che se ne occupi. I medicinali che Time4Life porta due volte al mese sono un toccasana.Tuttavia, qui almeno un qualche tetto sulla testa la gente ce l'ha; è peggio per chi è fuggito nei villaggi e nelle campagne interne; lì davvero sono privi di tutto. Sono luoghi difficili da raggiungere anche per chi porta aiuti umanitari. Bab la-Salam è abbastanza tranquillo, ma poco lontano, ad appena tre chilometri, c'è A'zaz, una delle città più bombardate. 

E' spettrale. Sappiamo che bisogna passare velocemente. Ma la sorte decide diversamente; il furgone carico di medicinali si ferma, manca l'acqua nel radiatore. Stiamo lì, fermi, con lo sguardo all'in su, perché il pericolo viene dal cielo. L'aviazione siriana prende di mira indistintamente case, scuole e infrastrutture. Mezz'ora sembra non passare mai. La nostra guida è un ragazzo siriano, che studia in Italia, ma che non si tira mai indietro quando si tratta di portare qualcuno nel suo Paese. La sua famiglia combatte dalla parte dei ribelli. I suoi viaggi servono anche a tenere i contatti con i familiari e gli amici. Qualche cicatrice sul suo corpo mi dice che lui non è solo una guida. La sua familiarità con il territorio fa sì che la sua percezione del pericolo sia molto inferiore alla nostra. E' vero che questa è zona liberata, ma dalla strada, lungo la campagna, si vede una bella cortina di fumo, un fronte di almeno dieci chilometri. Si combatte ancora. 

Proseguiamo. La vita si sviluppa ai lati della strada. Incontriamo molti ragazzini. Ci osservano. Spesso sono seduti con in vendita bombole di gas, o pacchetti di sigarette. Ma incontriamo anche qualche adolescente con pantaloni verde militare e fucile sulle ginocchia; arruolati come sentinelle quando dovrebbero andare a scuola. E poi famiglie con bambini, vecchi, donne dentro le loro tuniche, alcune col volto coperto. 

Da A'zaz proseguiamo per Hayyan e poi Hreitan, due cittadine alla periferia di Aleppo.
Dappertutto macerie – non avevo mai visto prima gli effetti di uno scud -, condomini tutti uguali, crivellati di colpi, anneriti dal fuoco, con parti crollate sotto i bombardamenti, ma ce ne sono anche alcuni miracolosamente indenni. Superiamo senza difficoltà i posti di blocco dell'Esercito Siriano Libero; la nostra scorta di medicinali e la nostra guida sono un buon lasciapassare. 

La moschea del campo di Bab al-Salam (foto R. Gobbo).
La moschea del campo di Bab al-Salam (foto R. Gobbo).

Ad Hayyan riforniamo un altro dispensario. Madri e padri, con i bambini in braccio, fanno la fila, silenziosamente, per prendere il latte in polvere. Fuori, si forma un nugolo di ragazzini urlanti e festosi; per loro ci sono ciabattine colorate, ma uno degli adulti li zittisce. Non è il caso di farsi troppo notare. Proseguiamo per Hreitan, quartier generale degli anti-governativi. Mi dicono di non fotografare; temono che le immagini rivelino obiettivi per l'esercito regolare. Mangiamo con i membri del Syrian Team for progress and prosperity, un'associazione che cerca di far ripartire la vita nelle zone liberate. Approvvigionano le famiglie con le cisterne perché l'acqua non è potabile, garantiscono la scuola per i bambini e gestiscono una farmacia. 

Time4Life chiedono se non sarebbe possibile che l'Italia li aiutasse a realizzare una sala chirurgica. I medici ci sono. Hanno predisposto alcuni locali nello scantinato in modo che siano sicuri, ma non hanno denaro per acquistare le attrezzature. La presidente di Time4Life, Elisa Fangareggi, dice che ci rifletterà, dovrà sentire i soci e capire la fattibilità di questo progetto. I membri del Syrian Team sono sicuramente animati da buone intenzioni, ma realizzare una chirurgia qui, non sembra molto fattibile. Mentre pranziamo, cadono bombe. Non so dire quanto lontane, ma il rumore cupo delle deflagrazioni si sente perfettamente. Scherziamo, per esorcizzare la paura. 

Non c'è più tempo, bisogna rientrare perché alle 21 chiude la frontiera ed è meglio non lasciarsi sorprendere dalla notte in territorio siriano. Al ritorno, dentro un furgoncino lanciato a gran velocità, sentiamo ancora rumore di raffiche, esplosioni, c'è fumo... Siamo di nuovo al campo. Riesco a fare un altro giro. Viottoli polverosi e fognature a cielo aperto. La gente mi invita a entrare nelle tende, mi fa vedere i bambini, mi lascia scattare foto, mi offre tè o caffè,che cucina su un fuoco acceso bruciando copertoni e sterpaglie. Osservo meglio tutta quell'umanità dolente. Uomini e bambini hanno denti neri e marci perché mangiano, ma ovviamente non assumono tutte le vitamine necessarie. Una donna, gravida di nove mesi, dice che non sente più il bambino, probabilmente è morto. Non possiamo fare nulla, se non cercare di calmarla. Anche perché adesso dobbiamo proprio andarcene. Il sole sta tramontando. Il cielo si è fatto rosso. Sul campo veglia la moschea. 

Romina Gobbo

Mar Gregorios Ibrahim, vescovo siro-ortodosso.
Mar Gregorios Ibrahim, vescovo siro-ortodosso.

Di fronte a una guerra che si stima abbia già fatto più di 70.000 vittime, domani i cristiani di Milano pregheranno, gli uni accanto agli altri, “per non dimenticare la Siria”. La Comunità di Sant’Egidio, da tempo impegnata per il dialogo tra cristiani e musulmani e per la pace in Medio Oriente, ha infatti promosso per mercoledì 5 giugno alle 20, presso la Chiesa di San Bernardino (via Lanzone 13), una veglia di preghiera ecumenica a cui parteciperanno alcuni rappresentanti delle chiese cristiane, Padre TraianValdman (Chiesa ortodossa romena), il Pastore Martin Ibarra (Chiesa evangelica battista), Padre Hayr Tovma Khachatryan (Chiesa apostolica armena), Padre Vladimir Khomenko (Chiesa ortodossa russa) e Abba Samuel Aregahegn (Chiesa ortodossa etiope).

Spiega Giorgio Del Zanna della Comunità di Sant’Egidio e vicepresidente del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano: “La proposta è nata all’interno del Consiglio, dall’esigenza comune di pregare insieme di fronte al dramma della guerra civile in Siria. Altrimenti, il rischio è di sapere molto, ma di rimanere distanti, magari rassegnandosi alla violenza della guerra”.

In pochi mesi, un paese caratterizzato da una lunga storia di coabitazione tra comunità e confessioni religiose diverse, è stato travolto da una violenza che non risparmia persone, abitazioni e luoghi di culto. Insieme con la popolazione musulmana, i cristiani siriani, che sono circa il 10 % della popolazione, sono tra le componenti che soffrono di più, a causa anche della loro condizione di minoranza.

Spesso si dimentica la presenza dei cristiani orientali, appartenenti alle diverse Chiese, che costituiscono un’importante componente e un fondamentale elemento di pluralismo nelle società mediorientali.

Monsignor Paul Yazigi, vescovo greco-ortodosso.
Monsignor Paul Yazigi, vescovo greco-ortodosso.

La preghiera di domani a Milano sarà segnata da due storie personali, di cui ha parlato anche Papa Francesco all’Angelus di domenica: quelle di Mar Gregorios Ibrahim, vescovo siro-ortodosso, e di monsignor Paul Yazigi, vescovo greco-ortodosso, entrambi di Aleppo, rapiti mentre erano insieme il 22 aprile e di cui non si hanno più notizie da tempo. Sono stati sequestrati, e il diacono che li accompagnava ucciso, mentre portavano aiuti umanitari nei pressi della loro città. Sono due grandi amici del dialogo interreligioso.
Mar Gregorios ha partecipato a tutti gli Incontri Internazionali per la Pace organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla storica edizione della Preghiera internazionale di Assisi 1986 ad oggi. Proprio sabato, una delegazione della Comunità, che prega ogni giorno per la loro liberazione, ha incontrato in Libano i patriarchi delle Chiese dei due vescovi rapiti per esprimere solidarietà.

Secondo Giorgio Del Zanna, quest’amicizia e vicinanza, come la preghiera di domani, indicano una direzione per l’ecumenismo: “Sempre più i cristiani devono essere uniti nel pregare e operare per la pace e per gli altri. I cristiani devono essere coloro che si prendono cura del mondo, l’ecumenismo passa dall’impegno comune delle diverse Chiese per gli altri, i poveri, la pace, la salvaguardia del creato. Queste sono le strade per cui l’ecumenismo è una prospettiva per i cristiani del ventunesimo secolo”.


Stefano Pasta

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