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lunedì 03 ottobre 2022
 
Christophe Munzihirwa
 

Il vescovo martire che amava i poveri e denunciava i saccheggi del Congo

03/11/2015  Nel giugno scorso è stata aperta la causa di beatificazione di Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu (Repubblica Democratica del Congo), di cui nei giorni scorsi è ricorso l’anniversario della morte (è stato assassinato il 29 ottobre 1996). Per lui non ci sarà bisogno, come negli altri casi, di verificare l’esistenza di miracoli ma solo di dimostrare che sia morto da martire. Non sarà difficile. Il padre gesuita era un testimone particolarmente scomodo. Andava eliminato.

Nei due anni e mezzo in cui fu pastore della diocesi di Bukavu, ha lottato strenuamente per liberare il suo popolo dall’invasione ruandese, denunciando al mondo intero la causa reale della guerra in Congo (che ha provocato, nel suo ripetersi, un numero incalcolabile di morti, si parla di 6/8 milioni di vittime), cioè quella di accaparrarsi le enormi ricchezze presenti nel territorio del Kivu.

Puntò il dito contro il Ruanda, colpevole di «un saccheggio in atto da 30 anni» con il sostegno «di alcune potenze occidentali, che si servirebbero della posizione geografica di questo Paese per assicurarsi il controllo sul futuro politico, economico e strategico del Congo». Sapeva di essere sotto tiro e avrebbe avuto la possibilità di salvarsi. In quei giorni, a Roma, era in corso un sinodo, ma «Il pastore è laddove il gregge è in pericolo», disse in uno dei suoi ultimi messaggi. «Non c'è che un prezzo da pagare per la libertà, il prezzo del sangue».

Christophe Munzihirwa, classe 1926, era amatissimo dal suo popolo. Lo chiamavano “Mzee”, “Anziano” in kiswahili, una parola che in Africa è il riconoscimento più alto. L’anziano è il saggio, colui che sa, che capisce. Lui si definiva uno “Zamu”, una sentinella, e, in questa veste, vigilò sulla situazione politica, sociale e morale che si era venuta a creare nel Kivu dove, nel luglio ’94, subito dopo il genocidio in Ruanda, si riversarono circa due milioni di profughi.

Munzihirwa  esortava la popolazione ad accoglierli e, nello stesso tempo, denunciava senza sosta alla comunità internazionale il pericolo di conflitti etnici e di un caos voluto e alimentato politicamente
per destabilizzare la regione orientale del Paese, con lo scopo di impadronirsi delle sue ricchezze. Non aveva paura, il prete povero, che girava con pantaloni da contadino e scarponi da militare, come ricordo del periodo vissuto come cappellano degli studenti obbligati al servizio di leva. «Ho il dovere di vivere come la mia gente», diceva. L’unico segno che testimoniava il suo ruolo pastorale era la croce pettorale. La sua porta era sempre aperta, chiunque poteva recarsi nella sua casa senza dover chiedere un appuntamento.

Dopo l’invasione nel settembre 1996 da parte della coalizione formata da Ruanda, Uganda e Burundi, la città era stata abbandonata al suo destino. I politici si erano defilati e Munzihirwa era l’unica autorità rimasta, l’unica persona di riferimento. Un uomo solo che si era assunto il peso umano, politico e sociale di un’intera popolazione, ridotta allo stremo. Aveva creato un comitato di difesa degli interessi della gente, una specie di parlamento che lavorava per i bisogni più urgenti dei cittadini. 


Quel 29 ottobre del ’96, alle 18, Munzihirwa, tornando da uno di questi incontri, fu fermato da alcune sventagliate di mitragliatrice sparate contro la sua macchina da due militari ruandesi. Il suo autista e il soldato congolese che lo accompagnava furono uccisi subito. Lui fu tenuto accanto a un palo della luce mentre i militari chiedevano ordini per telefono. Poi, verso le 19,30, l’esecuzione, probabilmente con un colpo di pistola dietro la nuca.

Il corpo di Munzihirwa rimase sulla strada fino al giorno dopo, quando fu prelevato dal missionario saveriano, Padre Giorgio Agostini, e portato nella comunità Vamaro, a pochi passi dal luogo dell’assassinio. L’indomani venne portato nella cattedrale. Per lui una semplice bara, fabbricata con i banchi della scuola, vecchie lenzuola e una fossa scavata in tutta fretta nel cortile della chiesa.

Munzihirwa è morto così come era vissuto, in totale povertà. Nella piazza centrale di Bukavu campeggiano due sue gigantografie. Una è crivellata di colpi. Ancora oggi, Munzihirwa rappresenta una figura scomoda, da continuare a distruggere. Per i cittadini, che continuano a venerarlo, rimane invece sempre il loro Zamu. Un martire. Forse un santo.

 
 
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