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sabato 25 giugno 2022
 
 

Il Vesuvio dagli occhi a mandorla protagonista di Gomorra

13/12/2013  Carbonara di Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano, Striano, Terzigno: viaggio nel distretto tessile che ha ispirato Saviano.

Per capire tutto, per farsi un’idea, basta prendere la macchina e percorrere l’area circumvesuviana sopra Napoli: Carbonara di Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano, Striano, Terzigno. L’impatto è immediato. Uno scenario quasi surreale, fatto di manichini allineati lungo i marciapiedi per chilometri, e, dietro, botteghe di abbigliamento, vestiti ostentati e messi in mostra come in un suk, occhi a mandorla che ti fissano e ti invitano a fermarti in questi Comuni tutti uguali, indistinti, senza confini: case, palazzi, capannoni e negozi che si inseguono senza sosta. Per anni l’unica ricchezza qui è stato il commercio e la produzione di vestiario. Erano soprattutto le sartine a domicilio, il lavoro a cottimo che si tramandava dall’Ottocento, la ricchezza della comunità.

Qui è stato ambientato un capitolo del romanzo di Saviano Gomorra, quello del sarto Pasquale («Quando parlava di tessuti sembrava un profeta, era capace di prevedere la durata della vita di un pantalone, di una giacca, di un vestito»). Pasquale decide di farsi camionista dopo aver visto in televisione un suo vestito indossato da Angelina Jolie. Il suo posto lo prendono loro, le “locuste silenziose del Wenzhou” giunte dalla colonia di Prato. Hanno cominciato ad arrivare a Terzigno all’inizio degli anni ’90. Da allora non si sono mai fermati, occupando case e botteghe a migliaia e trasformando completamente la zona, che ora è un pezzo di Cina alle falde del Vesuvio con concerie, industrie tessili e aziende di confezioni tutte di marca orientale.

I cinesi del Vesuvio, li chiamano. Non fanno storie sul prezzo quando comprano case, garage, capannoni, laboratori artigianali o negozi. Per molti campani sono stati una vera manna. Se un monolocale veniva affittato a 500 mila lire, loro dicevano «noi dale milione» e l’affare si chiudeva all’istante. In nero, naturalmente. In poco tempo si sono mangiati come tarme il tessuto delle microimprese locali, lavorando giorno e notte a costi bassi, precisi nella consegna, spesso senza diritti e in condizioni igieniche spaventose (è dei giorni scorsi il sequestro di quattro opifici a San Giuseppe Vesuviano, uno con tanto di inceneritore clandestino per lo smaltimento dei rifiuti speciali). Se gli italiani confezionavano duemila gonne in due settimane, loro ci mettono due giorni. Inarrivabili. Ai campani non è rimasto che chiudere, alle sartine non sono arrivati più i tessuti e i cartamodelli. Poi, con il tempo, si sono evoluti. In molti casi hanno cominciato a filtrare anche prodotti contraffatti delle migliori marche, nella terra delle contraffazioni. Hanno imparato in fretta.

 
 
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