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martedì 16 agosto 2022
 
Pandemia a Bergamo
 

Gestione pandemia a Bergamo, Ranieri Guerra indagato, il pm: "Sorpresa dalla mancata collaborazione dell'Oms"

09/04/2021  La notizia anticipata da Report. A marzo in un’intervista il pm Maria Cristina Rota che coordina l’inchiesta sulla gestione della pandemia nella Bergamasca: «L’OMS non ha consentito al personale convocato di essere ascoltato dalla Procura come persone informate sui fatti affermando di godere dello status d’immunità diplomatica. Speravo in una maggiore collaborazione da un organismo che tutti sappiamo essere neutrale fino a prova contraria». Ranieri Guerra, che si era presentato, è indagato per false informazioni rese ai magistrati

Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Oms (l’Organizzazione mondiale della Sanità, ndr) ed ex direttore generale della Prevenzione al Ministero della Salute, è indagato dalla Procura di Bergamo per false informazioni rese ai pm durante la sua audizione sul piano pandemico che risale allo scorso 5 novembre. La notizia è stata anticipata sul sito di Report ed è stata confermata da fonti qualificate. L'inchiesta riguarda la gestione del Covid nella Bergamasca nel corso della prima ondata di un anno fa ed è coordinata dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota che Famiglia Cristiana aveva intervistato ai primi di marzo per fare il punto sulle indagini.

«L’OMS non ha consentito al personale convocato di essere ascoltato dalla Procura di Bergamo come persone informate sui fatti affermando di godere dello status d’immunità diplomatica», aveva spiegato il pubblico ministero, «adesso andremo avanti e chiederemo una rogatoria sperando in una maggiore collaborazione da un organismo che tutti sappiamo essere neutrale fino a prova contraria». Il pubblico ministero Rota a giugno è andata a Palazzo Chigi per interrogare l’allora premier Giuseppe Conte, il ministro della Salute, Roberto Speranza e quello dell’Interno, Luciana Lamorgese. In autunno l’inchiesta ha incrociato il Rapporto dell’OMS “Una sfida senza precedenti: la prima risposta dell’Italia al Covid-19”, pubblicato il 13 maggio scorso e ritirato alcune ore dopo. E finito al centro di un caso internazionale che intreccia gli interessi del governo italiano e l’indipendenza dell’OMS. «L’indagine», spiega il pm Rota, «all’inizio era circoscritta alla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo, poi si è ampliata sino a comprendere anche la mancata istituzione della zona rossa e la mancata attuazione del piano pandemico nazionale, peraltro non aggiornato, e quello regionale ».

E quindi non era valido?

«Era datato 2006. Nel 2012 l’Unione Europea e l’anno successivo l’OMS hanno invitato i singoli Stati ad aggiornarlo alla luce delle nuove linee guida emanate. L’Italia non l’ha fatto. Questo, però, non vuol dire che non fosse valido. Quello che avrà rilevanza per l’indagine è accertare se l’attuazione di quel piano, così com’era, era sufficiente a ridurre il numero dei morti sul nostro territorio».

Chi sono i funzionari dell’OMS convocati dalla Procura?

«Il dottor Ranieri Guerra, che si è regolarmente presentato, il dott. Zambon e altri professionisti a contratto che hanno collaborato alla stesura del Rapporto pubblicato e poi ritirato a maggio sul sito web dell’Ufficio Regionale per l’Europa di OMS che ha sede a Venezia. OMS non ha trasmesso a costoro la citazione a comparire davanti ai magistrati della Procura di Bergamo e anzi li ha esplicitamente invitati a non presentarsi».

Lei come spiega l’atteggiamento dell’OMS?

«Sono molto sorpresa. Da parte della Procura non c’era e non c’è nessuna accusa nei loro confronti ma solo la necessità di chiarire i fatti per come si sono svolti. Al termine di questa ricostruzione dovremo capire se ci sono state condotte che hanno portato a cagionare gli eventi e, se sì, in capo a chi sono le responsabilità. Ritengo che la gente che ha avuto lutti gravissimi abbia il diritto di sapere che cosa e perché è successo. Il discorso su eventuali responsabilità è successivo».

A che punto è l’indagine?

«Abbiamo chiesto la proroga di altri sei mesi al gip per poter andare avanti. Ricostruire tutto quello che è successo a 360 gradi non è semplice anche perché la mole di materiale, dai documenti acquisiti alle audizioni di persone informate sui fatti, è davvero enorme».

Il pubblico ministero Maria Cristina Rota a Palazzo Chigi per interrogare il premier Conte il 12 giugno scorso (Ansa)

Era sufficiente chiudere i due comuni di Alzano e Nembro o la zona rossa andave estesa a tutti i 18 comuni della Valle dove abitano circa 97mila persone?

«Col senno di poi siano tutti capaci a dire che bisognava chiudere tutto. Noi dobbiamo collocarci all’epoca dei fatti e se prendiamo in esame il 3 marzo 2020, quando si discuteva se istituire o meno la zona rossa nella Val Seriana, il virus era già in circolazione in gran parte della Lombardia. Il 2 marzo a Bergamo città c’erano 33 casi accertati di contagio».

Però Vo’ Euganeo e Codogno furono chiusi il 23 febbraio. Perché questa differenza di trattamento?

«Vo’ fu isolata dal presidente del Veneto Luca Zaia d’intesa con il ministro Speranza; quanto a Codogno l’isolamento fu adottato d’intesa tra il presidente della Lombardia Fontana e il Ministro. Dovrebbe chiedere a loro perché nei confronti della Val Seriana non sia stata adottata la stessa procedura».

È riuscita a ricostruire l’interlocuzione tra Regione Lombardia e Governo in quei giorni drammatici?

«Abbiamo acquisito tutto e lo stiamo ancora analizzando».

Lei ha affermato che la responsabilità di isolare i comuni era del Governo. La Regione Lombardia non ha quindi alcuna responsabilità?

«Questa dichiarazione risale al maggio scorso dopo aver ascoltato il governatore Fontana e l’allora assessore alla Salute Giulio Gallera i quali sostenevano che la decisione facesse capo al Governo. Ma ciò non toglie che la Regione avrebbe potuto adottare un provvedimento di chiusura, così come i sindaci dei comuni colpiti, come poi è accaduto e accade tuttora in altre zone d’Italia. È una scelta di natura politica».

L’assessore Gallera ha sostenuto che la Regione voleva la zona rossa. Risulta una richiesta esplicita e formale in tal senso arrivata dal Pirellone a Palazzo Chigi?

«No, non c’è nessuna richiesta formale scritta come non ci risulta nessuna richiesta da parte del Governo alla Lombardia per procedere alla chiusura».

Se fosse stata istituita la zona rossa in Val Seriana e nella Bergamasca l’Italia si sarebbe risparmiata il lockdown durissimo istituito il 9 marzo?

«Non lo può dire nessuno. Semmai, potremmo dire che la chiusura di Alzano e Nembro, se fatta in un certo momento, e l’attuazione rigorosa del piano pandemico avrebbe potuto ridurre il numero dei decessi».

Le risulta che Confindustria Bergamo abbia fatto pressioni per non istituire la zona rossa che avrebbe bloccato l’attività di centinaia d’imprese?

«Dall’indagine non risulta che si sia opposta alla chiusura né ci sono pressioni rivolte alla Regione o al Governo per non chiudere».

 
 
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