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lunedì 15 agosto 2022
 
 

Torino, polemiche e accoglienza

22/05/2011  In Val Sangone, una borgata di Forno di Coazze (con appena 27 abitanti residenti) ospita da giorni 31 profughi africani, scappati da conflitti etnici, politici e religiosi.

Fa effetto, non c'è dubbio. Vedere arrivare 31 africani in un borgo alpino che ufficialmente conta 27 residenti ma i cui abitanti sono meno, molto meno, beh, rappresenta una notizia. È accaduto in località Ferria, frazione Forno, Comune di Coazze, alta Val Sangone, provincia di Torino, un posto incantevole che ospitò in vacanza Camillo Benso conte di Cavour e che, nel 1901, accolse e ispirò anche  Luigi Pirandello il quale dalla scritta ancor oggi visibile sul campanile della chiesa di Coazze ("Ognuno a suo modo") trasse il titolo della fortunata commedia del 1923: Ciascuno a suo modo.


Chissà se qualcuno l'avrà spiegato ai profughi mentre salivano all'alba, mezzi addormentati, la testa appoggiata ai vetri del pullman. L'Italia tende la mano al mondo a Lampedusa. Poi, apre le porte di casa sua dalla Sicilia in su, passando molto spesso per Manduria, provincia di Taranto, e salendo fino al Friuli Venezia Giulia, al Trentino Alto Adige, al Veneto, alla Lombardia, alla Liguria, alla Lombardia (ma ci sono arrivi anche in Sardegna). Non lo fa sempre con il sorriso sulle labbra. Anzi. Quando ci si mette di mezzo la politica, cioè sempre o quasi, fioccano le polemiche e i santini degli "italiani brava gente" finiscono spesso in mille pezzi. Quella che raccontiamo in questo dossier è a onor del vero una storia che passa attraverso iniziali chiusure ma che alla fine vede vincere il buon cuore e il buon senso. Di tutti. 

In ogni caso la priorità assoluta va a loro, ai profughi, al loro calvario, alle loro speranze. I 31 africani giunti a Forno di Coazze parlano molto bene francese e inglese, sono giovani, ma non giovanissimi (tranne un bambino, orfano di mamma, qui con suo padre), hanno tutti una formazione scolastica più che accettabile, talvolta sono addirittura laureati, e, a detta di chi è stato con loro giorno e notte, cioè a detta dei volontari delle organizzazioni umanitarie che li assistono, sono animati da buona volontà: hanno già fatto una serie di lavori nella casa della parrocchia che li accoglie. Particolare non di poco conto: sono tutti cristiani cattolici e hanno stupito i residenti di Forno di Coazze (amministratori comunali in testa) quando a gesti hanno chiesto dove venisse celebrata la Messa.


Il primo a raccontarsi è Julius Eguasa, 28 anni, nigeriano, scappato per motivi politici: «Mi oppongo a chi opprime la mia gente; cercavano me e hanno ferito mio papà. Ho dovuto andare via, altrimenti mi avrebbero preso o, peggio, ucciso. Dopo tante peripezie, un mese e mezzo fa sono approdato in Sicilia». Roland Lisombi, 27 anni,  e sua moglie, la ventiduenne Oghogho Omobude, vengono invece dal Camerun Sudoccidentale: «Siamo finiti in Libia, a Misurata, ad aprile siamo fuggiti dai combattimenti e siamo sbarcati a Lampedusa». Ammettono di aver pagato («Circa 200 dollari») ma solo per la prima volta della loro odissea in cerca della libertà e della salvezza. «Dove mi piacerebbe vivere? In Germania», afferma Roland.   

Rigo, 37 anni, e suo figlio Cams, 10, sono quelli che sorridono meno. Sono scappati dal Bas-Congo, la provincia sudoccidentale della Repubblica democratica del Congo, dove la moglie di Rigo è stata uccisa nel 2007 durante una manifestazione promossa dall'opposizione per motivi politico-religiosi-culturali. «Sono fuggito per cercare di dare un'alternativa a mio figlio», racconta Rigo. «La mia famiglia, i miei fratelli, le mie sorelle, hanno messo insieme una cospicua somma, 500 dollari, con la quale abbiamo intrapreso un lungo viaggio: Congo Brazaville, Repubblica Centrafricana, Ciad, Niger e Libia, Paese nel quale siamo rimasti per anni. Ci trovavamo bene, siamo stati anche a Tripoli. In Libia, un amico che mi ha dato lavoro: facevo il decoratore. Poi, all'inizio del 2011,  gli scontri, la guerra civile, i bombardamenti Nato. Siamo saliti su un barcone, sognando l'Europa. Ora, eccoci qua».



Nivelle Ngu, 28 anni, ammette di avere avuto tantissima paura durante le traversata del Canale di Sicilia: «La barca era stracolma, saremmo stati 240-250 in tutto, temevo di far naufragio e di morire». La ventenne Happy Ikewun spera di mettersi presto a lavorare: «Sono pettinatrice, che dice riuscirò a trovare qualcosa da fare?». Jude (29 anni) e sua moglie Joy Iwuala, scappano dalle tensioni e dai conflitti che continuano a insanguinare certe regioni della Nigeria, Biafra compreso. 

I nomi e le storie s'intrecciano. Chi sogna di finire in Francia, chi invece di andare ad Oslo, in Norvegia. Tutti concordano nel dire che a Forno di Coazze quando c'è il sole va bene, ma quando è brutto o tira il vento il freddo si fa sentire, eccome. Si sentono circondati da premure. Hanno chiesto asilo politico, sanno che ci vuole del tempo perché la loro situazione sia definitiva dal punto di vista giuridico. Nel mentre, vorrebbero rendersi utili.


A Forno di Coazze sono seguiti dagli operatori della cooperativa Liberitutti, che agisce all'interno del coordinamento Connecting people. Spiega Daniele Caccherano, uno dei responsabili: «Non hanno diritto a diarie, distribuiamo noi tutto ciò di cui hanno bisogno, dagli spazzolini da denti ai maglioni, dai pigiami alle scarpe. Diamo loro anche schede telefoniche. Il mangiare, finché l'Asl non darà il benestare e dunque non potranno  farselo da soli, secondo i propri gusti, è assicurato da un servizio di catering in cui lavorano anche detenuti delle Vallette di Torino. La prima preoccupazione, ora, è seguire l'iter burocratico per il riconoscimento dell'asilo politico. Stiamo per avviare anche corsi di italiano: è giusto aiutarli a capire e a farsi capire».

I loro vicini di casa non si lamentano affatto. Così Piero, così Giuseppina e Amabile. Parlano bene di quella gente venuta su dall'Africa, sono bravi, dicono, hanno un sacco di problemi, ma sono gentili. Parole buone per tutti,  in particolare per il piccolo Cams: «Che ne sarà di lui, povera gioia?».

Brescello è lontana. Non si tratta di Bassa Padana ma di alta Val Sangone e, in quanto a provincia, il riferimento è Torino, non Reggio Emilia. Ma la storia richiama a tratti quella di Peppone e don Camillo, sindaco e parroco lesti nel beccarsi a vicenda, e pure qui – proprio come nei libri di Guareschi – alla fine vince il buon cuore intrecciato al buon senso, anche perché la partita vera se la sta giocando un gruppo di africani, scappati da Paesi dilaniati da sanguinosi conflitti etnici, politici e religiosi.


Forno di Coazze è un grumo di case abbracciate alla montagna, a mille metri di quota. Ufficialmente conta 27 abitanti residenti. Ma il numero reale di chi sta lassù estate e inverno è inferiore. L’arrivo massiccio di decine di stranieri non può passare inosservato. Il pullman carico di umanità dolente agguanta l’ultima curva mercoledì 4 maggio, di buonora. È una parte infinitamente piccola del popolo che ha attraversato il Canale di Sicilia approdando a Lampedusa e che da lì ha preso vie diverse, risalendo l’Italia. Questo gruppo ha per destinazione il Piemonte, la Val Sangone, una frazione del Comune di Coazze, terra franco-provenzale all’ombra delle Alpi Cozie.


Dall’autobus scendono 31 persone, uomini, donne e un bambino di 10 anni. Un lunghissimo viaggio, il loro, che li ha visti lasciare Camerun, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo per andare in Libia, chi a Tripoli, chi a Misurata, chi in altri centri ancora, da dove sono fuggiti, spinti via dalle ostilità. Alloggiano nel cuore della borgata Ferria, in una casa di proprietà della parrocchia. «Qualche settimana fa, l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, aveva sondato la disponibilità mia e di altri sacerdoti della diocesi, cercando strutture idonee ad accogliere per un po’ di tempo questi fratelli bisognosi», spiega don Dino Morando, 66 anni, un prete tosto, che nel 1976 il cardinale Pellegrino man- da a Gemona, in Friuli, ad aiutare i terremotati, salvo poi richiamarlo a Torino, in prima fila nei quartieri operai di periferia, scelta confermata dai suoi successori fino al 2005 quand’è trasferito a Forno di Coazze, rettore di un celebre santuario mariano. «Che stiano per arrivare dei migranti me lo comunicano il giorno dopo Pasquetta, martedì 26 aprile; io avviso immediatamente il sindaco. Tempo una settimana e i 31 sono su». 


Ad accoglierli ci sono il primo cittadino di Coazze, Paolo Allais, 62 anni, un brillante architetto che milita nel Pdl, e tre lenzuoli (che rimangono appesi poche ore) con scritte polemiche: «Forno di Coazze, no Lampedusa! La Lega vigila», «Fora dalle balle», «Cassaintegrati, disoccupati e precari: chi li aiuta?». Allais veste i panni di Peppone, sia pur di Centrodestra, e punge il parroco, colpevole – a suo dire – di non averlo coinvolto con sufficiente anticipo. «Una decisione assurda. Quello è un posto da lupi», sentenziano, infine, lui e il vicesindaco Fabrizio Rosa Brusin, 46 anni, esponente della Lega. Monta la protesta. 


Piano piano, però, il clima si rasserena. Domenica 8 maggio, don Dino Morando, dopo aver scelto il silenzio al posto dell’omelia, scambia il segno della pace con Allais e ricorda il suo buon rapporto con lui. Il 10 maggio, il sindaco e il suo vice salgono nella casa che ospita i profughi, tutti cristiani. Sorrisi, saluti, una partita a calcio balilla. E dichiarazioni distensive, fatte, come ripetutamente sottolineato dai protagonisti, nel nome del buon cuore e del buon senso, che alla fine possono, devono prevalere.

«Queste persone», affermano concordi Paolo Allais e Fabrizio Rosa Brusin,  «hanno chiesto asilo politico. Appena la situazione sarà giuridicamente chiarita, vorremmo coinvolgerle in lavori utili, come la pulitura di torrenti o quella dei sentieri.  Possiamo anche ipotizzare di affidar loro terreni abbandonati per la coltivazione di piccoli frutti, tipo fragole, lamponi e mirtilli,  o di erbe officinali», dichiarano Allais e Rosa Brusin. 

 

«Ne sono arrivati 502, ma potrebbero giungerne fino a 832, stando alle "quote" concordate tra ministero degli Interni e Regioni. Nel caso in cui l'esodo dall'Africa aumentasse di molto, il Piemonte raddoppierebbe l'accoglienza, ospitando sul suo territorio fino a 1.664 profughi. La Chiesa è in prima fila nell'aiutarli mobilitando le risorse che ha, sia umane che materiali; non siamo soli, fortunatamente. Diciamo, comunque, che, in quanto a coordinamento, si può e si deve migliorare». Don Fredo Olivero è il direttore regionale dell'Ufficio per la pastorale dei migranti.  Racconta a Famigliacristiana.it le ultime travagliate settimane. Fornisce cifre precise. Ragiona su cosa è stato fatto. E su cosa rimane da fare.



«Le notizie sui continui sbarchi a Lampedusa hanno segnato l'intero inverno», esordisce don Fredo Olivero. «Stimolati dai Vescovi, le comunità cattoliche del Piemonte, come quelle delle altre regioni italiane, hanno dato immediata disponibilità. Dopo un primo gruppo giunto prima di Pasqua (circa duecento cittadini tunisini muniti di permesso di soggiorno temporaneo, migranti economici che in buona parte sono già partiti per altre destinazioni nazionali ed internazionali), nei primi dieci giorni di maggio si sono registrati gli arrivi più consistenti formati in gran parte da persone di origine africana, anche sub sahariana, con le caratteristiche per richiedere asilo o per ottenere il sostegno umanitario. La gestione locale di questo flusso migratorio è stato affidato alle Regioni sotto il coordinamento della Protezione civile nazionale e locale. Alle ore 12 del 16 maggio, per essere precisi, stando ai dati ufficiali risultavano essere presenti in Piemonte 502 profughi, 415 maschi e 87 femmine».

«Le Caritas diocesane e la pastorale dei Migranti della nostra Regione si sono incontrate giovedì 5 maggio per definire la strategia di intervento e di collaborazione con le istituzioni», prosegue don Fredo Olivero. «Le risorse disponibili sono state suddivise in due tipologie. La prima comprende le strutture di pronto intervento, che hanno la possibilità di accogliere - per alcuni mesi - gruppi medi di migranti provenienti dai centri dell'Italia meridionale. Durante tale lasso di tempo gli operatori s'impegnano a capire le necessità delle persone,  soprattutto dei richiedenti asilo, attivando le procedure necessarie e definendo un progetto di inserimento territoriale (lavoro, casa, autonomia personale) in luoghi diversi e meglio idonei, sparsi su tutto il territorio regionale». 

Don Fredo Olivero controlla il dossier. «I circa duecento posti complessivi offerti dal Sermig di Torino, dal Cottolengo di Lemie, dalla parrocchia di Forno di Coazze, dalla Caritas di Asti e da un ente ecclesiale nella sede di Racconigi sono pressoché saturati. Esistono strutture analoghe, come il centro Fenoglio di Settimo Torinese gestito dalla Croce rossa italiana, ma sarebbe stato apprezzabile, politicamente significativo e umanamente rilevante se anche le amministrazioni locali, parlo in primo luogo dei Comuni che so per certo esser stati consultati, avessero dato analoga disponibilità». 


«La seconda tipologia», spiega ancora don Fredo Olivero, «riguarda i luoghi in cui i migranti, inseriti in un progetto ad hoc, vengono trasferiti in piccoli gruppi per un tempo medio lungo, alla ricerca di una sistemazione definitiva circa il lavoro e l'abitazione. Si tratta di cercare posti negli ostelli gestiti dalle varie Caritas diocesane, ma anche in alloggi messi a disposizione da famiglie, parrocchie, congregazioni religiose disponibili; il tutto in modo scaglionato a partire dalla seconda metà di maggio». 

«L’esperienza pregressa», precisa don Olivero,  «ha suggerito di destinare le risorse adatte alla seconda accoglienza esclusivamente a chi chiede asilo politico (detto per inciso: i 502 profughi giunti fin qui in Piemonte, l'hanno fatto tutti; dovrebbero ricevere a giorni il permesso di soggiorno temporaneo in attesa che la loro situazione venga definita). Senza questo polmone, infatti, si ritiene non possa essere realisticamente affrontata la sfida di integrazione. Anzi, si rischierebbe di creare solo luoghi di parcheggio incapaci di dare futuro alle necessità dei migranti e serenità alla popolazione locale». 


«Il coordinamento sarà affidato al tavolo regionale «Non Solo Asilo», nato nel 2008 - su iniziativa della Pastorale per i migranti, del mondo delle associazioni e di alcune istituzioni - come tentativo di sostegno ai richiedenti asilo che non riescono ad entrare nei programmi nazionali loro dedicati», continua don Fredo Olivero. «In anni di lavoro, questo tavolo è riuscito ad inserire circa 200 persone in 25 zone diverse della regione. Per effetto di tale scelta il tavolo in oggetto sarà l’unico autorizzato a proporre alle singole diocesi possibili inserimenti di migranti inseriti nel progetto. Gli inserimenti della prima accoglienza, invece, sono coordinati con la Protezione civile regionale. Le varie disponibilità offerte, tra gli altri, anche dalle parrocchie e dalle famiglie verranno vagliate e su di esse verrà formulata una proposta da verificare con chi offre disponibilità, per valutarne i tempi, i modi, i costi (non necessariamente è richiesta l’assoluta gratuità), gli impegni. Va ribadito che la seconda accoglienza sarà sempre inserita all’interno di un progetto che prevede adeguato tutoraggio dei soggetti: non getteremo i pesi sulle spalle dei donatori lasciandoli soli. Servono ancora disponibilità di piccoli alloggi o opportunità abitative per tempi medio lunghi (da dieci mesi a due anni). Possono essere segnalati alle Caritas Diocesane o agli Uffici di pastorale dei migranti delle singole Diocesi». 



«Il cammino dell’accoglienza sarà, dunque, unitario per tutte le diciassette Chiese del Piemonte e della Valle d'Aosta», conclude don Fredo Olivero. «Un segno concreto di comunione che porterà una sola voce, un solo cuore, un solo modo di operare nel servizio. Perché tale cammino – reso complesso dai numeri elevati di persone da sostenere - possa avere il miglior successo possibile in termini di qualità si rende necessario che la Regione Piemonte provveda a coltivare il coordinamento appena partito, la sinergia e il coinvolgimento attivo degli enti territoriali (Prefetture, Province, Comuni). Parimenti importante provvedere in tempi brevi al rinnovamento del protocollo regionale sull’assistenza sanitaria a questi migranti e instaurare un dialogo serrato per disegnare scenari e azioni da mettere in campo con il 2012, quando saranno terminati i fondi economici nazionali stanziati per la gestione dell’emergenza».

 
 
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