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«Il voto? Non c’è più religione. Italia senza geografia (politica)»

20/06/2016  «Questa tornata elettorale segna la fine del voto politico come atto di fede e ci consegna un Paese senza riferimenti», dice il sociologo Ilvo Diamanti. «Solo il 30 per cento dei sindaco sono stati riconfermati, non c’è più continuità e radicamento. La politica come fattore di stabilità è finita»

«Non c’è più religione perché è la fine del voto politico come atto di fede. La geografia politica italiana che esce dalle urne, paradossalmente, è che non esiste più una geografia in un Paese dove questa, a partire dal secondo Dopoguerra, ha sempre contato molto». Questa la fotografia dei risultati dei ballottaggi per le elezioni amministrative scattata dal sociologo Ilvo Diamanti, docente di Scienza Politica all'Università degli studi di Urbino "Carlo Bo", analista e studioso delle trasformazioni del sistema politico e della democrazia ai quali ha dedicato numerosi libri e diversi articoli su riviste scientifiche. «Tra il 1948 e il 2008 in Italia sostanzialmente non è mai cambiato nulla», dice Diamanti, «nel senso che mutava l’offerta politica dei partiti ma non la geografia. La zona rossa al Centro, quella bianca che votava Dc nella grande provincia del Nord con la roccaforte del Nordest e un Mezzogiorno piuttosto stabile. Adesso non è più così. Le grandi città come Roma e Torino sono state conquistate da soggetti politici che prima non esistevano o erano diversi. Delle città al ballottaggio in questo turno a confermare il sindaco o il partito uscente sono solo il 30 per cento circa. E questo la dice lunga. Non c’è più continuità, né radicamento. È finita la politica come fattore di stabilità e di stabilizzazione».

A Napoli, continua Diamanti, c’è stata la conferma di Luigi De Magistris, il quale «è alternativo alla destra e alla sinistra e non è del Movimento 5 Stelle». Poi c’è Bologna, «capitale storica dell’Italia di sinistra» dove  la candidata che ha sfidato il sindaco uscente Virginio Merola era leghista, Lucia Bergonzoni, e ha conquistato il 45% dei voti: «Un risultato notevole», nota Diamanti, «in quella che un tempo era una città simbolo del Pci e che nel ’99 ha visto andare al potere un sindaco non di sinistra come Giorgio Guazzaloca a capo di una lista civica ma che poi è rientrata nell’alveo tradizionale».

Il caso di Milano, città atipica

Per il professor Diamanti la netta affermazione del Movimento 5 Stelle è «un caso esemplare» di questa tornata elettorale, a cominciare dalla conquista delle città di Roma, dove ha vinto Virginia Raggi, e Torino, che sarà guidata da Chiara Appendino, e segna un fenomeno nuovo e strutturale: «La politica un tempo era religione perché si votava per atto di fede», spiega, «questa dinamica ha accompagnato il nostro Paese per tutta la Prima Repubblica fino alla fine degli anni Ottanta. Negli anni Novanta è arrivato Berlusconi che ha sostituito il muro di Berlino, ormai caduto, con il muro di Arcore riproducendo artificiosamente lo schema precedente: di là i comunisti, evocati anche se non c’erano più, di qua tutti gli altri e i moderati. Berlusconi ha, da un lato, imposto se stesso e dall’altro ha tenuto in piedi l’antica frattura perché era funzionale al suo schema».

Delle città al voto, Milano, secondo Diamanti, rappresenta un caso atipico. «Non ha tradizioni politiche consolidate», dice, «storicamente è sempre andata al di là dell’alternanza Dc-Pci. Nella Prima Repubblica è stata sovente governata da sindaci socialisti e poi è diventata la roccaforte del forzaleghismo. Qui si sfidavano due candidati simili, manager entrambi, Sala e Parisi, e il M5S non ha mai veramente sfondato. La parte dei 5 Stelle l’ha fatta la Lega di Salvini che però non è la Lega Nord di Bossi».  

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