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lunedì 08 agosto 2022
 
L'anniversario
 

Ilaria e Miran, 21 anni dopo

20/03/2015  Il 20 marzo è l’anniversario dell’omicidio dei due giornalisti Rai, avvenuto a Mogadiscio nel 1994. Ancora una volta un anniversario senza verità. Ma con un sospetto reso più forte dalle recenti rivelazioni di un “supertestimone”: se ha detto il vero, è stato pagato da uomini delle nostre istituzioni per mentire, ossia per allontanare dalla verità. Una vicenda che non può non essere chiarita. Ecco perché.

Ilaria Alpi a Mogadiscio. In copertina: la Presidente della Camera Laura Boldrini insieme alla madre di Ilaria, Luciana Alpi.
Ilaria Alpi a Mogadiscio. In copertina: la Presidente della Camera Laura Boldrini insieme alla madre di Ilaria, Luciana Alpi.

E siamo a 21 anni dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Si dovrebbe ripetere la litania divenuta ormai stucchevole e inutile: 21 anni senza verità, 21 anni senza giustizia. È così, non c’è dubbio: una verità giudiziaria non c’è, l’inchiesta della Procura di Roma è ancora aperta ma finora di risultati non se ne sono visti.

Anche la mamma di Ilaria è scoraggiata: poco tempo fa ha chiesto che non si faccia più il Premio “Alpi” di Riccione. E infatti non si farà più, perlomeno dedicato alla giornalista del Tg3. Anche l’associazione che portava il suo nome si è sciolta. Peccato, era una delle eredità più belle dell’esempio datoci da una giovane collega che aveva scelto di svolgere il proprio semplice ma essenziale compito di cronista fino in fondo, anche quando fare inchieste impertinenti e scomode diventava pericoloso, tanto da costarle la vita.

Forse sta accadendo quello che è successo in tanti “misteri italiani”. Il muro di gomma non si infrange, e se sta per cedere in qualche punto, si devia l’attenzione altrove, si depista… Poi la cronaca si occupa d’altro. La vita va avanti, come dice il trito luogo comune. Passano gli anni, i testimoni e i protagonisti dei fatti invecchiano o muoiono. Dalla ricerca della verità si passa lentamente all’archivio della memoria.

Eppure, riguardo a questo duplice spietato omicidio, quest’anno non è passato invano. Anche quest’anno, all’approssimarsi dell’anniversario del 20 marzo, emerge qualche novità. Questa volta il merito va a Chi l’ha visto e a una sua tenace inviata, Chiara Cazzaniga: ha scovato, lo scorso febbraio, il cosiddetto “supertestimone”, le cui dichiarazioni erano state determinanti per condannare l’unico “colpevole” dell’assassinio di Mogadiscio (Hashi Omar Hassan, che sta ancora scontando i 26 anni di pena nelle prigioni italiane). E l’intervista al “supertestimone”, Ali Ahmed Raghe detto Jelle, ha rivelato fatti sconvolgenti: ha detto di essere stato pagato per accusare un innocente; ha detto che sono state figure istituzionali del nostro Paese a “comprare” la sua testimonianza.

Il "supertestimone" Jelle, che ha raccontato a Chi l'ha visto di essere stato pagato per accusare un innocente.
Il "supertestimone" Jelle, che ha raccontato a Chi l'ha visto di essere stato pagato per accusare un innocente.

Depistaggio di Stato?

Le verità di Jelle andranno accertate, su questo non c’è dubbio. Ma qualora avesse detto il vero, allora possiamo dire che il 21° anno dopo la morte di Ilaria e Miran è quello che ha portato il risultato più importante nella ricerca della verità: sarebbe la prova del “depistaggio di Stato”, della volontà del nostro Paese, non solo di voltarsi dall’altra parte, ma di cercare risolutamente di occultare le ragioni e i moventi dell’omicidio dei due giornalisti Rai.

Nel corso di quest’ultimo anno è avvenuto un altro fatto importante: su sollecitazione di alcuni giornalisti (Andrea Palladino e Andrea Tornago) e di una petizione pubblica la presidente della Camera Laura Boldrini ha deciso di avviare la desecretazione di una montagna di documenti “chiusi sotto chiave” da anni e da decenni. Un’operazione ancora in corso, per la verità, che si è rivelata troppo lenta, ma soprattutto troppo timida: sono tante le carte piene di “omissis”, desecretate per metà, o addirittura per nulla.

Un’operazione che si sta rivelando soprattutto insufficiente. Le rivelazioni del testimone a pagamento Jelle dimostrano che occorre uno sforzo di trasparenza ben più ampio e profondo, per ridare credibilità alle istituzioni del nostro Paese.

Un problema che non riguarda di certo il solo caso Alpi-Hrovatin ma, per restare a questa vicenda, oggi è necessario rendere pubblici i documenti che hanno portato all’arresto di Hashi Omar Hassan; quelli che hanno portato la Commissione Alpi-Hrovatin a prendere per vere prove fasulle e a costruire un castello di pseudo-verità di cui non restano che macerie (pagate profumatamente dai contribuenti italiani, peraltro); occorre togliere il segreto all’azione dei nostri diplomatici in Somalia (visto che Jelle è stato mandato in Italia per interessamento di un nostro ambasciatore). È ineludibile, infine, che gli italiani conoscano le operazioni realizzate in Somalia (o in Italia, ma legate ai fatti di Somalia) da parte di quell’area dei nostri servizi di sicurezza che hanno potuto agire sotto l’inossidabile copertura della Nato, ossia la cosiddetta Gladio e le sue diverse articolazioni.

Vi sono abbondanti tracce dell’operato di uomini di Gladio anche nel lontano Paese africano, anche nei dintorni dell’omicidio Alpi-Hrovatin, quando in realtà l’intera struttura avrebbe dovuto essere sciolta da tre anni, cioè fin dal 1991. Le ragioni per cui un’organizzazione come quella di Gladio abbia operato in Somalia sono quanto mai oscure, naturalmente, ma proprio per questo l’opinione pubblica avrebbe il diritto di sapere.

Insomma, quanto fatto per rendere un po’ più trasparente l’azione delle nostre istituzioni è stato un buon inizio, ma decisamente non basta. Di fronte al crescente sospetto di un “depistaggio di Stato”, occorre una forte, inequivoca reazione dello stesso Stato.

È questa l’unica speranza a cui si può aggrappare Luciana Alpi, dopo 21 anni, per sperare di sapere davvero perché ha perduto l’unica sua figlia.  

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