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sabato 05 dicembre 2020
 
Il ritratto
 

Ilda Boccassini va in pensione, stanò gli assassini di Falcone

05/12/2019  Carattere scontroso e intelligenza investigativa sono le caratteristiche che le riconoscono amici e nemici. Ha portato a processo potenti, magistrati e criminali comuni, ma le sue indagini più importanti sono state contro le mafie

Sarà strano, di qui in poi, passare per il corridoio del quarto piano della procura della Repubblica di Milano e non vederla, dietro la scrivania della piccola stanza che ha occupato per 41 anni tenendo la porta aperta e la bocca chiusa alle esternazioni pubbliche. Senza cerimonie, com’è nella sua natura rigorosa e spigolosa, Ilda Boccassini lascia la toga per limiti di età: 70 anni, il 7 dicembre, Sant’Ambrogio, patrono di Milano, città di cui lei, napoletana veracissima, è diventata un simbolo, forse proprio malgrado.

Carattere ispido, incline alle sfuriate, e intelligenza investigativa sono cifre stilistiche che tutti, amici e nemici, le riconoscono, insieme alla tendenza a chiedere molto a sé stessa e ai collaboratori. Tutte cose che, variamente combinate, hanno contribuito a crearle attorno, anche tra i colleghi, un mix di attriti, invidie e ammirazione. Ma tra i pochi da cui s’è lasciata conoscere davvero c’è chi attribuisce gli aculei, innegabili, anche a una timidezza di fondo insospettabile ai più.

Alle cerimonie, alle passerelle è sempre stata allergica: quando saltò in aria Giovanni Falcone, che – a costo di alienarsi simpatie - difendeva da vivo quand’era isolato in un assedio di solitudine e di maldicenze, disertò anche i funerali di Stato, senza mandare a dire che li trovava troppo affollati di amici postumi. Ma poi quando si trattò di commemorarlo nell’unico modo che conosce, lavorando sodo, la sua amica Ilda accettò di farsi trasferire a Caltanissetta in Sicilia, per applicare alla ricerca dei suoi assassini il metodo investigativo che aveva imparato collaborando con lui sull’asse Palermo-Milano negli anni Ottanta. Ci voleva coraggio fisico in quel momento per esporsi contro i Corleonesi. Era lunga la lista di magistrati uccisi su quel fronte: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici… Di quei due anni, in cui diede un contributo decisivo ad assicurare alla giustizia i responsabili della strage di Capaci, Ilda Boccassini ha parlato pochissimo, più che altro a ragazzi delle scuole, ammettendo davanti a loro un peso umano mai del tutto alleggerito: il senso di colpa per il prezzo che quel lavoro blindato e lontano ha avuto sulla vita dei suoi due figli allora giovanissimi.

Di visibilità ne ha avuta tanta, anche troppa per i suoi gusti, subìta e mai cavalcata, a volte distorta dalla potenza di fuoco mediatica delle sue controparti illustri e potenti. Da sempre convinta che i processi si facciano nelle aule, non per scrivere la storia ma per rendere giustizia, ha coltivato la riservatezza fino alla scontrosità, tenendosi a distanza di sicurezza dalle logiche di corrente, entrando talvolta in polemica con una categoria cui ha rimproverato dinamiche corporative. L’attenzione pubblica fu addirittura furiosa negli anni degli accidentatissimi processi Sme/Imi-Sir, Lodo Mondadori in cui con Gherardo Colombo smascherò un giro di (tanti) denari, “piccioli” li chiamò quella volta alla siciliana, serviti ad aggiustare sentenze e che, tra prescrizioni, spostamenti, interruzioni, portarono anche alla condanna definitiva dell’ex ministro della Difesa Cesare Previti, del giudice Vittorio Metta e degli avvocati Acampora e Pacifico, mentre Silvio Berlusconi finì prescritto per la concessione delle attenuanti generiche.

Chi la conosce sa che Ilda Boccassini ha vissuto quegli anni di solitudine istituzionale, mentre il potere si vendicava cercando di approvare leggi per comprimere l’indipendenza della magistratura, soffrendo tanto i volgari attacchi personali - talvolta resi più brutali dal fatto che l’aggredivano come donna - quanto il tifo e gli applausi in Tribunale, che riteneva offensivi verso l’istituzione. Oltre un decennio di bufera, vissuto in un granitico silenzio, spezzato soltanto quando nel 2002 si ritrovò privata della scorta, dopo i brutti ricordi lasciati in Sicilia, mentre era esposta su altri fronti: un fatto che determinò il famoso resistere di Francesco Saverio Borrelli preoccupato per la sua incolumità.

La scorta le venne restituita dopo la morte di Marco Biagi, assassinato da una recrudescenza del terrorismo rosso. Proprio il fronte su cui Ilda Boccassini sarebbe passata di lì a poco, a indagare le nuove Br che minacciavano Ichino e proprietà e aziende della famiglia Berlusconi che quella volta si ritrovarono difese dal magistrato che avevano accusato fin lì di partigianeria, chiamandola “la rossa”, non solo per la chioma fulva.

Ma il risultato professionale più importante, quello che resterà nella storia davvero, anche se ha fatto infinitamente meno clamore del coevo caso Ruby, è arrivato tra il 2009 e il 2017, quando Ilda Boccassini da capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, con Alessandra Dolci e Paolo Storari in sinergia con la procura di Reggio Calabria guidata allora da Giuseppe Pignatone, ha coordinato indagini che hanno fatto il giro del mondo sulla ‘ndrangheta in Lombardia e che, arrivate in Cassazione in meno di cinque anni senza sbavature, hanno condotto a scrivere, per la prima volta nella storia, la parola ‘ndrangheta in una sentenza definitiva, la stessa cosa che fece il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino per Cosa nostra.

E forse è proprio là, agli anni Novanta in Sicilia che bisogna tornare per capire davvero il magistrato che è stata. Bisogna tornare alle due lettere lasciate agli atti in Sicilia per dire, già nell’ottobre del 1994, che riguardo all’attendibilità di Vincenzo Scarantino, il cosiddetto falso pentito della strage Borsellino, bisognava fare un passo indietro e riconsiderare tutto. Un gesto che da solo racconta dell’indipendenza vera, della capacità di rimettere in discussione un’ipotesi e mesi di lavoro se mostra una falla a costo di mettersi in minoranza. Perché è da questi particolari, non dalle chiacchiere sui media, che si giudica un pubblico ministero: dalle indagini che non si sfarinano nei processi, a meno che modifiche normative non cambino il quadro a procedimenti avviati; dallo spirito laico che, davanti a una notizia di reato, indaga senza distinzioni pregiudiziali, tra mafiosi, potenti, colleghi e criminali comuni, come gli assassini del tabaccaio di via Padova; dalla capacità di non innamorarsi della propria tesi.

Se quel consiglio a riconsiderare fosse stato raccolto forse oggi non si starebbe celebrando l’ennesimo processo per la strage di Borsellino ancora in cerca di verità. Proprio deponendo come testimone a Caltanissetta qualche giorno fa, Fausto Cardella, oggi procuratore generale a Perugia, che, partito da lontano pure lui, ha condiviso con Ilda Boccassini tra il 1992 e il 1993 un anno di lavoro blindato in Sicilia, ricostruendo in aula quel periodo, ha detto di lei: «Leggeva tutti gli atti dall’intestazione alla firma e, nel gestire i collaboratori di giustizia, mostrava una capacità di collegamenti e di memoria, che le ho sempre “invidiato”: questo come fa a saperlo? Questo non lo ha detto, questo come fa a dirlo». E a proposito di rispetto delle regole: «Non ho mai conosciuto un collega esasperatamente garantista quanto lei».

Un ritratto professionale che, per la sostanza e il contesto, potrebbe piacerle. In fondo l’aula di giustizia è sempre stata l’unico luogo in cui ha cercato il riconoscimento della correttezza del proprio lavoro, a costo di trascurare, per coerenza, il fatto che un pizzico di diplomazia in più fuori dalle aule le avrebbe magari facilitato la carriera.

 
 
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