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martedì 05 marzo 2024
 
 

Ilda Boccassini, da madre nella trincea di Caltanissetta

20/05/2012  Nemmeno stavolta ha accettato interviste, ma si sa che era amica di Falcone e in un'occasione pubblica ebbe a dire: "Ci sentivamo addosso la responsabilità di quei morti dilaniati".

Bisogna mettere sottosopra gli archivi, srotolare indietro il tempo fino all'aprile 1994, disseppellire una lezione tenuta a Frascati a un corso di aggiornamento per magistrati, per avere un ricordo di quei giorni nisseni firmato Ilda Boccassini. «Non c'è tempo per illustrare quello che abbiamo vissuto in termini umani», scriveva in coda alla relazione, «Lontani dalle famiglie, io un anno e mezzo, Fausto (Cardella ndr.) 14 mesi. Siamo stati attaccati da molti quando si lavorava sodo e in silenzio: "Ma cosa stanno facendo?", dicevano in tanti. E noi ci sentivamo addosso la responsabilità di quei morti, anche verso i parenti che chiedevano giustizia. Ci ha aiutati molto il senso di umanità, il fatto che non vi era tra noi alcuna conflittualità, che credevamo in quello che facevamo ed eravamo consapevoli dei pregi e dei difetti di ciascuno. Certo, abbiamo avuto anche duri momenti di confronto e di scontro, dovevamo scaricare tra noi anche tutta la solitudine che vivevamo, perché siamo vissuti blindati per un anno e sei mesi e non è ancora finita. Però, questo è stato fondamentale: mai ci ha sfiorato la necessità di comparire. Io condanno il protagonismo sotto tutti gli aspetti. Attenzione a queste cose, ci danneggiano. Conta molto invece l'umanità, il riconoscerci per quello che siamo con i nostri difetti e i nostri pregi. Ricordatelo, è importantissimo lavorare insieme. E questa è l'unica forza che ci ha permesso di andare avanti».

S'è circondata di una scorza ruvida, ha negato interviste, rifiutato inviti: un rosario di "no grazie" e di "no comment". Le parole pubbliche, spesso cantate fuori dal coro a costo di rischiare l'impopolarità dentro e fuori  dalla magistratura, ci sono state, con parsimonia, quando proprio non si poteva negare all'opinione pubblica una spiegazione o ai ragazzi di una scuola la testimonianza, senza telecamere però, di un'Italia di stragi di cui non potevano avere ricordi. Per convincerla ad apparire una volta in Tv c'è voluta l'autorevolezza di Enzo Biagi. E' stato 14 anni fa. Tre minuti in 33 anni di magistratura. Il resto sono immagini di repertorio.
 
Ilda Boccassini in questi vent'anni ha fatto del suo meglio – con scarso successo per la verità e non per colpa sua - per non soffiare sul fuoco di una notorietà, imposta da inchieste e risultati, che ha subìto, senza alimentarla, nella convinzione, questa sì ribadita sovente controcorrente se necessario, che il silenzio a volte sia un prezzo da pagare al ruolo: una consegna che ha rispettato anche quando s'è trattato di ingoiare attacchi volgari. 

Anche per questo sappiamo poco della sua scelta di andare in Sicilia, il poco che ha raccontato in una sera insolitamente carica di emozioni, voluta in ricordo di Paolo Borsellino, un 19 luglio di qualche anno fa alla biblioteca di Palermo: in quell'occasione chiarì che non aveva, «come tante volte si legge sui giornali, chiesto di andare», ma che aveva – come Cardella -risposto a una chiamata.

Parlò di «Una scelta dolorosa», della lacerazione tra il senso di colpa, indelebile negli anni, per il prezzo della lontananza pagato dai suoi figli e il ricordo dei corpi dilaniati della scorta di Falcone che chiedevano di andare avanti. Parlò di responsabilità verso le famiglie delle vittime, di dignità, di coerenza, di solitudine. Parlò di una scelta che le «ha sconvolto la vita personale».

Alla fine di un puzzle di parole che lasciavano intendere la stima avuta da Giovanni Falcone, con cui aveva a lungo collaborato e di cui era amica, e, per suo tramite, da Paolo Borsellino che conosceva poco di persona, concluse: «Non potevo non andare». Lontana da sempre, distanze siderali, dalla retorica dell'eroismo, che in questi giorni fluirà a fiumi senza la sua complicità, quella sera a proposito di Falcone e Borsellino non parlò mai di coraggio né mai di eredità, soltanto di «rigore, indipendenza, professionalità, senso dello stato». Le stesse ragioni, probabilmente, per cui non poteva non andare.

 
 
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