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Galantino: «Grazie musulmani per la vostra solidarietà»

03/08/2016  «Non cadiamo nella trappola della guerra di religione tesa da fanatici che intnedono provocare e giustificare uno scontro di civiltà», afferma il Segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei) in questo intervento esclusivo. «Il Papa non indulge ad alcuna forma di buonismo nonostante tra noi non manchi chi lo accusa di cecità, pretendo addirittura di "suonargli la sveglia"».

Monsignor Nunzio Galantino (foto: Ansa)
Monsignor Nunzio Galantino (foto: Ansa)

Abbiamo concluso il mese di luglio sconvolti davanti al dilagare della violenza, che con drammatica puntualità insanguina tante parti del mondo e dell’Europa, allo scopo di causare terrore e morte.
Ogni volta sembra che si oltrepassi un nuovo limite nella modalità degli attacchi e nella barbarie omicida. E così è stato pochi giorni fa a Rouen, con l’uccisione di padre Jacques Hamel – uomo mite e operatore di pace – proprio nel momento della celebrazione eucaristica, che per i cristiani è il segno più alto della pace portata da Cristo con la sua croce.  Si è voluto certamente colpire al cuore la fede cristiana, nella persona di un ministro e nel momento più sacro del suo culto. Eppure dobbiamo affermare con risolutezza, come ha fatto il Santo Padre poco dopo l’accaduto, che questi atti non ci collocano in alcun modo in una guerra di religione. 

Il Papa non è buonista

Il Papa non indulge certo ad alcuna forma di buonismo, nonostante non manchi fra noi chi lo accusa di cecità, pretendendo perfino di “suonargli la sveglia”: piuttosto, più volte ci ha ricordato che oggi, nel mondo, assistiamo a una guerra diffusa, combattuta a pezzi e che deflagra in tante parti della terra. Essa spezza molte vite, distrugge l’ambiente e il futuro dell’uomo, impoverisce intere zone del pianeta e nuoce anzitutto ai bambini e ai più deboli, incapaci di difendersi. 
E tuttavia riguardo a questo punto Francesco ha parlato con chiarezza: non si tratta di una guerra causata da motivi religiosi, perché gli atti compiuti negli ultimi mesi, benché strumentalizzino il nome di Dio e pretendano di renderlo grande, non hanno alcunché di religioso. È quanto anche alcune comunità musulmane hanno voluto dirci con la loro presenza alle nostre celebrazioni.

La violenza non è di Dio

  

Nel nome di Dio non è mai possibile uccidere l’innocente, né in alcun modo si può avallare la violenza, né può trovare posto il disprezzo di sé che porta a uccidersi per causare il male, in un sacrificio della propria vita che è l’esatto contrario del martirio che viene declamato. Lo testimoniano tutti i testi sacri delle religioni, e le stesse comunità musulmane in questi giorni hanno levato la loro voce in modo chiaro e unanime a denunciare le violenze perpetrate, dichiarando la loro solidarietà con le vittime e i loro cari e la loro estraneità a logiche così contrarie alla loro fede, compiendo anche il gesto così eloquente e ammirevole di partecipare alla liturgia domenicale insieme ai cattolici. 

L’odio crea solo odio

Da parte nostra, non potremo mai accettare la logica della contrapposizione tra religioni, che non deve attecchire in noi, per non cadere nella trappola tesa da alcuni fanatici che intendono provocare e giustificare uno scontro di civiltà, da scongiurare a ogni costo.
Rispondere con la violenza alla violenza significherebbe creare un gorgo di odio dal quale nessuno uscirebbe vincitore. All’opposto, l’unica strada percorribile per creare la pace, in questo come in qualsiasi altro contesto, è la pace stessa. Se vogliamo dar vita a una civiltà dove viga il rispetto per la persona umana e siano assicurate la dignità e la libertà di ogni persona, la sola via che possiamo intraprendere è quella del dialogo, nella ricerca instancabile di compromessi, di punti di incontro e di reciproca comprensione. Nel nostro mondo globalizzato nessun Paese può ormai ritenere che un’altra nazione sia irrilevante per il suo progresso, né può pretendere di raggiungere il proprio bene a scapito di quello altrui.
Condividendo la stessa casa comune, siamo come obbligati a metterci d’accordo e a camminare uniti e, se non lo vogliamo fare perché riconosciamo nella concordia il più alto valore da perseguire, lo dovremo fare perché non abbiamo alternativa: nessuno si salverà se non ci salviamo tutti insieme! Costruiamo quindi dei ponti, dei luoghi e dei motivi di incontro per crescere nella conoscenza di chi sentiamo lontano da noi, imparando a rispettare e apprezzare la sua diversità, vedendo in essa non un’insidia, ma un motivo di arricchimento e di crescita.

Al bando la paura!

  

Solo così potremo bandire la paura, che porta a una sorta di paralisi spirituale, quella di chi cerca di difendersi dall’altro e per questo rimane solo, e non può agire perché si sente insidiato. È quanto ha richiamato il Papa nella lunga e bellissima veglia alla quale ho partecipato a Cracovia, insieme a più di un milione di giovani provenienti da ogni parte del mondo per la XXXI Giornata mondiale della gioventù. Rivolgendosi a essi, Francesco li ha invitati a rispondere con l’amore a chi semina violenza, e a contribuire con coraggio alla costruzione della pace. «La nostra risposta a questo mondo in guerra», ha affermato, «ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia». Per far questo − ha spiegato ai giovani − bisogna scuotersi dal torpore che spesso ci avvince, ponendoci davanti il finto ideale di una vita comoda e appartata. Chi costruisce la pace, al contrario, e si fa carico di un futuro più giusto per sé e per tutti, accetta di uscire dal suo guscio e mettersi in gioco, rischiando qualcosa di suo ma trovando in cambio l’entusiasmo di perseguire una meta alta, oltre alla compagnia di quanti condividono lo stesso sogno. Questo percorso verso un mondo più giusto e solidale, e quindi più vivibile e fraterno, è stato rappresentato in modo efficace e provvidenziale, in giorni così tormentati, dal fiume di giovani che si sono tenuti per mano, sentendo di essere amici pur senza essersi mai visti prima. La sera di giovedì, nella cerimonia di accoglienza del Santo Padre, è stato messo in scena un ballo molto significativo, perché vedeva coinvolti giovani di varie nazionalità che inizialmente non sapevano danzare insieme. Osservandosi e tenendosi per mano, però, hanno imparato a muoversi all’unisono, lanciando un messaggio di speranza rivolto a tutto il mondo. L’immagine e la testimonianza di questi giovani, ai quali siamo grati, ci dia la forza per affrontare le avversità e ci spinga a un impegno sempre più generoso. 

(foto in testata: Reuters)

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