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Immigrati, ritorno alle "radici"

09/06/2011  Il 10 giugno inizia una trasmissione su Rai3. In quattro documentari, altrettanti immigrati tornano a casa, raccontando se stessi e il proprio Paese. Nel progetto, anche Wwf e Oxfam.

Davide Demichelis e Mohamed El Atrabi a Tangeri (Marocco) durante le riprese di "Radici" (Foto: Luciano Scalettari).
Davide Demichelis e Mohamed El Atrabi a Tangeri (Marocco) durante le riprese di "Radici" (Foto: Luciano Scalettari).

È un viaggio nel mondo dell’immigrazione, ma in direzione contraria, alle radici di una vita: di Rosita, boliviana, studentessa a Bergamo e protagonista della prima puntata; poi di Mohamed, marocchino, sindacalista a Bologna; di Nela, bosniaca, attrice a Roma; di Magatte, senegalese, musicista a Torino.

     Sono stranieri giunti in Italia tanti anni fa, che ora tornano a far visita a casa, nel Maghreb, in America Latina, in Europa orientale, in Africa nera. “Radici”, il nuovo programma di Rai3 che andrà in onda per quattro venerdì a partire dal 10 giugno (in seconda serata, dalle 23,30 circa), è un viaggio di questi immigrati attraverso le loro origini, la loro vicenda umana personale e familiare, ma anche un viaggio nei rispettivi Paesi e nelle società e culture che costituiscono la loro identità profonda (il numero in edicola di Famiglia Cristiana - n° 24 - pubblica il reportage dal Marocco realizzato nel corso delle riprese).

     Si tratta di quattro documentari di un’ora circa, nei quali il giornalista televisivo Davide Demichelis (che è anche l’ideatore del programma) farà da guida e da interlocutore ai veri protagonisti: Rosita, Mohamed, Nela e Magatte. Demichelis mette loro in mano il microfono per farci scoprire quelle “radici”, talvolta esotiche e lontane. Il racconto che ne esce è un continuo oscillare tra la storia culturale, politica e sociale del proprio Paese e la “piccola storia” personale fatta di famiglia e amici, luoghi ed emozioni.

     «Attenzione, però», spiega il giornalista, «non è un trattato sull’immigrazione né un documentario di antropologia. È semplicemente un viaggio fatto insieme a questi protagonisti, che cerca di rispondere a tante domande che probabilmente ci facciamo tutti i giorni, quando abbiamo a che fare – sempre più spesso – con gli immigrati nel nostro Paese. “Da dove vengono gli stranieri che mi vivono accanto? Cosa si mangia, da loro? Che clima c’è? Quali storie, curiosità, costumi, modi di vita ci sono nelle loro terre d’origine?”. Ecco, i documentari che presentiamo cercano di rispondervi, dando la parola ad alcune delle tante “facce da straniero” con le quali condividiamo il pianerottolo, l’autobus, il posto di lavoro. E di cui spesso non sappiamo nulla. Raccontati da loro, in prima persona, quei luoghi e quelle storie sono davvero avvincenti».

Demichelis con un'altro dei protagonisti di "Radici": Rosita Carmina Ruiz, in Bolivia (foto: Alessandro Rocca).
Demichelis con un'altro dei protagonisti di "Radici": Rosita Carmina Ruiz, in Bolivia (foto: Alessandro Rocca).

- “Radici” parla di immigrazione, ma in modo piuttosto originale, con questa sorta di percorso a ritroso. Come è nata l’idea?

     «L’idea ce l’avevo in testa da molto tempo, ma non c’erano le risorse per realizzarla. Per anni è rimasto un sogno nel cassetto. Poi, ne ho parlato a Wwf e Oxfam. Se ne sono entusiasmati e hanno presentato un progetto alla Direzione della Cooperazione Italiana, che l’ha finanziato, nell’ambito dell’educazione allo sviluppo. Ed eccoci qui. “Radici” è nato così».

- Perché hai scelto questo “taglio”?

     «Di solito parliamo sempre delle emergenze legate all’immigrazione e al Sud del mondo, dei barconi che affondano e delle piaghe dei Paesi poveri. Questa volta abbiamo voluto dare la parola a immigrati “normali”, che vivono e lavorano nel nostro Paese. In realtà, i numeri che contano dell’emigrazione non sono quelli degli stranieri che arrivano a Lampedusa. In Italia abbiamo 4 milioni e mezzo di immigrati regolari. Finalmente diamo un volto a questa “maggioranza silenziosa” degli stranieri in Italia».

Mohamed El Atrabi, immigrato a Bologna,  ad Asilah, in Marocco, sulla costa atlantica (foto: Luciano Scalettari)
Mohamed El Atrabi, immigrato a Bologna, ad Asilah, in Marocco, sulla costa atlantica (foto: Luciano Scalettari)

- Secondo te, qual è l’elemento che può catturare il telespettatore?

     «La forza del programma consiste nel fatto che i protagonisti, Mohamed, Nela, Magatte, Rosa ci raccontano il loro Paese in italiano e da italiani, perché da anni vivono tra noi. Conoscono la nostra cultura e sanno spiegarci quella loro. Io faccio da interlocutore e da filo conduttore delle puntate: ho le curiosità dell’italiano medio, e loro sono la boliviana, il marocchino, la bosniaca, il senegale medio».

- Con quali criteri hai scelto i protagonisti?

     «Di avere situazioni normali, di persone normali. Avevo anche pensato di cercare storie di immigrati di successo – ce ne sono molte – ma alla fine abbiamo preferito storie di immigrati che potrebbero vivere alla porta accanto alla nostra. Mohamed oggi è un sindacalista della Cgil. Rosa fa la colf, Magatte vive di corsi e concerti della sua musica, Nela fa l’attrice. Situazioni più o meno agiate, ma di persone integrate».

Nela Lucic, in Bosnia (foto: Alessandro Rocca).
Nela Lucic, in Bosnia (foto: Alessandro Rocca).

- Giri il mondo da molti anni, sei andato nei luoghi più remoti del pianeta per il “Pianeta delle meraviglie”, “Timbuctu”, “Alle falde del Kilimangiaro”, e tanti altri reportage. Nel corso delle riprese hai avuto qualche sorpresa?

      «Sì. Per il fatto di entrare molto più addentro nella vita quotidiana delle famiglie. In passato mi era capitato, ma occasionalmente e per brevi periodi. Qui ho avuto a che fare con le dinamiche familiari, abbiamo mangiato e dormito nelle case dei nostri protagonisti. È stato un percorso di scoperta anche per me. Un’esperienza del genere ti fa capire molto di più. Spero che nei documentari traspaia questo elemento avvincente e sorprendente».

- “Radici” aiuta a vincere la paura dello straniero?

      «Credo che possa senz’altro aiutare a superare diffidenze e timori che ci portiamo dentro. Sapere che in Bolivia si usano i computer o che in Marocco si va anche a sciare, ci aiuta a familiarizzare con realtà che conosciamo poco. Chi ci seguirà scoprirà che anche in quei Paesi lontani si vive, si lavora, si ama, si soffre. Proprio come da noi».

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