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venerdì 10 luglio 2020
 
Stranieri e carcere
 

Immigrati: «Le nostre leggi creano gli irregolari per poi punirli»

23/08/2015  “Gli immigrati commettono più reati degli italiani”. “Gli stranieri sono più propensi a delinquere”. Affermazioni che si sentono al bar, ma che si leggono anche in autorevoli quotidiani nazionali. La prova? Le carceri italiane sono piene di “extracomunitari”, come vengono spesso – e impropriamente – definiti. Ma è proprio così? Famiglia Cristiana lo ha chiesto all’avvocato Francesco Di Pietro, dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione. Ecco come sta davvero la faccenda. Dati alla mano.

«Il dato della popolazione carceraria non significa nulla rispetto alla propensione o alla maggiore delittuosità. Non è un indicatore significativo». Francesco Di Pietro, avvocato dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, è categorico, e ne spiega le ragioni dati alla mano. «Lo conferma», aggiunge, «anche il più recente scritto della dott.ssa Valeria Ferraris ‒ “Immigrazione e criminalità”, edito da Carocci nel 2012 ‒ in cui, con varie argomentazioni, viene affermato che “non esiste una statistica della criminalità straniera”».

«Tra l’altro», aggiunge l’avvocato Di Pietro, «di recente ho letto un articolo su un quotidiano nazionale che per sostenere la tesi che “i clandestini in media delinquono più di regolari e italiani” citava le ricerche del sociologo Marzio Barbagli (che sono due: “Immigrazione e reati in Italia”, Il Mulino, 1998; e “Immigrazione e sicurezza in Italia”, Il Mulino, 2008). L’analisi del professor Barbagli è molto articolata e si basa, tra i tanti dati analizzati, sulla percentuale di stranieri (regolari ed irregolari) sul totale dei condannati o denunciati. Da tale indicatore (condanna o denuncia) emerge una sempre crescente percentuale di presenza carceraria straniera, variabile a seconda del tipo di reato, e con una prevalenza degli irregolari sui regolari. Il punto è, però, che lo stesso studioso rileva che “vi sono molti buoni motivi per considerare questo come il meno affidabile degli indicatori dei reati commessi nel nostro Paese da cittadini non Italiani”. Il motivo, spiega lo studioso, è che si entra e si resta in carcere per diversi motivi: custodia cautelare, attesa di giudizio, esecuzione pena dopo la condanna definitiva. E a parità di reato commesso, la custodia cautelare è applicata più spesso agli stranieri rispetto agli Italiani».


L'avvocato Francesco Di Pietro dell'Asgi.
L'avvocato Francesco Di Pietro dell'Asgi.

‒ Perché?

«Ad esempio, a parità di pena, “gli stranieri godono meno degli Italiani delle misure alternative e di pene sostitutive alla detenzione”, scrive lo stesso Barbagli. Inoltre, aggiunge, “i reati commessi dagli stranieri sono proprio quelli che più spesso portano in carcere”. Quindi, utilizzare i dati sulla presenza carceraria per sostenere tesi sulla “propensione a delinquere” degli immigrati è semplicemente strumentale. In quell’articolo si sarebbe dovuto citare correttamente la conclusione dello stesso professore: il dato non consente di affermare che i clandestini in media delinquono più di regolari e Italiani. Usare questi saggi, molto estesi ed articolati, è una vera forzatura».

‒ Cosa dicono i dati più recenti sulla questione?

«I più recenti non sono recentissimi: sono quelli del dossier Unar 2014 (che analizza dati del servizio criminalità dell’Istat) che riporta dati del 2009, secondo i quali il 33% di condanne definitive riguarda persone nate all’estero. Lo stesso dossier Unar 2014 analizza i dati della Polizia di Stato che coprono il periodo 2004-2012, secondo il quale le denunce contro italiani sono cresciute del 37,6%, mentre quelle verso gli stranieri sono aumentate del 29,6%, quindi in misura inferiore, e nonostante vi sia compreso il reato di cosiddetta clandestinità. Inoltre, va considerato che tra il 2004 e il 2012 la popolazione italiana è in regresso, mentre gli stranieri sono raddoppiati. Tra l’altro quel 29,6% delle denunce contro persone non nate in Italia (questa è la formulazione più corretta) comprende il reato di cosiddetta clandestinità, che nel 2009 costituiva il 17,7% degli addebiti. In ogni caso, consideri che parliamo di percentuali che riguardano una piccola parte del totale delle denunce».

‒ In che senso?

«Di tutte le denunce che vengono presentate in un anno, solo il 20 per cento circa è in riferimento a persone note, l’80% è verso ignoti. Quindi, otto su dieci non ci danno alcuna informazione»

‒ Qual è invece la percezione dell’opinione pubblica rispetto ai reati, o in altre parole l’allarme sociale?

«Guardiamo alle tipologie di reato dei non nati in Italia: sono soprattutto traffico di droga, furto, ricettazione, contraffazione di marchi. In misura minore si rilevano l’omicidio, la lesione, la violenza sessuale. Quindi, gli stranieri perlopiù commettono reati meno gravi dal punto di vista penale, ma che creano elevato allarme sociale, come sono appunto quelli di droga o il furto in appartamento. Senza contare che, a fronte di tanti stranieri implicati, ad esempio, in reati in materia di stupefacenti, il grande traffico di droga rimane comunque in mano alla criminalità italiana. Discorso analogo per i reati di contraffazione dei marchi: diverse denunce nei confronti dei venditori finali (che spesso incontriamo sulle nostre spiagge), ma il mercato è in mano a criminali italiani, che li usano come bassa manovalanza».

‒ Tornando al carcere, come si spiega l’alto numero in percentuale stranieri?

«Per l’immigrato, specie se irregolare, è difficile ottenere dal giudice una misura cautelare diversa da quella del carcere, perché è più facile riscontrare il pericolo di fuga. E ciò è spesso dovuto a ragioni economiche (ad esempio la mancanza di alloggio). Di conseguenza il ricorso alla custodia cautelare è maggiore per gli stranieri rispetto agli italiani. Discorso simile riguarda gli immigrati che devono scontare una pena. Le medesime ragioni economiche fanno sì che sia più difficile per lo straniero ottenere misure alternative alla detenzione. Questo comporta effetti negativi sul principio di rieducazione della pena. Senza contare le difficoltà di un percorso di rieducazione di un soggetto caduto nel "vortice" dell'irregolarità amministrativa. Come si fa, per esempio, a rieducare un soggetto che sa già che a fine pena verrà espulso?».



‒ Cosa significa?


«Significa che abbiamo leggi per le quali noi stessi creiamo dei “clandestini” (termine abusato e non corretto: il termine corretto è "irregolari"). Li creiamo noi stessi con le nostre leggi, e poi li puniamo in quanto tali. Dario Melossi parla di contenuto criminogenetico della nostra legislazione. Un esempio? La legge che lega il permesso di soggiorno al lavoro. La semplice perdita del lavoro, abbastanza frequente in tempo di crisi economica, trasforma un regolare in irregolare. Un altro esempio? Già la condanna di primo grado per un reato cosiddetto ostativo fa perdere allo straniero il permesso di soggiorno e diventare un irregolare. Dopo, è molto difficile che lo straniero riacquisti la condizione di regolarità del soggiorno»

‒ Insomma, chi è più marginale più facilmente finirà in carcere. E finendo in carcere, scivolerà ulteriormente verso l’irregolarità. È così?

«È così. In situazione di marginalità l’esecuzione della pena avviene in carcere. Vale la vecchia regola: il povero sta in carcere, chi ha più mezzi trova il modo di stare fuori. La situazione più emblematica è quella del reato di clandestinità: l’irregolarità è una condizione amministrativa, non legata alla persona. Ed è molto legata alla nostra legislazione. E, peraltro, occorre dire che fa comodo a tanti avere un esercito di irregolari: diventano manodopera vulnerabile e a basso costo».



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