logo san paolo
venerdì 19 agosto 2022
 
Colloqui col Padre
 

Migranti, accoglienza non vuol dire buonismo

11/11/2016  Ci scrive un lettore, Adolfo: «Gli aiuti che diamo agli immigrati sono soldi sottratti alle generazioni future e vanno ad aumentare il già alto debito pubblico. Per il Presidente Mattarella siamo invece di fronte a un’emergenza umanitaria le cui dimensioni non sono state comprese appieno». Risponde il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino

Il problema vero degli immigrati è la loro incapacità a modificare la situazione nel Paese d’origine, tant'è che la maggioranza di costoro sono “migranti economici” e non politici, come dimostrano i pochi casi di concessione della qualifica di “rifugiato”.

Infatti, costoro pensano, furbescamente, di poter godere dei sacrifici dei nostri nonni, dei nostri genitori e ora anche nostri. Basta guardare alle sale di attesa di una qualsiasi struttura per analisi mediche, alla scuola per i loro figli, agli alberghi dove vengono alloggiati, ai contributi economici che gli vengono dati.

"Siete buonisti! Aiutiamoli nel loro Paese!"

Non dimentichiamo che la maggioranza dei “migranti” proviene da terre ricche di materie prime; l’aiuto che l’Europa dovrebbe fornirgli va finalizzato a costruire nel loro Paese una nazione ricca e democratica.

Tutti i “buonisti” che hanno a cuore questa situazione dovrebbero sostituire la parola “migranti” con “disoccupati”, “esodati”, per non dire dei milioni di nostri concittadini che sono alla fame o al limite della sopravvivenza, o di chi vive nei box, sotto i ponti, nelle auto, e di chi si suicida per disperazione... Chissà perché, oggi, tutti sono attenti ai problemi degli stranieri e poco, invece, si interessano dei nostri connazionali in difficoltà.

"Solidarietà: prima per gli italiani!"

  

La solidarietà, che non è assistenza, non deve essere solo per i “migranti”, ma va rivolta innanzitutto ai nostri connazionali, se vogliamo costruire una società più giusta. Gli aiuti che diamo agli immigrati sono risorse che sottraiamo alle generazioni future e vanno ad aumentare il debito pubblico, già molto alto.

I politici non sanno guardare lontano, si preoccupano solo di salvaguardare la propria poltrona. Io credo che “integrazione” voglia dire accettare le condizioni di vita del Paese nel quale si decide di vivere, adattandosi alle sue tradizioni. Senza pretendere che lo Stato modi chi leggi e provvedimenti in funzione dei nuovi arrivati, delle loro esigenze e convinzioni. Altrimenti si corre il rischio che scompaiano le nostre civiltà. Se uno straniero vuol venire in Italia deve prima chiederlo e poi accettare le nostre condizioni di vita per potersi integrare, altrimenti resti a casa sua. Io non voglio una futura società dove vi sia una componente rilevante di persone attaccate ai loro convincimenti e lontane dal modo di vivere “occidentale”. Voglio continuare a vivere in questa società e contribuire a migliorarla, ma mantenendo l’ispirazione cristiana. Sono aperto alla collaborazione e all’aiuto verso chiunque, ma non voglio essere sopraffatto da altre culture o religioni. L’Italia è il nostro Paese, e tale deve rimanere.

ADOLFO

NON BASTA ACCOGLIERLI, VANNO ANCHE INTEGRATI

Risponde don Antonio Sciortino

Nessuna sopraffazione, caro Adolfo, da parte di chi arriva sfi dando la morte in cerca di una speranza di futuro. È solo dell’altro giorno l’ennesima notizia di una nuova strage nel Mediterraneo.

 Al largo delle coste della Libia due barconi sono naufragati, causando duecentocinquanta morti in mare, tra cui diverse donne e bambini piccoli. Soltanto ventinove i sopravvissuti giunti a Lampedusa, testimoni di una tragica storia dell’orrore. Le barche erano fatiscenti e il mare non era nelle migliori condizioni per navigare. Eppure, sono stati costretti a imbarcarsi e partire ugualmente. Per convincerli a salire su quelle carrette del mare, i traffi canti d’uomini hanno sparato e ucciso uno di loro.

Come possiamo considerare invasori questi poveri immigrati che hanno subìto violenze di ogni tipo? Non partono per venire a colonizzarci, ma per sopravvivere. Sarebbe più civile avviare “corridoi umanitari” per evitare che si ripetano simili tragedie.

Da Mattarella a papa Francesco: accoglienza non vuol dire buonismo

  

La crisi dei migranti, ha detto il presidente Mattarella, ormai si può de finire come «l’emergenza umanitaria di questo inizio di secolo».

Un fenomeno «le cui dimensioni forse non sono state ancora comprese appieno». Anzi, c’è pure chi ha speculato su quanto papa Francesco ha detto sugli immigrati di ritorno dal viaggio in Svezia, quasi a voler ridimensionare la forza e l’urgenza del suo messaggio e del suo appello.
Papa Francesco non ha cambiato rotta.
Ha semplicemente ribadito che l’accoglienza è un dovere, ma va fatta bene; e che la paura è cattiva consigliera, mentre la prudenza è una virtù.
«Accoglienza non vuol dire buonismo, ma fare le cose seriamente, promuovendo sempre la dignità umana della persona accolta», gli ha fatto eco il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti. «Fare bene l’accoglienza signica affrontare l’emergenza e andare oltre l’emergenza con risposte di accoglienza orientate all’integrazione».

L'esempio della Svezia: un Europa che accoglie è possibile

Il modello è la Svezia con le sue politiche di integrazione che prevedono l’accesso al lavoro e a una casa, oltre all’insegnamento della lingua e l’inserimento civile e culturale. Accogliere non è ghettizzare. Chi si apre ad altre culture, piuttosto che alzare muri, ha solo da guadagnarci. Questa è sempre stata la storia dell’Europa, che «si è formata con una continua integrazione di culture», come ha ricordato papa Francesco. L’Europa non è chiamata a perdere la propria identità, ma ad arricchirla nello scambio con altre tradizioni e culture.

I vostri commenti
23

Stai visualizzando  dei 23 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo